IN VIAGGIO VERSO LA “TERRA DEI POETI”

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Ambasciatrice musicale del nostro territorio. Erica Boschiero, porta in giro per il mondo le tradizioni della nostra terra attraverso le sue canzoni d’autore condite dall’uso del dialetto
Erica Boschiero non è un’artista facilmente inquadrabile. Potremmo definirla musicista, cantautrice o poetessa. O forse tutte queste cose assieme. 29 anni, nata a Pieve di Cadore e trasferitasi in seguito a Treviso, il bagaglio di Erica si arricchisce di diversi elementi: un po’ lo scenario delle Dolomiti, un po’ l’abitudine dei suoi genitori di ascoltare e fare musica, un po’ l’incontro con Mario Zanzegiacomo Seidelucio (poeta e maestro elementare) che l’ha ispirata a coltivare la sua creatività…tanti tasselli di un unico mosaico che hanno portato Erica ad intraprendere un proprio percorso di parole e musica, in cui poesia e note procedono di pari passo.
Se non è così facile trovare una data di inizio alla carriera di Erica, possiamo ricordarne i momenti salienti: i premi musicali (finalista a “Musicultura”- 2008, Premio SIAE per il miglior testo – 2008, Premio Bianca D’Aponte -2008, Secondo posto al Premio La Nuova Canzone D’Autore al Mei – 2008), l’album “Dietro ogni crepa di muro” nel 2007, fino alla partecipazione al progetto “Porta Parola” dell’associazione Ambasciatori in Musica, che nel 2010 la coinvolge in una serie di lezioni-concerto presso ambasciate, istituti di cultura ed università di Norvegia, Islanda, Estonia, Lettonia, Bielorussia, Kazakhstan. Nel 2011 realizza nuovi spettacoli come “Ballate di China”, assieme al fumettista Paolo Cossi e “Sottosopra”, assieme a Tony Cercola, con il quale realizza brani e commistioni tra dialetto veneto e napoletano e si esibisce a Colonia. Nel 2012 vince il premio della critica per il miglior testo a Musicultura 2012, con il brano “Souvenir” ed è impegnata quest’estate, oltre che con le repliche di “Ballate di China”, con un nuovo spettacolo dal titolo “Monti Pallidi”, in cui assieme all’attrice Silvia Salvaterra e all’illustratrice Sara Colautti mette in scena ed in musica antiche fiabe e racconti delle Dolomiti.
Erica, nei tuoi brani il testo è una colonna portante: molti tuoi pezzi, come “Venezia”, “Dietro ogni crepa di muro”, potrebbero benissimo essere pubblicati come poesie. «Una canzone dovrebbe esprimere emozioni, utilizzando sia le parole che la musica. Gli spunti possono essere innumerevoli: ad esempio “Anita”, la canzone con la quale ho vinto due premi nel 2008 e che ha permesso una serie di collaborazioni successive, nasce da un incontro. Ero a Bologna, in autobus, e alla fermata vicino all’ospedale psichiatrico è salita una paziente. Siamo scese assieme vicino al monumento a Garibaldi e la signora è rimasta ferma sotto la pioggia a guardare la statua. Ho immaginato che stesse raccontando a Garibaldi le sorti dell’Italia, e da quell’incontro è nata la canzone».
Un paio di anni fa sei arrivata terza al concorso “Suona la poesia”, assieme a Elsa Martin e Pilar, mettendo in musica un sonetto di Gaspara Stampa, nostra conterranea del XVI secolo… «Mettersi a lavorare sul testo di un’altra persona è una sfida, è molto stimolante: ti costringe a creare una tua melodia, ma dentro una struttura che non ti appartiene. L’esperimento fatto con “Come chi mira in ciel fisso le stelle” di Gaspara Stampa, poetessa veneta, ha avuto un esito particolarmente positivo, che ci ha portato ospiti a TG2.IT su Raidue. Oltre al sonetto della Stampa, ho messo in musica anche “Il Monte ed il Fiume” di Pablo Neruda e “Si me llamaras” di Pedro Salina».
Canti in italiano, ma anche in dialetto, sia scrivendo i tuoi testi che arrangiando poesie: uno stile poliedrico che ti ha portato nel Nord Europa, attraverso il progetto Porta Parola dell’Associazione Ambasciatori in Musica, con l’appoggio del Ministero degli Esteri: qual è stato il riscontro che hai avuto nelle diverse nazioni? «Porta Parola, nato da un’idea di Sandro Petrone, non voleva essere solo una serie di concerti, ma un ciclo di incontri tra la nostra cultura e l’estero: durante gli eventi, per la maggior parte in modalità lezione/spettacolo e a seguire concerto, ho proposto approfondimenti sulla lingua veneta e sulla varietà linguistica in Veneto ed in Italia, sull’uso della lingua all’interno della canzone e sulle diversità culturali del nostro paese, partendo dalla storia. Gli incontri si sono svolti soprattutto all’interno delle università ed erano spesso aperti al pubblico. Porta Parola mi ha portato a suonare sia nel Nord che nell’est Europa: in tutte queste occasioni ho sempre trovato un grande interesse per la nostra cultura. I popoli del Nord guardano l’Italia con curiosità e ammirazione, ma notano anche le grandi contraddizioni del nostro paese: una cultura ricchissima a fianco di scelte politiche ed economiche assurde. In Europa dell’Est prevale invece il senso di ammirazione: le persone, soprattutto i giovani, guardano all’Italia come ad una sorta di Eldorado, studiano la nostra lingua e sperano di potersi trasferire qui».
La commistione linguistica sembra essere uno degli elementi rappresentavi della tua produzione. Come definisci il tuo rapporto con il dialetto? «In realtà, sono ancora all’inizio della mia scoperta dialettale, ma comporre in veneto mi ha rivelato subito una musicalità che l’italiano non può avere. Il dialetto usa parole con meno sillabe, fa ampio uso di tronche e quindi si presta molto bene ad essere cantato: la lingua della nostra tradizione, che spesso è utilizzata a scopi caricaturali o umoristici, in realtà ha un’espressività altissima che permette di parlare e di cantare di tutto. Lo “strumento” della lingua veneta, oltre ad essere più versatile, è molto apprezzato anche in altre regioni: sentire cantare una canzone d’autore in veneto fa riscoprire questa lingua anche a persone che non la conoscono o che l’hanno sentita solo “scimmiottata”».

Il tuo ultimo successo si intitola “Souvenir”, con il quale hai vinto il premio Musicultura 2012 per il miglior testo. Una canzone in cui riaffiora anche il ricordo del tuo vecchio maestro di scuola, quel Mario Seidelucio che per primo ti incoraggiò a coltivare la tua vena artistica e la tua creatività… «“Souvenir” si potrebbe definire “una canzone piccola che parla di cose piccole”, perché è proprio dalle piccole cose che un poeta, come Mario, può cogliere gli spunti per creare. I poeti sono persone che hanno il dono di stupirti mostrandoti qualcosa che è sempre stato sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno ha mai visto davvero. Il “souvenir” di cui parla la canzone arriva dalla “terra dei poeti”, dove sono stati banditi i soldi e le divisioni, che sono probabilmente le due grandi “dipendenze” del nostro tempo. Il testo, che è stato scritto prima della crisi economica, vuole essere un invito a riflettere sulle nostre debolezze e a ricordarci di lasciare sempre entrare un po’ di sole nelle nostre vite, senza arrenderci di fronte alle difficoltà».
DI GIACOMO MOLUCCHI

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