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Il “cervello del cuore” può ringiovanire

Il “cervello del cuore” può ringiovanire

Uno studio italiano conferma il fondamentale ruolo della proteina Bdnf per riparare le cellule nervose a livello cardiaco

Nel corpo umano, non c’è solo “il” cervello, che sovrintende al funzionamento dell’intero organismo.
Anche ogni singolo organo che lo compone ha infatti un suo piccolo cervello, la cui struttura è formata da cellule nervose, tra 40 e 80 mila, che presentano sostanzialmente lo stesso meccanismo di base a qualunque livello.
I neuroni presenti nei vari organi, per esempio, producono e rilasciano sostanze, chiamate neurotrofine, fondamentali per l’efficienza del corpo.
Da qualche anno, i ricercatori hanno scoperto che una di queste proteine, il “brain-derived neurotrophic factor” (chiamato anche con l’acronimo Bdnf), è essenziale per lo sviluppo e la sopravvivenza dei neuroni, la plasticità sinaptica e la funzione cognitiva.
E la Bdnf prodotta dal cuore serve anche per auto-riparare l’organo, “ringiovanendone” le cellule nervose grazie al suo effetto trofico e rigenerativo delle stesse.

La moderna scienza che conferma la sapienza millenaria

È quanto ha notato uno studio, pubblicato su “Minerva Cardiology and Angiology” da Massimo Fioranelli, del dipartimento di Scienze umane dell’Università “Marconi” di Roma e responsabile del Centro di cardiologia e medicina integrata della clinica Sanatrix della capitale.
Una scoperta, ottenuta grazie ai progressi della tecnologia, che però, come ha sottolineato lo stesso Fioranelli, conferma anche quanto rilevato in maniera empirica da secoli.“Già 4 mila anni fa – spiega il medico – nell’antica Cina vedevano che quando un paziente aveva una frequenza del cuore fissa, come il beccare del picchio o le gocce di pioggia sul tetto, sarebbe deceduto entro 4 giorni. Negli anni ’70, grazie alle prime unità coronariche, abbiamo analizzato questo fenomeno e scoperto che quando il cuore ha una frequenza fissa, senza variazioni, si è in presenza di una compromissione dello stato di salute”.

I risultati dello studio e i possibili sviluppi

La carenza di neurotrofina Bdnf può favorire la progressione di malattie neurodegenerative e depressione, ma anche di scompenso cardiaco e malattie cardiovascolari.
L’esperimento condotto da Fioranelli ha dunque testato gli effetti della somministrazione di Bdnf in persone affette da fibrillazione atriale: un’aritmia benigna che però espone a rischio di ictus. Ed è stato riscontrato che, in tal modo, si riducevano gli episodi di fibrillazione atriale in modo statisticamente significativo e progressivamente all’aumentare dell’età.

cuore
In prospettiva, dunque, la proteina, che ha potenti effetti antiossidanti, potrà essere utilizzata in pazienti critici per contrastare specificamente l’invecchiamento delle cellule nervose e cerebrali, agendo anche sull’invecchiamento delle cellule cardiache.
Una prospettiva che non appare troppo lontana, anche in considerazione del fatto che esiste già, in commercio, un integratore contenente Bdnf.

La Bdnf e l’infarto

Un effetto positivo della Bdnf sul cuore, del resto, era già stato evidenziato, poco meno di un anno fa, dai risultati ottenuti da un team internazionale di ricerca a cui hanno partecipato anche studiosi dell’Università di Padova.
Lo studio, pubblicato sulla rivista “Circulation research”, aveva rilevato il ruolo della proteina nella contrazione e nel rilasciamento del cuore e la sua capacità di limitare il danno causato da un infarto, migliorando il benessere nel lungo tempo.
Gli studiosi hanno riscontrato che, in risposta all’infarto, le cellule cardiache producono, attraverso lo stimolo di recettori che aumentano il lavoro del muscolo cardiaco in situazioni di stress, un’elevata quantità di Bdnf, ma questa cala nelle settimane successive, in parallelo alla riduzione della capacità del cuore di contrarsi efficacemente.
Sono state quindi somministrate, nei topi infartuati, sostanze chimiche per stimolare i recettori e aumentare il contenuto cardiaco di Bdnf, ottenendo un miglioramento della funzione cardiaca anche a molta distanza dall’iniziale infarto.

Alberto Minazzi

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