Il 5 Maggio veneziano

Nella foto in alto: Antonio Canova, Busto di Napoleone, 1803-1806,calco, gesso, Gallerie dell’Accademia, Venezia

199 anni fa moriva Napoleone Bonaparte.
Le tracce lasciate i città

Ei fu. Siccome immobile” è il primo verso della poesia 5 Maggio di Alessandro Manzoni, che ricorda la morte di una delle figure più discusse del periodo illuminista: Napoleone Bonaparte.
Indubbiamente ricordato sia come uomo di grande genio strategico, sia come nemico sprezzante delle istituzioni, riuscì a rivoluzionare il mondo dell’epoca: risollevando in poco tempo la Francia, che arrivava da un periodo di rivoluzioni, e costruendo l’impero più temibile d’Europa.
Fu, però, anche un politico pronto a soverchiare gli ordini politici e morali.
A Venezia lo hanno scoperto subito: con il Trattato di Campoformio, che fece perdere alla Serenissima un’indipendenza millenaria e con il “furto” di molte opere d’arte .
Tuttavia, oggi, è possibile capire come Napoleone abbia contribuito in modo decisivo nel processo di creazione della città che conosciamo.
Le cose che si narrano su questo personaggio, a Venezia, sono tante.  Alcune si tramandano oralmente, alcune hanno lasciato dei segni indelebili per la città.
Dove si trovano queste tracce e, soprattutto, quali storie nascondono?

I ritratti napoleonici di Venezia

Tra le numerose opere esposte alle Gallerie dell’Accademia, si trovano due ritratti di particolare importanza: il Busto di Napoleone e il ritratto Letizia Ramolino Bonaparte.
Due calchi in gesso realizzati da Antonio Canova agli inizi dell’Ottocento che rappresentano l’imperatore e sua madre.

 

Serio, fiero, cinico, quasi volesse puntare all’immortalità, il primo. Classici e in vesti romane entrambi.
E’ così che restituisce queste due figure Antonio Canova, anche se l’artista di Possagno con Napoleone non aveva ottimi rapporti. Più volte il sovrano francese gli aveva proposto di diventare suo artista di corte.
Lo scultore, pur accettando tutte le committenze, non voleva  tuttavia vincolarsi a nessuna di esse, ritenendo l’arte “libera”. Napoleone poi aveva tradito la sua fiducia: con il Trattato di Campoformio, nel 1797, aveva venduto Venezia agli Asburgo.

Napoleone e il suo “contributo” per l’origine delle Gallerie dell’Accademia

Quando si pensa a Napoleone, lo si ricorda spesso come colui che rubò le opere d’arte italiane.
Ciò è assolutamente indiscutibile, tuttavia va considerato un dettaglio del suo operato molto particolare.
Napoleone, da buon figlio dell’Illuminismo, stava allestendo il più grande museo francese, il Louvre, e altri due musei di indimenticabile importanza: la Pinacoteca di Brera e le Gallerie dell’Accademia di Venezia (la vecchia accademia d’arte al Fontego della Farina, per necessità di spazio, aveva appena cambiato sede, spostandosi nella vecchia Scuola Grande della Carità).
A porsi sul suo cammino c’era l’autorità papale. Gli ordini religiosi avevano una percentuale elevatissima di beni artistici e rappresentavano, quindi, un limite per il suo operato.
Napoleone, quindi, rinchiuse Papa Pio VII nella reggia di Fontainebleau, fece cadere gli ordini ecclesiastici e confiscò i loro beni, attuando una misura scandalosa per l’epoca.
Questa  soppressione portò molte strutture di culto a diventare dei luoghi spogliabili di tutti gli averi e di tutti gli ornamenti accumulati nei secoli (come la Scuola Grande di San Marco, per esempio).

3. Scuola Grande di San Marco: uno degli edifici che venne spogliato del suo ruolo (in quanto edificio di un “ordine” religioso) e le sue opere distribuite tra le Gallerie dell’Accademia e Brera

Non solo si creò un flusso di beni artistici verso l’estero che non fu mai interamente restituito, ma moltissime opere non vennero mai ricollocate nel loro luogo d’origine.

Villa Pisani e il dono al figlio Eugène

Villa Pisani, a Stra, è un gioiello architettonico del XVIII secolo .
Famoso nel mondo, è visitato sia per i suoi  incredibili ambienti interni, sia per il suo meraviglioso giardino con labirinto di siepi.

Villa Pisani, Stra

Anche l’imperatore francese subì il fascino di questo luogo che, nel 1807, acquistò dalla famiglia Pisani (famiglia veneziana caduta in disgrazia per i debiti) per farne dono al figlio Eugène de Beauharnais, Principe di Venezia e Vicerè d’Italia.

Andrea Appiani, Ritratto di Eugène de Beauharnais. Vicerè d’Italia, principe di Venezia e proprietario di Villa Pisani

Due delle sale interne più pittoresche della struttura sono il Salotto napoleonico e la Camera di Napoleone. In questi ambienti sono conservati elementi di mobilia e opere d’arte che richiamano allo stile impero tipico di inizio Ottocento, arricchiti dall’affresco del 1811 che rappresenta La favola di Amore e Psiche, tratta dalle Metamorfosi di Apuleio, tema molto caro ai neoclassici.

Charles Le Brun e San Giorgio Maggiore

Il Museo del Louvre, che nel 1803 si chiamava Musée Napoléon, si arricchì di alcuni dei suoi pezzi più pregiati grazie alle campagne belliche dell’imperatore francese e ai suoi bottini di guerra.
Tra le opere  prese in Italia c’erano anche i Cavalli di San Marco, simbolo dell’antico splendore della città.
Il pezzo più pregiato e importante tra tutti, Napoleone lo trafugò proprio a Venezia, nella Chiesa di San Giorgio Maggiore. Si tratta del dipinto Le Nozze di Cana di Paolo Caliari, detto Veronese.

Paolo Caliari, Veronese, Nozze di Cana, 1563, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi

Una tela così meravigliosa da essere l’unica opera ad avere diritto di restare nella sala della Gioconda, senza sfigurare davanti alla fama del dipinto di Leonardo.
L’opera non tornò in Italia dopo l’intervento di Canova del 1816, perché fu dichiarata “troppo fragile per un trasloco come quello”. I francesi, allora, per ricambiare, donarono a Venezia un dipinto di un loro pittore, Charles Lebrun (pittore francese seicentesco, divenuto famoso per le decorazioni della Reggia di Versailles).
L’opera in questione, chiamata Il Convitto del Fariseo con la Maddalena ai piedi di Gesù, è oggi conservata alle Gallerie dell’Accademia, testimone di un passaggio storico fondamentale per la città.

Charles Lebrun, Il Convitto del Fariseo con la Maddalena ai piedi di Gesù, 1650 circa, olio su tela, Gallerie dell’Accademia, Venezia

L’Ala Napoleonica del Museo Correr

Una figura come quella del Bonaparte non poteva non agire sul centro nevralgico della città. Infatti, oggi, possiamo ammirare uno dei cambiamenti apportati da lui proprio in uno degli edifici più significativi di Piazza San Marco: il Museo Correr.


Le prime sale del giro visite del museo, chiamate Ala Napoleonica, catturano il visitatore per la semplicità imponente dei loro spazi che ricorda lo stile Neoclassico in tutto il suo splendore. Dal Grande Salone, che ci proietta nella vita della nobiltà Ottocentesca, alle sale con le opere del Canova che ci fanno riscoprire il gusto artistico del periodo grazie al suo interprete più brillante, Il Museo Correr riesce a farci rivivere uno scorcio di un’altra epoca.

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