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Ivory, il social italiano dove non puoi parlare se non sai

Ivory, il social italiano dove non puoi parlare se non sai

Addio like facili, nickname e opinioni sparate a caso : dall’Italia arriva la piattaforma che premia le competenze

Ci siamo talmente abituati ai leoni da tastiera e ai profili falsi da non farci quasi più caso.
Ma i loro contenuti girano nei social, a prescindere dal fatto che siano di spessore o no, vengono creduti dai più o combattuti da altri che li disconoscono ma devono ingaggiare una “guerra” a suon di like e a volte di subìti improperi gratuiti per smentirli.
Proprio dall’Italia, che raramente detta le regole del digitale globale, dal 30 aprile si prova a cambiare rotta.
Nasce infatti un nuovo social e si presenta con una dichiarazione d’intenti precisa: sarà aperto a tutti ma non tutte le opinioni peseranno allo stesso modo.
E il perché è presto detto: Ivory, così si chiama, premia la competenza.
Chi dimostra conoscenza — attraverso studi, lavoro o contributi di qualità — guadagna più spazio nelle conversazioni. Chi non lo fa, può comunque intervenire, ma deve guadagnarsi una credibilità.
In soldoni: parla chi sa. Gli altri ascoltano e, se vogliono intervenire, devono farlo con consapevolezza e approfondimento.
Soprattutto, ogni utente deve permettere all’algoritmo di identificare la propria identità.

Le “torri d’avorio” che premiano la competenza

Ideato e realizzato da Uel Bertin insieme a Adam Nettles, che da un decennio vive in Italia, Ivory in realtà guarda alla costruzione di un ecosistema digitale europeo.
Il nome richiama le “Ivory Towers”, le torri d’avorio del sapere accademico.
Che qui però si aprono a un parterre più ampio, con una struttura che ricorda i forum più evoluti o alcune dinamiche di Reddit, ma con una differenza importante: i contenuti non vengono solo votati ma anche valutati.
A farlo sono gli stessi utenti, che giudicano la qualità degli interventi e costruiscono una reputazione reciproca.
Si possono anche pubblicare articoli scientifici veri e propri: Ivory è strutturato anche come rivista accademica, con revisori selezionati per evitare conflitti di interesse .

Un social “serio” che però non vuol essere noioso

Il design dà concretezza alle intenzioni: i colori sono quelli dell’oro e dell’avorio al posto delle interfacce studiate per creare dipendenza.
Perché questo è un altro focus di Ivory: è un social che chiede di rallentare.
Non dovrebbe diventare uno strumento in cui restare scrollando a oltranza ma in cui interagire in modo intelligente e con profondità.
Ciò non significa che non conterrà anche video brevi o storie, che qui si chiameranno però brief.
E’ il contesto che cambia: non sono pensati per catturare attenzione compulsiva ma per veicolare informazioni.

Inclusione o élite?

La domanda è inevitabile: Ivory è davvero per tutti?
Nell’intento dei suoi fondatori, sì.
Ma è un dato di fatto che si tratta di una piattaforma che rompe con anni di narrazione sull’orizzontalità dei social e per rischia di esser percepito come uno spazio elitario.
Sono gli stessi Uel Bertin e Adam Nettles ad ammetterlo: di sicuro il loro è un esperimento “audace”

La vera scommessa: disintossicarsi dai like

La vera scommessa è legata ai like facili, alla disponibilità degli utenti che “non sanno” a informarsi prima di parlare, a farlo con profondità e con una conoscenza “costruita”.
Ivory, sembra di capire dalla presentazione che ne è stata fatta, chiede qualcosa di diverso dai social di intrattenimento: tempo, attenzione, e soprattutto competenza.

Consuelo Terrin

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