La città vista dal vaporetto

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Il maestro francese Béchet a San Servolo spiega: «Per vivere Venezia bisogna interessarsi alla sua vita»

Fotografa le strade. Quelle di Parigi, Tokio, Timbouctou, Venezia. Ne coglie angoli reconditi, luci che tagliano oscurità, pubblicità invasive. Di Venezia predilige le calli di San Pietro di Castello, Cannaregio, la Giudecca. Ma soprattutto immortala i vaporetti, la vita che vi scorre, gli elementi atmosferici che li avvolgono.

Il fotografo Jean Christophe Béchet

Jean Christophe Béchet è uno dei grandi professionisti della fotografia che ha tenuto a San Servolo una delle ventiquattro masterclass nella prima edizione di Venezia Photo. L’originalità del fotografo parigino, originario di Marsiglia, consiste nello scattare delle immagini dove mischia il colore con il bianco e nero.

Com’è arrivato a realizzare delle foto con questa particolarità? È una concezione della fotografia che paragono a un’attività letteraria e musicale. L’idea di partenza non è fare una serie di buone foto, ma raccontare una visione anche complessa, un assieme interessante, come fa uno scrittore nello scrivere i suoi libri. O come la musica, che è la ricerca di una melodia. Come un musicista, ho uno strumento (anzi due, perché giro con due apparecchi fotografici) e scrivo “musica per piano e violino”, ovvero colore e bianco/nero, dove esistono contrasti e risonanze, due tempi che si rispondono e producono una melodia.

Venezia è la città più fotografata al mondo. Come farlo in maniera differente? Esistono due modi per farlo. Il primo è continuare a fotografare senza che ci sia bisogno di essere originali a tutti i costi, perché è assurdo. Il secondo è che non si è obbligati a fotografare Piazza San Marco o il campanile. Si può essere interessati ai piccioni o ai cimiteri. Si può fotografare Mestre. Io fotografo chi è nato a Venezia, mi interessa fare delle foto sulla sua famiglia, sua madre, suo padre. Se si vuol vivere a Venezia, bisogna interessarsi alla sua vita, alle sue opere.

Cosa le piace di questa città? Per anni ho soggiornato all’Hotel Bucintoro, vicino all’Arsenale. Adoro via Garibaldi: Castello è il mio sestiere preferito. Non amo i turisti, come il resto del mondo; ma, quando me lo fanno notare, io rispondo che, in definitiva, non sono poi così tanti. È molto bello vedere di giorno Rialto, il mercato, i vaporetti. Il mio soggetto preferito è proprio il vaporetto, lo adoro. Faccio un sacco di foto dentro il vaporetto.

E perché? Perché è una cosa unica. Permette di vedere la città, tanti suoi posti. Ci trovi i veneziani che vanno a lavorare tra pochi turisti e trovo che sia una visione come nessuna… amo la vita del vaporetto! E poi c’è una foto che mi ha segnato da giovane, di Gianni Berengo Gardin, presa proprio dal battello, magnifica. Amo i paesaggi abitati, li miscelo con i reportage. E mi piacciono i decori dentro i decori.

Quali sono questi decori? Il decoro è la città. Venezia, come del resto Parigi, dove vivo, è un teatro, dove ci sono attori e scenografie. Cerco di evidenziare questi soggetti cercando delle situazioni interessanti. Per esempio, fotografo qualcuno che fuma una sigaretta elettronica. C’è il fumo bianco e dietro un vecchio muro: è l’ambiente che fa la differenza. Un contesto delicato: per me Venezia è la città della cultura fragile.

Ha detto che viene spesso a Venezia.

Ci vengo da quando sono bambino. I miei genitori mi hanno portato la prima volta a tre anni. Mi piace anche perché si fa tutto a piedi, non ci sono macchine. È una città per camminatori, facile da percorrere perché è piccola. Non conosco il nome delle piccole vie, mi muovo guardando la direzione. Ecco, Venezia, per definizione, è il contrario dell’America. Perché l’America ha grandi viali, e tutti razionali. Venezia è qualcosa di anarchico, ma allo stesso tempo un’anarchia organizzata. Perché è una città che, alla fine, funziona molto bene. Le mie foto sono un mélange di ordine e disordine, sempre in bilico. Di Venezia la migliore definizione è questa: disordine organizzato. O ordine disorganizzato.

Come vive la sua professione oggi, nell’era in cui basta un click dello smartphone per trasformare chiunque in un fotografo? A causa di questo oggi è diventato molto complicato vendere. È una questione di professionalità e bisogna fare qualcosa per riuscire ad esistere. Se scatto delle foto di Venezia per un giornale, ho una decina di soggetti da proporre. Un italiano, un buon fotografo che abita qui, ne ha molti di più, perché ha l’occasione di fare le foto con la neve, con la nebbia, di feste e molto altro. Ha tutto il tempo per farlo, cosa che io non ho. Ecco perché bisogna essere molto personali e originali nello scattare foto nel poco tempo che sto qui. La situazione professionale oggi è peggiorata. Sicuro.

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