fbpx

Giuliano Montaldo: il riscatto a Venezia

Tiro al piccione, la sua opera prima, fu stroncato dalla critica. Ora torna alla Mostra del Cinema restaurato

 

“Venezia? Un luogo che amo e odio contemporaneamente, che tanto mi ha dato nella carriera ma che, specie all’inizio, mi ha quasi fatto smettere”.
Giuliano Montaldo può essere considerato l’ultimo dei grandi maestri di un cinema, quello cosiddetto “politico” che, con Lizzani, Rosi e un piccolo gruppo di solidali, fece scuola a partire dagli anni ’60 in  Italia.
Eppure, Venezia se lo ricorda (e a lui – detta tutta – va bene anche così) soprattutto per temi più “leggeri”: lo straordinario Arlecchino con Ferruccio Soleri e il kolossal televisivo Marco Polo, con Sam Marco interamente ricostruita in un set al Lido.

Il regista Giuliano Montaldo (a sx) con il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia

L’occasione per incontrare Montaldo è il “riscatto” della sua opera prima, Tiro al piccione, che, a distanza di più di                           cinquant’anni da una uscita in sala (proprio alla Mostra del Cinema) non molto apprezzata, torna  al Festival di Venezia nella versione restaurata realizzata in 4K a cura di CSC -Cineteca Nazionale presso i laboratori di Istituto Luce – Cinecittà a partire dal negativo originale 35mm.

 

 

 

@ Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale.

 

Montaldo e Tiro al piccione

“Fu massacrato dalla critica”, racconta Montaldo, “Più per prese di posizione politiche che per demeriti artisitici.  Certo è che io ci rimasi proprio male. Ero giovane ed esordiente ma venivo da esperienze formative molto forti con Lizzani e Petri. Evidentemente, anche se eravamo ormai nei primi anni sessanta, ancora non era il momento per trattare argomenti come la Repubblica di Salò. La mia reazione fu quella di dire “Mollo tutto e torno a Genova a lavorare al porto”, e provai così tanta rabbia per quello che accadde che da allora il film non lo ho più veduto vedere. Certe cose nemmeno me le ricordo, dovrete rinfrescarmele voi prima della proiezione”.
Eleonora Rossi Drago? ”  So che c’era, ma che parte aveva?  Non lo ricordo -dice- E veramente come ho letto il protagonista si ferisce in uno scontro a fuoco prima del finale? Magari adesso lo rivedo e lo trovo brutto e finalmente posso dare ragione a quei critici ma francamente ne dubito”.

I film di Giuliano Montaldo girati a Venezia

Il rapporto con Venezia, però, non sembra risentirne più di tanto: “Amo Venezia, e ci sono tornato varie volte sia per il cinema che per dirigere alla Fenice. Penso di essere stato l’unico ad ottenere, per l’Arlecchino, che piazza san Marco fosse del tutto vuota al momento delle riprese effettuate dall’alto della torre dei Mori.
Quello è stato un bellissimo esempio di come si poteva realizzare qualcosa di innovativo a livello televisivo- cinematografico, usando come unico linguaggio non una lingua vera e propria ma solo l’incredibile gestualità del genio di Ferruccio Soleri”.
Anche per Marco Polo, poi, non possono mancare i ricordi divertiti e divertenti: “Quando venne a trovarci sul set Nantas Salvalaggio, rimase spiazzato dalla presenza da un lato del campanile di san Marco vero, e dall’altro del nostro ricostruito uguale. Lo scrisse anche in un suo pezzo: ovunque mi giro, vedo la bellezza di Venezia”.

Giuliano Montaldo e la sua Genova

Ovvio, invece, il rimando a un’altra città di mare, la sua patria Genova: “Ci torno ancora spesso anche se ormai quelli che conoscevo non ci sono quasi più. Quando ero molto giovane, abitavo in via della Consolazione, e nel piccolo teatrino della zona ci siamo improvvisati attori teatrali. Io già allora curavo la regia. Mi ricordo che eravamo tuti maschi, e che truccavo sempre lo stesso ragazzo per le parti femminili. Lui è poi diventato un noto imprenditore, e ancora quando lo vedo mi rimprovera il fatto di aver cercato in tutte le maniere di farlo diventare una donna”

L’amore per Genova città, poi, è quasi superato dall’amore per il Genoa: “Ti racconto la mia prima esperienza allo stadio. Mio zio, tifoso sfegatato del Genoa, mi portò a Marassi che avevo otto anni. Il Genoa perse e lui, infuriato, mi dimenticò allo stadio. Dopo alcune ore, alla chiusura delle porte, furono i custodi che si accorsero di me e, per proteggermi dal freddo preso, mi riportarono a casa avvolto nella bandiera rossoblù. Come potrei mai tradirla?”.

I martiri della qualità

Per il futuro, invece, nonostante l’età Montaldo non ha intenzione di fermarsi, anche se ammette: “Io ho già dato, penso che abbasserò le serrande. Ai giovani posso dire che qui siamo alla Mostra di Arte Cinematografica, e questa parola, “arte”, è quella che deve fare la differenza. Invece, vedo troppo mercato e poco spazio per la scuola e l’insegnamento del cinema.  Certo, un progetto mi piacerebbe ancora realizzarlo: la “Mostra dei martiri della qualità”: una selezione di quelle pellicole che hanno avuto un pallino di critica ma cinque di gradimento del pubblico. Molti potrebbero ancora imparare qualcosa”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi su facebook
Condividi su twitter

Potrebbe interessarti anche: