Prima del “Marco Polo” c’era il “Nicelli”. L’aeroporto di Venezia compie cent’anni e la sua storia sembra davvero la sceneggiatura di un film
Compie cent’anni uno degli aeroporti definito nel 2014 dalla BBC “tra i dieci più belli al mondo”.
Con la sua pista d’erba “incastrata” tra una laguna e un forte cinquecentesco, è l’aeroporto dove, già nel 1926, si poteva volare dall’Italia a Vienna in cinque ore e dove negli anni Trenta arrivavano i divi del nascente Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica.
Era il 18 agosto quando, dal Lido di Venezia, decollava il primo volo passeggeri di linea italiano.
A giorni, quindi, il Giovanni Nicelli festeggerà il suo primo centenario.
E la sua stessa storia, intrecciata a quella del cinema, sembra la sceneggiatura di un film.
Del suo viaggio inaugurale i documenti della Federazione fra le Società Filateliche Italiane conservano perfino la traccia postale: l’annullo “Venezia-Posta Aerea 18.8.26”.
Esattamente la data in cui il Nicelli si ripropone oggi al mondo con il suo lungo racconto.
Venezia-Vienna in 5 ore
La prima destinazione fu Klagenfurt, con uno Junkers F.13 della Transadriatica ( la compagnia fondata dall’ingegner Renato Morandi) che sostituiva le sedici ore di treno allora necessarie per raggiungere Vienna con le sole cinque di volo.
Era un cambio di percezione del mondo.
L’uomo che voleva mettere Venezia sulla mappa del futuro
Renato Morandi è uno di quei personaggi che sembrano inventato per il cinema.
In Germania aveva frequentato gli stabilimenti Junkers e aveva conosciuto la nuova generazione di aeroplani metallici destinati al trasporto dei passeggeri.
Tornato in Italia, fondò la Transadriatica e la trasferì al Lido, dove poteva contare anche sulle competenze tecniche delle maestranze veneziane.
La sua idea era semplicissima e visionaria: se gli altri facevano volare gli idrovolanti, Venezia poteva diventare la capitale italiana dell’aviazione terrestre.
Funzionò: la Transadriatica crebbe rapidamente, aprendo collegamenti con Roma, l’Adriatico e l’Europa centrale.
Nel 1928, durante una visita a Venezia, anche Vittorio Emanuele III arrivò al campo del Lido per visitare le installazioni della compagnia e complimentarsi con Morandi.
Poi arrivò il colpo di scena più tragico.
Il 29 ottobre 1930 Morandi morì all’aeroporto romano del Littorio, investito da uno Junkers della sua stessa società mentre cercava di fotografarlo durante il decollo. Aveva 40 anni.

Un volo verso il futuro
Il Nicelli degli anni Trenta era già una dichiarazione di modernità.
Nel 1935 venne inaugurata la nuova aerostazione, progettata da Mario Emmer e Felice Santabarbara, con interni e decorazioni affidati anche a Giovanni Nei Pasinetti e al futurista Tato.
La hall fu concepita quasi come un manifesto dell’epoca: una gigantesca mappa delle rotte aeree, opere dedicate all’aviazione, arredi disegnati nei minimi dettagli, il bar, il ristorante, le terrazze affacciate sulla pista.
Era l’epoca in cui l’aeroporto era un luogo in cui si andava per stupirsi e per “vedere il futuro.”
Venezia una delle grandi porte d’Europa
Venezia, su questo, voleva essere in prima fila.
Tanto guardava alla modernità che, nel 1936, per allungare e modificare la pista, non esitò ad abbattere alcune parti delle fortificazioni austriache del vecchio ridotto di San Nicolò, dove il Nicelli si trova.
L’obiettivo era far diventare il suo Lido una delle grandi porte dell’Europa. E ci riuscì.
La Transadriatica prima ed l’Ala Littoria poi, costruirono una rete che collegava Venezia con Roma, l’Adriatico, l’Austria e la Germania.
Nel 1940, secondo la ricostruzione storica dello scalo, le attività tecniche arrivavano a coinvolgere oltre 500 persone.
Era praticamente già il tempo della globalizzazione.

E poi arrivò il cinema
Pochi anni prima, nel 1932, sulla terrazza dell’Hotel Excelsior, a una decina di chilometri dall’Aeroporto Giovanni Nicelli, prendeva vita la Mostra del Cinema.
Sullo schermo comparve Dr. Jekyll and Mr. Hyde di Rouben Mamoulian. Attorno, alcuni dei nomi che stavano costruendo la mitologia di Hollywood: Greta Garbo, Clark Gable, Joan Crawford, Fredric March, Loretta Young, James Cagney, John Barrymore. E Boris Karloff, il volto del Frankenstein di James Whale.
Non esisteva ancora il red carpet come lo conosciamo. Non c’era nemmeno una vera competizione: i premi ufficiali sarebbero arrivati più avanti. Ma la Mostra portò al Lido di Venezia più di 25 mila spettatori.
E il Nicelli, lì, accanto, diventò l’ingresso naturale per quella nuova tribù di registi, produttori, attori e giornalisti che arriva da tutta Europa.
Cinema, turismo di lusso e aviazione finirono per costruire sul Lido un unico grande set.
Il Novecento glamour dell’isola iniziò così.

