Il “crocifisso parlante” di San Francesco della Vigna.

Crocifisso parlante @MATTEO DE FINA 2020
Nella foto in alto: Il crocifisso di San Francesco della Vigna (foto Matteo De Fina)

Durante le celebrazioni del venerdì santo era in grado di riproporre, muovendo la lingua ed emettendo fumo dalla bocca, l’urlo emesso dal Cristo prima di spirare. Ed era considerato “miracoloso”, tant’è che molte donne rischiavano la scomunica per tributargli i propri voti.

Parliamo dell’antico crocifisso di San Francesco della Vigna. Un capolavoro misconosciuto e a lungo dimenticato in un anonimo corridoio del convento.
Un’opera, di grande valenza sia artistica che religiosa che, dopo il lungo e delicato restauro finanziato da Save Venice, è ora tornata a disposizione dei fedeli nell’imponente chiesa del sestiere di Castello.

Come si è arrivati al restauro

L’intervento è costato 30.000 euro, messi a disposizione in particolare dai coniugi statunitensi Mary Katherine e Alex Navab. A interessarsi della promozione del restauro è stata infatti Melissa Conn, direttore dell’Ufficio di Venezia del comitato americano Save Venice.

«La segnalazione dell’esistenza di quest’opera – ricorda Conn – ci arrivò circa 3 o 4 anni fa dalla da poco scomparsa storica dell’arte della Sovrintendenza, Cristina Dossi. Incuriosita, su suo suggerimento sono andata a visionarla nel mio ruolo di rappresentante di Save Venice. E sùbito mi sono messa in contatto con la restauratrice, Milena Dean, che aveva già effettuato sul crocifisso alcuni interventi di emergenza per arginare le perdite pittoriche».
Adesso, completato il restauro, in occasione della festa di San Francesco, il crocifisso è stato ricollocato in chiesa. Resterà inizialmente nella cappella Badoer-Giustiniani. Che, per inciso, era stata restaurata da Save Venice una ventina d’anni fa.

I capolavori nascosti

Melissa Conn è stata fin dall’inizio colpita dal crocifisso, dalle dimensioni imponenti, vista la sua altezza di oltre 190 cm. «Si vedeva che era un’opera importante, nonostante fosse coperta da 11 strati di pittura che la rendevano un po’ un mascherone. Dopo il sopralluogo, con il comitato abbiamo così deciso di provare a vedere cosa ci fosse sotto». Né ha frenato l’entusiasmo il fatto che, fin dalla metà dell’Ottocento, il crocifisso fosse stato spostato in un corridoio al primo piano del convento, nell’area non aperta al pubblico.

«Con la ridipintura, la bellezza originaria era stata occultata e ci si era un po’ dimenticati, di questo capolavoro. Ma non è un caso unico: nella stessa San Francesco della Vigna, sono molti i crocifissi e le opere sacre, relegate in una sorta di deposito, che sarebbe interessante riscoprire. Comprese quelle provenienti dall’isola di San Michele, dopo il trasferimento dei frati lontano dal cimitero». Save Venice, del resto, oltre che dei mosaici di Torcello, si sta occupando di una serie di interventi su opere fuori dai grandi flussi turistici.

Un’opera misteriosa

Il dibattito sulla datazione del crocifisso è ancora aperto, anche se dovrebbe risalire al periodo tra il 1390 e il 1420. «Abbiamo capito fin dall’inizio – ammette Conn – che era precedente all’attuale chiesa, costruita dal Sansovino a metà Cinquecento. Probabilmente, all’inizio, era collocato in un posto importante della precedente chiesa gotica. Ma gli stessi frati sapevano poco della storia dell’opera. Basti pensare che pare ci sia anche una catalogazione come opera moderna a metà Novecento. Così la restauratrice ha effettuato una serie di ricerche per capire meglio questo oggetto».

Il crocifisso ha trovato nella sua storia diverse collocazioni: il chiostro, le cappelle laterali della chiesa, fino allo spostamento nel convento. Si tratta di un’opera in legno d’acero, realizzata a partire da un ampio tronco, svuotato al suo interno e intagliato. Braccia e piedi, in legno massello, sono ancorati a incastro. La sua superficie è decorata con policromia a tempera. E, col restauro, è venuta alla luce anche la particolare struttura della testa.

