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La guerra del Castello d’Amore

La guerra  del Castello d’Amore

Quando la rivalità in amore tra giovani veneziani, trevigiani e padovani da sfida a suon di fiori, canzoni e cibi si trasformò in ostilità armata

Infrastrutture avanzate, mezzi di trasporto sempre più veloci, legami di studio, di lavoro, di vita; un continuo scambio che sta via via smussando anche le diverse cadenze linguistiche, ultimo diaframma verso una uniformità sempre maggiore. Oggi il triangolo Venezia-Padova-Treviso è questo, e nei secoli passati fu funzionale alla Repubblica di Venezia, che vi aveva rispettivamente il centro del potere, l’Università e le terre più fertili. Eppure le tre province non furono sempre “Serenissima”, e tanto meno serenissime tra loro: l’unificazione sotto la bandiera col leone alato fu anzi relativamente tarda, nel corso della storia: tra il 1389 e il 1405, in forma definitiva. Prima di queste date fra di loro, veneziani, padovani e trevigiani non si fecero mancare le guerre.

Uno degli episodi più curiosi risale al 1214, ed è conosciuto come “La guerra del Castello d’Amore”. Quell’anno i giovani delle tre città – assieme a quelli provenienti da molti altri centri – si riunirono a Treviso per una sorta di gioioso duello cavalleresco che prevedeva la conquista di un castello di legno, ricoperto di stoffe preziose, dove avevano preso posto delle giovani spose e delle ragazze. Le donne, al massimo del loro splendore, imbellettate e adornate di gioielli, dovevano difendere la “fortezza” dall’assalto dei ragazzi che la assediavano divisi in compagnie, ciascuna sotto l’insegna del proprio Comune. Armi di difesa e di offesa erano poesie, canzoni, e poi rose, garofani, gigli, ma anche frutta ed essenze pregiate; ovviamente su come si svolse il “combattimento” la leggenda ha sguazzato per secoli: si racconta che per invogliare le ragazze ad affacciarsi, i padovani non esitarono a lanciare oltre gli spalti dei polli arrosto allo scopo di prenderle per la gola, mentre i veneziani (probabilmente più scafati) fecero volare dei sonanti ducati d’oro. D’altronde la Serenissima era allora in uno dei suoi momenti di massimo splendore, con scambi commerciali fluviali e marittimi che procedevano alla grande, la conquista di Costantinopoli avvenuta dieci anni prima – che aveva portato ulteriore prestigio e ricchezze enormi – e la recente elezione del potente Pietro Ziani, ricchissimo mercante e “figlio d’arte” (suo padre Sebastiano, doge a sua volta, era stato l’artefice della pace fra il papato e Federico Barbarossa, alcuni decenni prima). Proprio nel momento in cui i giovani veneziani stavano avendo accesso a una delle porte, i padovani – forse invidiosi o forse canzonati dai lagunari – strapparono lo stendardo di San Marco dalle mani dell’alfiere e lo gettarono a terra riducendolo a brandelli. Ne nacque una ostilità armata che nei mesi successivi vide l’alleanza tra padovani e trevigiani nel saccheggiare l’entroterra veneziano e minacciare Chioggia. Fu tentato infine un assalto a un castello (vero, questa volta), quello delle Bebbe, che difendeva i confini della Serenissima verso Padova, Adria e Ferrara. Ma il fato fu favorevole ai veneziani che, approfittando di un’alta marea improvvisa che allagò il campo nemico, riuscirono a forzare l’assedio e a sbaragliare gli avversari. La pace si concluse il 9 aprile del 1216 a condizione che Padova consegnasse ai veneziani i quindici ragazzi maggiormente responsabili dei disordini di Treviso. Come tributo ai padovani per riavere incolumi i suoi giovani, il doge Pietro Ziani non chiese denaro, ma due polli bianchi per ogni uomo. Un riscatto che, raccontano le cronache, ferì gli abitanti della città del Santo più che l’esborso di qualsiasi somma.

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