DICO QUELLO CHE PENSO

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Ritratto a tutto tondo del comico polesano Natalino Balasso. Tra tv, teatro, web, società, territorio, uso del dialetto e un fantomatico clone di se stesso

Definire eclettico Natalino Balasso è probabilmente riduttivo. Attore, comico e autore di teatro, cinema, libri e televisione, debutta nel 1990 in teatro, nel 1998 in televisione, nel 2007 al cinema e pubblica libri dal 1993. È anche autore e interprete di apprezzati video comici a sfondo sociale pubblicati su youtube.
Come ha iniziato Balasso a fare l’attore e cosa lo ha spinto verso un genere comico? «Io avevo i tempi comici anche da bambino, non avrei potuto evitare di farlo – spiega – sono sempre stato molto bugiardo, mi piaceva inventare storie e mi facevano leggere in chiesa perché mi trovavano espressivo per la mia età. Ho iniziato da autodidatta, all’inizio facevo proprio pena, ma mi piaceva troppo per non insistere. Perciò dico a tutti i comici che stanno iniziando: non preoccupatevi se adesso fate pena, non è mai detto, nella vita».
Dopo una fase in cui la tv ti ha dato notorietà te ne sei progressivamente allontanato, dedicandoti principalmente al teatro. È una scelta voluta? Mancavano proposte interessanti? C’era il rischio di “personaggi” di routine? «Un po’ tutto questo, ma aggiungerei il fatto che io facevo teatro da 10 anni quando sono arrivato in tv, perciò considero il teatro l’unico mestiere che conosco, il resto lo vivo come un hobby».
Dove sei molto attivo è il web, con il tuo blog e i tuoi video. È un modo per arrivare a tanta gente mantenendo un controllo su quello che proponi? «È anche un modo espressivo che non trova eguale velocità di realizzazione altrove. Il web è stato per me un avvicinamento all’autoproduzione di video. Grazie al fatto che sono uno che dice quello che pensa, mi arrivano molte lettere che mi pregano di morire presto, quindi non so quanto camperò ancora. Ma se sopravvivo credo che farò un film autoprodotto al costo di 1000 euro, prima o poi. I blog e facebook mi permettono anche di proseguire con un’altra delle mie passioni: quella letteraria».
Nei tuoi filmati si ride anche, ma anche si riflette perché quelle che fai sono analisi acute e impietose della società attuale. Sta forse diventando una costante dei comici quella di fornire una visione lucida di quello che sta succedendo? «Mi sembra un giudizio un po’ troppo buono con la categoria, io conosco anche comici che non capiscono niente. Al tempo stesso non credo di rappresentare una rarità, molti dei miei commentatori dimostrano una grande lucidità di analisi. Anzi, io credo di toppare qualche volta, solo che in una nazione di analfabeti sembro un genio».
Ma in questo scenario sempre più tetro tu vedi segnali di speranza o percorsi per uscirne? «Lo scenario non è tetro, viviamo in una società opulenta occidentale nella quale è pressoché impossibile morire di fame. È relativamente facile spostarsi da un paese all’altro e possiamo anche permetterci di seguire qualche hobby. Credo che “uscirne” significhi invece fare in modo che anche nei paesi così detti poveri si riesca a condurre una vita dignitosa, significhi far sì che la religione non sia una scelta di disperazione mentale e che l’amore trionfi sulle villette a schiera».
Negli ultimi tempi hai scelto anche di rilasciare poche interviste, preferendo gestire la comunicazione da solo utilizzando la rete. Non sarà mica che dopo Grillo si sta diffondendo tra i comici la tendenza ad evitare quei media che prima tutti rincorrevano? «Io dico da anni che non rilascio più interviste e continuo a leggere interviste in cui dico che non faccio più interviste. Ci dev’essere da qualche parte un clone che spara cazzate al posto mio. Comunque non sono cambiati i comici, sono cambiati i media. I giornali sono un’accozzaglia di sciocchezze e non per colpa dei giornalisti, ma per colpa di quello che il pubblico insegue. Se sei un maiale, non ti puoi lamentare che ti fanno mangiare le ghiande».
Recentemente hai collaborato con Sir Oliver Skardy, realizzando alcuni interventi sul suo nuovo disco “Ridi paiasso”. Sin dal primo personaggio che ti ha dato fama televisiva (il doppiatore di film porno “di nicchia” nel celebre programma Mai dire Gol) hai sempre avuto una connotazione fortemente caratterizzata da una inflessione dialettale. Nell’era della globalizzazione cosa rappresenta secondo te il dialetto? «Bisogna chiarire una cosa: in televisione non ho usato praticamente mai il dialetto, ma un italiano con accento veneto. L’equivoco avviene perché persino noi veneti siamo talmente abituati a sentir parlare in tv con accento romano e milanese, che quando arriva l’accento veneto ci sembra dialetto. Nell’era della globalizzazione in realtà non sappiamo parlare inglese, quindi il dialetto va benissimo. Trovo, a parte gli scherzi, che il dialetto sia un arricchimento della lingua, io inserisco parole in dialetto in quello che scrivo, senza però isolarle con forme di corsivo o tra virgolette, ma le scrivo come fossero parole italiane e in realtà lo sono, perché per la maggior parte derivano dal latino da cui deriva anche l’italiano che è un’evoluzione del dialetto fiorentino».
Ma in generale il nostro territorio in questo momento come lo vedi? «Il Veneto è una delle più belle regioni d’Italia, è piena di brava gente. Ma è deturpato dai “magnaschei” che lo stanno saccheggiando».
 

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