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GLI ANNI '70 FORZA CINQUE

GLI ANNI '70 FORZA CINQUE

Dietro alle tre lombarde e alla Virtus Bologna, la quinta forza degli anni Settanta è la Reyer. Da Ubiratan a Hawes, da Carraro a Gorghetto, dall’esilio di Vicenza, all’apertura dell’Arsenale: breve excursus tra i protagonisti e le storie del decennio

TERZA PARTE
Negli anni Settanta prende forma la pallacanestro moderna. È allora che inizia la spinta verso il professionismo, mentre nuove platee si avvicinano a questo sport e l’apporto degli sponsor diventa sempre più consistente. Nascono i media di settore, mentre quelli generalisti iniziano a fare da cassa di risonanza. Anche se l’apice verrà raggiunto negli anni Ottanta, grazie alle sfide metropolitane fra Milano e Roma, è negli anni Settanta che avviene il boom del basket in Italia.
AI PIEDI DEL “PODIO” Dopo essere stata un punto di riferimento nel periodo “pionieristico” della pallacanestro italiana, la Reyer non è da meno neanche in questo passaggio fondamentale della storia cestistica italiana. Basta scorrere gli annali per rendersene conto. In quanto a piazzamenti complessivi, dietro a Varese, Bologna (sponda Virtus), Milano e Cantù, c’è proprio la Reyer. Nell’arco di dieci anni gli orogranata si piazzano per ben sette volte tra le prime otto squadre d’Italia, e per due volte conquistano il quarto posto. Ma per comprendere davvero la portata di questo bilancio, bisogna ricordare in che misura nello stesso periodo i club italiani dominavano il basket europeo. Dei 28 trofei continentali in palio dal 1970 al 1979 (Coppa Campioni, Coppa delle Coppe e dal ’72 Coppa Korac) ben 14 finiscono nelle bacheche di Varese, Milano e Cantù. Un’enormità. E guarda caso sono le stesse squadre a cui ogni anno la Reyer dà battaglia ai piani nobili del campionato. Tuttavia ad imporre un’analisi più approfondita di questa decade, non è soltanto lo straordinario bilancio sportivo. Gli anni ’70 della Reyer furono sì un decennio entusiasmante, ma anche molto più sofferto di quanto non rivelino le cifre.
nelle bacheche di Varese, Milano e Cantù. Un’enormità. E guarda caso sono le stesse squadre a cui ogni anno la Reyer dà battaglia ai piani nobili del campionato. Tuttavia ad imporre un’analisi più approfondita di questa decade, non è soltanto lo straordinario bilancio sportivo. Gli anni ’70 della Reyer furono sì un decennio entusiasmante, ma anche molto più sofferto di quanto non rivelino le cifre.
ASSALTO ALLA VETTA Di quell’epoca è possibile isolare tre periodi ben distinti. Il primo di questi ha inizio sulle ali degli entusiasmanti campionati del biennio ’68-’70. Attorno a due stranieri di livello assoluto come Rajkovic e Sanford, ruotava un gruppo italiano composto  dai veneziani Ferro, Cedolini e Vianello, quest’ultimo tornato in laguna dopo i successi con l’Olimpia Milano. Il quarto e il quinto posto di quegli anni fanno iniziare il nuovo decennio con prospettive decisamente ambiziose. La formazione del campionato ‘70/’71 parte in effetti con grandi aspettative. Sotto canestro arriva uno dei più grandi giocatori sudamericani di ogni tempo, il brasiliano Maciel Ubiratan, che diventa immediatamente l’idolo della Misericordia (e sarà due volte il miglior rimbalzista della serie A). La Reyer però non va oltre il quinto posto. L’anno successivo, anche per onorare al meglio il centenario della società, “il parco italiani” viene ulteriormente rinforzato con l’innesto del monumentale Sauro Bufalini a far coppia con Ubiratan sottocanestro. La dittatura del triangolo lombardo (Milano, Varese, Cantù) non concede però nulla più del quarto posto, dove la Reyer si piazza davanti alla Virtus Bologna. In laguna tuttavia non si demorde e ci si presenta al via del campionato ‘72/’73 con due elementi di primissimo livello. Uno è la guardia italo-americana Tony Gennari, fresco campione d’Europa con l’Ignis Varese; l’altro è un talentuoso lungo statunitense appena uscito dal college: si chiama Steve Hawes. Questa volta però non si va oltre l’ottava piazza. Una mezza delusione, acuita dall’addio forzato alla Misericordia. La costruzione del palasport dell’Arsenale infatti non è che all’inizio. E per la Reyer inizia l’ “esilio di Vicenza”.
