(Non) C’era una volta il Taliercio

Lo stato dei lavori a gennaio 1975

Compie 40 anni il palasport Taliercio di Mestre nato e cresciuto nel nome della passione per il basket

 

Questa è una di quelle storie che si fa fatica a far cominciare con il classico “c’era una volta”. Perché il palasport Taliercio, la “casa” dell’Umana Reyer, la culla della passione cestistica dell’area metropolitana veneziana “c’è”, in via Vendramin, a Mestre. E, nel 2018, compie i suoi primi quarant’anni dall’inaugurazione. Eppure, “c’era una volta” (appunto) in cui il Taliercio semplicemente non esisteva. Nemmeno nelle idee. Lì, nella zona dei Cavergnaghi, c’erano solo terreni abbandonati. Erba su terreno paludoso. Sono gli anni Settanta. Gli anni del «boom del basket italiano ed europeo», come giustamente li definisce l’architetto Ruggero Artico, che non è un’eresia definire il “papà” del Taliercio.

Proprio all’inizio di questi anni Settanta, il Coni aveva stabilito, come condizione per poter partecipare al campionato di basket di Serie A, la disponibilità di un palasport con capienza minima di 3.500 spettatori, per dare una risposta al crescente interesse attorno a un movimento che produceva campioni e spettacolo. E il Comune, riconoscendo oltretutto che nel Veneziano vi era un discorso molto importante legato anche alle squadre giovanili, finanziò subito la realizzazione del nuovo palasport in centro storico, all’Arsenale, per consentire di poter continuare la propria attività nell’élite della pallacanestro alla Reyer, la realtà di vertice del basket veneziano.

Già società traino del movimento locale, dunque, quella orogranata; ma, allora, non l’unica… «All’epoca – ricorda Artico – anche a Mestre si stava affermando una fortissima squadra, nata nel dopolavoro Montedison, la Duco, che annoverava tra le proprie fila un giovane campione emergente come Renato Villalta e che ottenne la promozione dalla B all’A2. Ma, di fronte a una spesa di tre miliardi già decisa per l’Arsenale, non si poteva pensare di chiedere al Comune un altro palazzetto, in terraferma, e quindi la squadra aveva a disposizione solo il palazzetto di via Olimpia, in grado di ospitare solo qualche centinaio di spettatori». La Duco Mestre, così, fu costretta all’“esilio” di due anni a Castelfranco Veneto. Ma i tanti appassionati mestrini non potevano rassegnarsi.

La storia del (a quel punto) futuro palasport Taliercio, si sposta così dal piano meramente sportivo a quello della politica locale. E la figura centrale diventa l’allora prosindaco di Mestre, Domenico Bendoricchio (per inciso, anche vicepresidente della Duco). «Bendoricchio – riprende Artico – era attivissimo e, soprattutto, molto interessato al basket, per cui disse: “Facciamocelo noi, il palasport!”. Raggruppando alcuni imprenditori edili ed alcune figure importanti in città, come l’arbitro Angonese, nel 1973 fondò così la S.E.I.S., Società esercizio impianti sportivi, società privata senza scopo di lucro». Fin da subito, fu chiaro l’obiettivo “sociale” della S.E.I.S.: realizzare un palasport da 3.500 posti in grado di autogestirsi con manifestazioni sportive e culturali e spettacoli. «La S.E.I.S. doveva reggere la sua gestione su un centinaio di manifestazioni l’anno, per poter così anche rifondere i debiti».

Raccolto un capitale iniziale di 140 milioni e una fideiussione da 200 milioni da parte di Montedison, partì così l’avventura di costruzione del “Palazzetto di Mestre” (l’intitolazione a Giuseppe Taliercio fu decisa in seguito, dopo l’omicidio del dirigente del Petrolchimico). «Bendoricchio individuò il terreno in un’area abbandonata di proprietà del Comune dove, inizialmente, si pensava di edificare il nuovo stadio e, sfruttando la sua posizione all’interno dell’Amministrazione, riuscì a farsene dare una fetta. Poi venne da me e mi chiese di realizzare il progetto, a titolo gratuito e contenendo i costi al minimo», racconta l’architetto. Che poi, riguardo a questo progetto, attinge al serbatoio della memoria, rivelando tanti retroscena: «All’inizio si era pensato a un telone, poi alla maxicupola del diametro di 70 metri per 18 metri d’altezza. Le tribune dovevano essere scavate per terra, scendendo sottoquota, permettendo così di realizzare il tutto con una spesa di 3-400 milioni».

Pur con tutta la buona volontà, però, tra il dire e il fare spesso si interpongono situazioni impreviste. E così fu anche per il Taliercio. «Quando iniziammo a scavare, come del resto accade in tutti i posti di Mestre, a solo un metro e mezzo di profondità trovammo una falda freatica, che costrinse a modificare il progetto. Si sarebbe potuto scavare e impermeabilizzare il tutto, ma con costi esorbitanti; con una più economica variante al progetto, le tribune vennero così realizzate sopra il suolo, ospitando al di sotto gli spogliatoi, che inizialmente si era pensato di far ospitare da una serie di baracchette prefabbricate, proprio nell’ottica del contenimento dei costi». Già perché, come rammenta Artico, tutte le modifiche comportarono un aumento della spesa, che portò allo sforamento del budget e ad una pericolosa situazione di stallo, nonostante nel 1975 il Taliercio fosse già realizzato a un livello di grezzo avanzato, compresa la struttura metallica di copertura, già collaudata.

 

Altro problema, stavolta politico, il cambio di colore della Giunta comunale nel 1975, con una svolta a sinistra che, commenta Artico, «spaventò e fece sparire molti dei finanziatori inizialmente coinvolti, perché l’idea di fondo era che gli impianti sportivi dovevano essere pubblici e, allora, era inammissibile che fosse coinvolto anche un soggetto privato nella loro amministrazione». A trovare la quadra fu il nuovo vicesindaco, Gianni Pellicani, proponendo a Bendoricchio, quale presidente della S.E.I.S., la soluzione: il Comune avrebbe finanziato i lavori di completamento, con l’intesa che la società avrebbe ceduto al Comune la proprietà del palasport ultimato. Compresa la quota parte realizzata con i finanziamenti privati. «In pratica, non ci sarebbe stato nessun rimborso, ma i soci accettarono, considerando il proprio contributo come una sorta di donazione, proprio perché il loro obiettivo era avere il nuovo palazzetto, che altrimenti sarebbe rimasto un rudere».

I lavori, dopo un anno di fermo, vennero così completati nel 1976 e, rimarca Artico, «il costo finale fu di meno di un miliardo e trecento milioni di lire, inferiore a 400.000 lire per posto a sedere, che ne fanno ancor oggi il palasport più economico d’Italia. Iniziò quindi un periodo di rodaggio e gestione di un paio d’anni da parte della S.E.I.S., fino alla cessione al Comune (con conseguente scioglimento della società) e all’inaugurazione ufficiale del 27 gennaio 1978. Quella che, oggi, la “casa della Reyer” può festeggiare. Sperando di aver presto il nuovo palasport… «In questo momento – conclude Artico – è fondamentale fare un nuovo palazzetto da almeno cinque, se non diecimila posti: un impianto che in città come Milano o Roma viene visto come normale, ma che ormai è necessario avere anche in una realtà come l’area metropolitana veneziana. Un palazzetto polifunzionale, del resto, è una struttura in grado di mantenersi molto più ad esempio di uno stadio, dove il ragionamento va fatto su numeri molto più elevati».

Il palasport ultimato prima delle ultime rifiniture
Il palasport ultimato prima della posa del parquet

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