Il nostro Paese supera le altre principali Nazioni Ue. La sfida: tradurre la virtuosità in leva economica
In un contesto in cui l’Unione Europea punta a raddoppiare il tasso di circolarità dell’economia entro il 2030, l’Italia parte da una posizione assolutamente virtuosa.
Il nostro Paese registra infatti un indice di circolarità pari a 65, dietro ai soli Paesi Bassi (69,3). Un dato che ci posiziona davanti a tutte le altre grandi economie europee: Germania (58,8), Francia (57,9) e Spagna (54).
Lo evidenziano i dati presentati in occasione dell’Italian Business & SDGs Annual Forum di Bologna da UN Global Compact Network Italia, il network che rappresenta sul nostro territorio nazionale il Global Compact delle Nazioni Unite. Ovvero l’iniziativa promossa per favorire la sostenibilità di impresa a livello globale.
Dal riciclo dei rifiuti al Pil: le virtuosità dell’Italia
Tra i risultati più significativi conseguiti dal nostro Paese spicca quello del recupero e riciclo dei rifiuti. A fronte di una media europea del 41,2%, l’Italia tocca l’85,6%, pari a 137 milioni di tonnellate di rifiuto recuperate su 160 milioni gestiti.
Un ulteriore indicatore che ci vede tra le Nazioni più virtuose è quello della produttività delle risorse.

Per ogni kg di materiali consumati, cioè, l’Italia genera 4,7 euro di Pil, a fronte di una media europea di 3 euro.
Un’efficienza del sistema produttivo italiano nell’utilizzo delle materie prime che va a unirsi anche alla quota di materiali recuperati e reimmessi nel sistema produttivo, che nel nostro Paese raggiunge un ragguardevole 21,6%.
Materie prime: il paradosso italiano dell’importazione
Nonostante questi dati, l’Italia resta ancora fortemente dipendente dalle importazioni di materiali.
In questo caso, la percentuale di materie prime provenienti dall’estero sul totale di quelle trasformate è pari al 46,6%. Eppure, una delle conseguenze positive della circolarità dovrebbe essere proprio il recupero di materiali strategici, limitando così anche l’esposizione alle oscillazioni dei prezzi.
“La sfida – conferma Filippo Bettini, presidente di UN Global Compact Network Italia – è fare della circolarità non soltanto un obiettivo ambientale, ma una leva concreta di sviluppo industriale, resilienza e valore economico per il Paese”. In tal senso, un’opportunità potrebbe arrivare dalla creazione e dal rafforzamento di un mercato europeo delle materie prime seconde.

L’economia circolare delle imprese italiane
Nel corso dell’appuntamento bolognese, UN Global Compact ha anticipato anche i dati del rapporto Communication on Progress 2026, che monitora i progressi rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile, riguardo a 524 aziende delle oltre 840 aderenti al network, distinguendole sulla base delle loro dimensioni.
Ne emerge che l’85% delle grandi imprese e il 75% delle Pmi adotta pratiche di economia circolare nella gestione dei rifiuti e rispettivamente il 73% e il 67% integra i princìpi di circolarità nei processi operativi.
L’economia circolare entra anche nelle fasi di progettazione di prodotti e servizi per il 65% delle grandi imprese e il 55% delle Pmi.
Le percentuali si invertono (62% e 64%) per l’adozione di politiche o impegni specifici, con le grandi aziende che tornano però a primeggiare nel monitoraggio dei risultati (69% contro 55%) e nell’adozione di iniziative specifiche all’interno della collaborazione con fornitori e partner (68%, rispetto al 58% delle Pmi).
Alberto Minazzi