La hostess che dava la melissa ai divi
Fra le storie del Nicelli c’è anche quella di Annita “Yvonne” Girardello.
Era una giovane donna del Lido che aveva lavorato alle Officine Aeronavali.
Gli aerei arrivavano al Nicelli per essere revisionati e lei, grazie alle lingue, era entrata in contatto con piloti e tecnici.
Era nata nel 1923 e nel 1947, a 24 anni, diventò la prima assistente di volo italiana sui Douglas DC-3 Dakota della Transadriatica.
In quei velivoli incontrò molti volti noti: Maria Callas, Domenico Modugno, Mario Del Monaco, Sandra Milo, Fernandel.
Modugno, durante un volo, le avrebbe indicato dal finestrino quel cielo che poi sarebbe diventato, almeno nella memoria collettiva, “blu dipinto di blu”. Fernandel, raccontava Yvonne, dormiva con i piedi allungati nel corridoio. Sandra Milo viaggiava con il suo cagnolino e al suo arrivo i fotografi la assalivano.
Ma il dettaglio più tenero è un altro.
Per tranquillizzare i passeggeri che avevano paura di volare, Yvonne portava con sé della melissa: un antico rimedio prodotto dai frati degli Scalzi, vicino alla stazione di Venezia. “Come calma i nervi la melissa”, raccontò molti anni dopo, “nessuna pastiglia mai”.

La guerra, le mine e l’aeroporto che doveva saltare in aria
Il periodo glamour dei voli di linea si interruppe con lo scoppiare della guerra.
I tedeschi scorsero nel Lido di Venezia un luogo strategico e occuparono il suo aeroporto.
E prima della ritirata, prepararono anche la distruzione dello scalo.
Se oggi l’aeroporto Giovanni Nicelli esiste ancora è grazie ad alcuni suoi dipendenti dell’epoca, che riuscirono a disinnescare le cariche esplosive.
Dopo la guerra arrivano gli inglesi e gli americani, che utilizzano il campo anche come centro di comunicazione militare. Poi, lentamente, tornano i voli civili.
Klinger, le Officine e la seconda vita industriale
E fu a questo punto che entrò nella storia del Nicelli un altro grande personaggio: Umberto Klinger.
Manager, aviatore e imprenditore, Klinger nel dopoguerra raccolse con il fratello Luigi la sfida di ricostruire le Officine Aeronavali del Lido trasformandole in un centro capace di revisionare e ristrutturare grandi velivoli per clienti italiani e stranieri.
Collaborò anche con l’aviatore americano Chalmers Goodlin, organizzò compagnie aeree in Italia e all’estero e provò a costruire una nuova idea di trasporto aereo veneziano.
Nelle sue Nuove Officine lavoravano centinaia di persone.
Ma arrivò il tracollo finanziario e, nel 1971, Klinger, dopo essere andato a Roma per cercare invano di ottenere le somme necessarie a pagare gli stipendi di circa 500 lavoratori, si tolse la vita.
Dal 1993, dopo una petizione popolare, un tratto di lungomare che costeggia l’aeroporto porta il suo nome.

La grande storia di un piccolo aeroporto italiano
Anche questa è storia del Nicelli: non soltanto aeroplani eleganti e divi, ma lavoro, industria, crisi, uomini che hanno scommesso tutto sul futuro.
E’ la storia di Morandi, che morì fotografando il proprio sogno. Di Junkers, che aveva trasformato il metallo in una macchina per avvicinare le città. Di Giovanni Nicelli, l’asso della Grande guerra al quale lo scalo è intitolato, di Tato, che portava l’aeropittura dentro una stazione passeggeri e di Yvonne, che dava la melissa ai divi. Infine di Klinger, che provò a ricostruire un’industria dalle macerie e dei tanti tecnici, meccanici, piloti, addetti, operai, uomini e donne che hanno fatto funzionare per decenni una macchina molto più grande di loro.
“Cent’anni di aviazione. Aeroporto Nicelli 1926-2026”
Il 14 agosto 2026, quando il Nicelli celebrerà il suo centenario, le loro storie ritorneranno a essere raccontate attraverso la mostra “Cent’anni di aviazione. Aeroporto Nicelli 1926-2026”, costruita come una pellicola di dodici fotogrammi.
Una scelta quasi inevitabile per un aeroporto per il quale il cinema non è mai stato solo a pochi passi.
“Il Centenario non è solo un traguardo, ma l’inizio di una nuova rotta -dichiara Raffaele Ambruoso, Amministratore Delegato del Nicelli -Questo aeroporto custodisce un patrimonio unico dell’aviazione italiana ed europea e guarda al futuro unendo memoria, innovazione e nuove opportunità per Venezia e il territorio”.
Dal 31 luglio 1961, quando è nato l’aeroporto Marco Polo di Tessera, il Nicelli ha “perso” i passeggeri ed ha avviato la stagione dell’aviazione sportiva, privata e della formazione dei piloti.
Iniziando la sua seconda vita e ottenendo, nel 2014, la consacrazione internazionale della BBC, che lo ha inserito al terzo posto nella classifica dei dieci aeroporti più belli del mondo, dietro Montevideo e Hong Kong.

Alla presentazione delle mostra, ai tanti ospiti che si presenteranno nello storico aeroporto, tra il rinfresco di accoglienza e il concerto del centenario, nel quale si esibiranno il soprano Fabiana Visentin, i tenori Rodrigo Trosino, Eduardo Hurtado Rampoldi e Francesco Paccorini, accompagnati al pianoforte da Tecla Cerchiara si uniranno 32 “piccoli aspiranti aviatori”: bambini dai 4 agli 11 anni che, dal belvedere del Nicelli lanceranno 100 aeroplanini colorati.
Non sarà difficile immaginare da quella storica terrazza un antico aeroplano che decolla. Una ragazza con un vassoio di melissa. Greta Garbo e Clark Gable che scendono la scaletta. Un futurista che dipinge il cielo sulle pareti. Una pista che rischia di saltare in aria e degli operai che disinnescano gli ordigni. Un imprenditore che ricomincia dalle macerie. E Claudia Cardinale che sorride accanto a un Fiat G.4.
Consuelo Terrin