A VICENZA E RITORNO Come spesso accade nella storia reyerina, le stagioni che partono sotto i peggiori presagi, riservano poi delle sorprese memorabili. Così è anche nel ‘73/’74. Il popolo orogranata cala in massa a Vicenza  e si gode l’esplosione di Steve Hawes che, dopo il primo anno di adattamento, ammalia gli appassionati di basket di tutta Italia. Ma in quella stagione esplodono anche i talenti del vivaio veneziano: all’età di vent’anni la coppia Carraro-Gorghetto viaggia alla media di 12.4 e 13.5 punti a partita e porta la Reyer fino al quarto posto, dietro alle solite lombarde, impreziosendo l’impresa con 9 vittorie consecutive. L’euforia si smorza l’anno seguente: partito Hawes per l’NBA, arriva il monumentale Bob Christian, che però delude. La squadra è giovane e discontinua e nella poule-salvezza soccombe. Il secondo anno “vicentino” si chiude dunque con la retrocessione in serie A2. Pochi mesi dopo, però, il momentaneo ritorno tra gli affreschi della Misericordia, rinvigorisce tutto l’ambiente. Il gruppo italiano ormai compatto agli ordini di Zorzi, con l’aggiunta dell’americano Stahl, vince il campionato di A2 disputando il primo derby della storia contro Mestre. Con l’accesso alla poule-scudetto, i veneziani chiudono al quinto posto assoluto. Il clima è decisamente cambiato rispetto a un anno prima. Al ritorno in A1 la giovane Reyer vuole stupire ancora. È l’ultimo anno alla Misericordia e la squadra fa il suo esordio europeo in coppa Korac. Alla fine sarà settimo posto in campionato e salvezza al termine della seconda fase.
FINALE IN CALANDO La stagione ‘77/’78 si apre con la vittoria sull’Olimpia Milano. Si festeggia così la “prima” tra le mura del Palasport dell’Arsenale. Un inizio esaltante che fa riassaporare il gusto di traguardi importanti. In realtà,  la prima stagione della Reyer nella sua nuova casa è tutt’altro che memorabile. La squadra dipende ancora una volta dalle bizze dei suoi americani: Suttle e Walk deludono e così non basta la solita stagione maiuscola di Carraro e Gorghetto per puntare al vertice. Si sfiora la retrocessione diretta per due soli punti e ci si salva solo nella seconda fase. La china calante del decennio prosegue l’anno successivo. Stavolta la Reyer sembra aver pescato bene i suoi stranieri: Steve Grant, soprattutto, inizia la stagione in maniera strepitosa, ma un grave infortunio sul parquet di Pesaro pone fine alla sua carriera. Ironia della sorte, dopo pochi mesi gli orogranata si giocheranno lo spareggio salvezza proprio contro la Scavolini. L’esodo di massa dei tifosi veneziani verso il Madison di Bologna (2.000, record assoluto per una trasferta della Reyer), non basta ad evitare la sconfitta e la seconda retrocessione del decennio. Il triste epilogo del campionato ‘78/’79 pone fine, dopo otto anni consecutivi sulla panchina lagunare, alla “prima era Zorzi” e soprattutto ai 17 di presidenza Ligabue. Con la fine del decennio non si chiude solo un ciclo, ma un’intera epoca per la Reyer, che in pochi anni dice addio alla Misericordia, al suo allenatore simbolo e al presidente che l’ha riportata nel gotha del basket italiano nel momento di massimo sviluppo.
SI CONCLUDE IL DECENNIO I Settanta terminano così in maniera turbolenta, in piena continuità con l’instabilità sociale ed economica del periodo. Ma un vento nuovo sta per gonfiare le ambizioni della Reyer. Dopo una stagione di transizione, infatti, con i primi anni Ottanta si aprirà per la Reyer l’era del “Grande Sogno”.
…CONTINUA NEL PROSSIMO NUMERO DI REYERZINE… ( IL GRANDE SOGNO )
DI ALESSANDRO TOMASUTTI

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