Il Cristo del crocifisso a San Francesco della Vigna (foto Matteo De Fina)

Il crocifisso parlante

L’interno della testa del Cristo è scavato, lasciando uno spazio all’interno del guscio esterno. Al suo interno era collocato un meccanismo che, tramite una cordicella, consentiva di muovere la lingua. «Abbiamo trovato nella bocca – spiega la direttrice – anche alcuni segni di bruciatura, provocati dai sacchetti di incenso o di altro materiale utilizzato nelle celebrazioni del venerdì santo per creare il fumo. Non sappiamo, però, fino a quando questo meccanismo, di cui si è conservato un solo frammento, abbia funzionato».

Una tradizione, quella dei cosiddetti “crocifissi parlanti”, poco conosciuta, in Veneto. Al contrario, sono diversi i crocifissi di questo tipo realizzati dai Francescani in Toscana e Umbria.
Si tratta del fenomeno delle “Sacre Rappresentazioni”, conosciute anche come “Teatro delle Sculture”, iniziate nell’Alto Medioevo e durate fino alle restrizioni imposte dal Concilio di Trento.

Un crocifisso “miracoloso”

Anche al di là di questo uso scenografico, il crocifisso di San Francesco della Vigna è sempre stato tenuto in grande considerazione dai fedeli.
Tradizionalmente, è da sempre stato ritenuto miracoloso e quindi oggetto di visite. Al punto che, sfidando le regole, numerose donne si recavano a visitarlo anche quando era posto all’interno del chiostro dei frati, e quindi a loro inaccessibile. «Proprio per questi motivi – riprende Conn – si spiega la nota dell’allora Patriarca, che consentì nel Seicento alle donne di recarsi a vederlo».

Un’importanza ai fini di culto che rimane tuttora. «I frati – spiega il direttore di Save Venice – hanno dato il permesso di portare il crocifisso in chiesa. Qui resterà inizialmente nella cappella laterale, dove le persone lo potranno vedere e visitare, per abituarsi al clima. La restauratrice potrà vedere nel contempo se ci sono problemi al legno o alle quadricromie. L’idea, insieme alla Sovrintendenza, è quella di collocarlo poi definitivamente sull’altar maggiore, prima di Pasqua».

Il restauro

Il progetto sul crocifisso di San Francesco della Vigna risale a prima dell’interessamento di Save Venice. «È dal 2016 – ricorda la restauratrice, Milena Dean – che è partita la fase preliminare, con la disinfestazione e la messa in sicurezza. Poi abbiamo effettuato la rimozione delle ridipinture, in gran parte togliendo pezzo dopo pezzo di vernice con il bisturi. La fase operativa vera e propria, invece, è cominciata nell’autunno del 2017».

L’opera si trovava «in pessime condizioni conservative, tra ridipinture, attacco biologico di tarli e muffe e alcuni danni». Il braccio sinistro, ad esempio, era in parte staccato e fratturato, così come i piedi. La stessa testa era stata malamente manomessa nell’ultimo intervento. «Si tratta – spiega Dean – di quello di metà degli anni ’50 del Novecento, ultima delle 10 ridipinture emerse dai saggi fatti all’inizio. La precedente ridipintura era stata invece quella del 1866, quando il crocifisso fu spostato nel dormitorio».

Le ridipinture

Per quanto riguarda la testa, con il restauro è stata ricollocata, portando alla luce i frammenti del meccanismo che la rendeva “parlante”. Molto più complesso è il discorso legato alle varie ridipinture. «Tramite le analisi scientifiche su microcampioni di vernice – riprende la restauratrice – abbiamo capito che le prime operazioni di ridipintura erano successive alla metà del Settecento, secoli dopo la realizzazione dell’opera. Questo perché abbiamo trovato pigmenti di tipo sintetico, la cui produzione è iniziata in quegli anni».

La relativa vicinanza temporale delle ridipinture, insieme all’ottima conservazione delle policromie originali, ha rafforzato così l’idea della rimozione di tutti gli strati aggiuntivi. «La maggior parte della colorazione iniziale – conclude Milena Dean – era presente, oltre che molto bella. Per di più, non era possibile risalire agli strati intermedi. Le vernici si erano infatti infiltrate, facendo cuneo tra la pittura e il legno e formando in pratica un unico blocco: elemento in più per riportare il crocifisso alle origini».

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