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Vajont: la montagna ricorda le proprie vittime

Vajont: la montagna ricorda le proprie vittime
Vista sul monte Toc

Sono le 22.39 del 9 ottobre 1963.
Un frastuono pervade la valle del Vajont: dal monte Toc si stacca una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia, che piomba nel lago artificiale dietro la diga.
Il bacino contiene in quel momento 115 milioni di metri cubi d’acqua. E si alza così un’onda di 50 milioni di metri cubi liquidi, che passa dall’altra parte della diga e spazza via i paesi sottostanti. Longarone, Pirago, Corissago, Rivalta e Faè sono cancellati  in pochissimi minuti.

Succedeva 57 anni fa. Ma la tragedia del Vajont è nella memoria di tutti noi.
4 minuti di apocalisse che hanno mietuto 1917 vittime, coprendo una valle con metri cubi su metri cubi di fango e lasciando nel dolore i superstiti di questa immane tragedia.
Ancor oggi recandosi sul posto si è pervasi da un silenzio assordante: il silenzio della montagna, che riporta, chiudendo gli occhi, a quei minuti prima del disastro.

Vajont
Il cimitero monumentale di Longarone per ricordare i morti del Vajont

Vajont: la più grande diga del mondo

Una tragedia che poteva esser evitata? Non spetta a noi dirlo. Ma ricordare le vittime sì.
Questo lo dobbiamo tutti .
La diga del Vajont, progettata dall’ingegnere Carlo Semenza e successivamente costruita tra il 1957 e il 1960 tra i paesi di Erto e Casso, era la risposta alla necessità di energia del Paese.
L’invaso doveva servire come grande serbatoio d’acqua entro il quale sarebbero confluite, attraverso 35 km di tubazioni scavate nelle montagne, le acque di tutte le altre centrali circostanti.

La gola stretta e profonda che il torrente Vajont si era scavato per arrivare al Piave era perfetta per costruire uno sbarramento artificiale e la Sade, la Società Adriatica di elettricità, fondata e di proprietà di Giuseppe Volpi, conte di Misurata (nonché ministro delle Finanze dell’allora Governo Mussolini e Primo Procuratore di San Marco, oltre che presidente della Biennale di Venezia e presidente di Confindustria) colse l’occasione di costruire quella che sarebbe diventata la più grande diga al mondo.

Diga del Vajont
Diga del Vajont

La variante in corso d’opera

Il progetto originario, che risale al 1940, prevedeva un’altezza di 200 metri e un volume d’acqua di 58 milioni di metri cubi. Nel 1957, tuttavia, fu introdotta una variante in corso d’opera che portava la diga a misurare 261 metri e ad aumentare il volume d’acqua a 150 milioni di metri cubi. Giorgio Dal Piaz, il geologo incaricato di verificare la fattibilità dell’opera secondo i nuovi parametri, attestò la stabilità delle montagne circostanti e la variante fu approvata dal Ministero.
Come sappiamo, non andò tutto come avrebbe dovuto.

I timori inascoltati

Già durante il periodo del primo invaso dell’acqua, nel 1959, si verificano alcune frane ritenute non importanti. E successivamente si riscontrò una frattura nella roccia cui nessuno diede molta rilevanza.
Ma tra la popolazione, fatta per lo più di contadini e allevatori che ben conoscevano il proprio territorio, per quell’opera avveniristica iniziava a sorgere, sempre più forte, il timore.
Fu colto da Tina Merlin, all’epoca giornalista de L’Unità, che, a proposito di questi eventi, scriveva:

Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli”.

Voci e moniti inascoltati. Nell’ottobre 1961 la diga venne infatti inaugurata.

 

 

 

 

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