La serigrafia è un’arte.

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Gianpaolo Fallani : sulle orme del padre

 

Sembrano opere in lavorazione, spessi cartoncini colorati piegati in due e stesi per il dorso sullo stendino. “Sono le agende di mio padre, dove teneva gli appunti, faceva i disegni. Con l’alta marea del 29 ottobre scorso sono finite sott’acqua. Qui dentro era alta 30 centimetri. Vede? c’è ancora il segno”.
Gianpaolo Fallani mostra un muro ancora vergato dalla recente acqua alta che la pesante umidità della giornate impedisce di asciugare.
Eppure il grande laboratorio, ricavato nel fondaco di Salizada Seriman a Cannareggio, vicino la chiesa dei Gesuiti, non perde nulla del fascino che gli viene donato dalla corte coperta da un tetto di vetro che la illumina tutta, cinta da colonne e archi, dove sono disposti macchinari, armadi pieni di vasi di colori, griglie  stese ad asciugare opere in lavorazione e raffinate serigrafie esposte alle pareti o appoggiate su grandi tavoli.

 

Gianpaolo Fallani nel suo laboratorio di Cannaregio

Qui, nella serigrafia di Fiorenzo Fallani, sono passati tutti, ma proprio tutti i più grandi artisti che hanno vissuto quel periodo spumeggiante di idee e grandi cambiamenti che aveva impregnato Venezia dal dopoguerra fino alla fine degli anni ’60. Edmondo Bacci, Virgilio Guidi, Ennio Finzi, Luciano Gaspari, Mario e Ludovico De Luigi, Renato Guttuso, Salvatore Fiume, Aligi Sassu, Giuseppe Santomaso, Mario Schifano, solo a citarne alcuni. Da sei anni la serigrafia è condotta da Gianpaolo, figlio di Fiorenzo, che ha lasciato la sede di Marcon di Gruppo Fallani che si occupa di allestimenti museali per riprendere in mano questo antico mestiere, dove “il lavoro non è una riproduzione di un disegno ma la sua interpretazione cromatica”. Artigiano sì, ma artista.

  • Perché ha voluto riprendere in mano il lavoro di suo padre?

Papà era anziano, la conoscenza di questo lavoro, un patrimonio di 50 anni di attività, si stava perdendo con lui. E questo era un peccato. Mi dispiaceva e quindi mi sono detto “vediamo di recuperare queste conoscenze”. Sono nato e vissuto qui dentro e ho pensato di potermici dedicare esclusivamente.

E suo papà, dove ha imparato questo lavoro?

Mio papà, di Firenze, ha lavorato fin da ragazzo nella stampa e ha una formazione fotomeccanica. Con un gruppo di ragazzi era stato chiamato a Venezia dai padri armeni nella loro tipografia nell’Isola di San Lazzaro. Poi loro ritornarono a casa e invece lui si fermò per diverso tempo, si innamorò di Venezia e qui mise su famiglia. Quindi aprì un piccolo laboratorio. Faceva manifesti per mostre, cataloghi per artisti e gallerie: c’era fervore artistico all’epoca e le gallerie erano tante. Alla fine degli ’60, ad una fiera, scoprì la serigrafia che in America veniva già usata negli anni ’50 da Andy Warhol. Negli anni ’70 è stato chiamato alla Biennale di Venezia nel padiglione italiano dove era stato allestito un laboratorio di grafica sperimentale. Ha insegnato serigrafia all’Accademia di Belle Arti di Venezia, una cattedra nata e morta con lui. Ora la insegnano con altre discipline.

  • Ci sono ancora tanti artisti a Venezia che vengono qui a sottoporre i loro lavori?

Sì, veneziani e da tutto il mondo. Adesso mi sto avvicinando all’illustrazione, che ha un linguaggio che si sposa benissimo con la serigrafia e incontra il favore del pubblico più giovane. Abbiamo prodotto un lavoro di Giorgio Cavazzano che ha fatto per i 50 anni dalla nascita di Walt Disney. Ha 52 colori, in assoluto il lavoro che ne ha di più.

  • Lei ha acquisito questa professione da suo padre. A chi lo sta trasmettendo?

Non è facile. Ma cerco di trasmetterlo alle persone che passano di qua incuriosite. Organizzo dei corsi. Non sono geloso del mio lavoro. A Venezia la maggior parte degli artigiani sono aziende condotte da una persona, in alcuni casi due, quasi sempre familiari, e per un artigiano non è facile avere in laboratorio una persona affinché impari.

  • Quali sono i motivi?

E’ un discorso che va fatto a monte. Capire se per la collettività, la società, la città, la municipalità è importante che si mantengano certe attività o se quando chiude un laboratorio artigiano, è chiuso e basta, non serve più. E l’abbiamo perso per sempre. Se si pensa che abbiamo bisogno di restauratori, tappezzieri, stampatori, allora la città deve investire su questo, e mettere nelle condizioni un artigiano di far crescere delle persone in bottega perché non sempre ha la forza di farlo.

  • Servono regolamenti, leggi speciali?

Forse sì, un costo di lavoro differenziato. La formazione di una persona dura mesi, anni. Insegnare a qualcuno vuol dire smettere di produrre, perché è difficile farlo dopo 12, 14 ore di lavoro. E’ un costo troppo alto, va rimodulato, andrebbe studiato un modo per farlo. C’è un patrimonio da salvare. Sennò, se si ritiene che sia un peso, vivremo senza!

  • Ma saremmo tutti un po’ più poveri.

Indubbiamente. Se perdiamo gli artigiani che producono in città, significa perdere i residenti, vuol dire perdere l’identità della città. Si verrà a Venezia in visita museale, ma ne mancherà il cuore.

  • Ha figli? Sono interessati a questo lavoro?

Sì, due. Io spererei di sì, ma sono ancora piccoli. Indubbiamente lavoro pensando di lasciare a loro qualcosa: delle competenze, un mestiere. Una volta un ragazzo poteva stare una giornata in laboratorio, come ho fatto io con mio padre. Adesso è tutto diverso. Certo, devo dargli le prospettive che sia un mestiere che dia loro da vivere. Altrimenti, come posso pensare di invogliarli a farlo?

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