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Covid: stop all’isolamento dopo 4-5 giorni. Pregliasco: “Ci sta, ma avrei aspettato”

Covid: stop all’isolamento dopo 4-5 giorni. Pregliasco: “Ci sta, ma avrei aspettato”
Fabrizio Pregliasco, docente Università Statale di Milano e direttore sanitario IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio

Il commento del docente della Statale di Milano dopo l’annuncio del ministro Schillaci: “Decisione necessaria verso la normalizzazione”

Il Governo sta “mettendo a punto” una nuova ordinanza sulla gestione dell’isolamento per Covid. “Credo – ha anticipato il ministro della Salute, Orazio Schillaci – che si possano far tornare all’attività normale dopo 4 o 5 giorni i pazienti asintomatici positivi al Covid”.

L’annuncio è arrivato durante la registrazione della puntata di “Porta a Porta”. “Anche chi ha una sintomatologia lieve – ha aggiunto Schillaci – può tornare prima, dopo almeno 24 ore di assenza di febbre, magari con qualche precauzione come la mascherina, per proteggere i più fragili”.

Pregliasco: “Giusto pianificare e prevedere”

“Si tratta – commenta Fabrizio Pregliasco, docente all’Università Statale di Milano e direttore sanitario dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio – di una decisione necessaria verso il progressivo passaggio alla normalizzazione. È giusto pianificare e prevedere, anche se forse sarebbe stato opportuno un pizzico di attenzione in più, in questa fase in cui i modelli matematici dicono che è possibile un’onda di risalita del Covid”.

Si tratta, tiene però a precisare Pregliasco, di una decisione squisitamente “politica”. “Cosa farei – risponde alla nostra domanda – se fossi io il ministro? L’annuncio dell’avvio della strada verso la normalizzazione andava fatto, ma aspetterei ancora un po’ per adottare la nuova strategia. La decisione in merito, secondo me, dovrebbe prima vedere l’evoluzione legata all’inverno e andrebbe presa dopo Natale, quando è presumibile che anche quest’anno si verificherà il picco”.

Verso un’onda, non un’ondata

A dicembre, dunque, per il docente della Statale si dovrebbe registrare “un’onda, non una nuova ondata” di Covid. Intendendo che “ci attendiamo una salita dei contagi, ma gestibile, e che non dovrebbe creare disastri, soprattutto se ci sarà una quota elevata di rivaccinazione nei soggetti più anziani e più fragili. Cosa che, purtroppo, per il momento non sta ancora accadendo”.

La decisione “politica” annunciata del Governo ha comunque, ammette Pregliasco, “un supporto scientifico: la contagiosità è elevata nei primi giorni, poi scema. Anche se questo non vuol dire che scompaia. Penso quindi che, pur senza mettere nuovi paletti, sia giusto mantenere la responsabilizzazione delle persone. Perché desideriamo tutti metterci alle spalle un periodo devastante, ma la coda di convivenza con questo virus durerà ancora per alcuni anni”.

Il ruolo dei vaccini

La stessa linea, per il direttore sanitario del Galeazzi-Sant’Ambrogio, va tenuta nei confronti delle vaccinazioni: nessun nuovo obbligo, ma una “raccomandazione stringente” per le categorie a rischio. “Sta passando – sottolinea – la narrazione che il virus sta diventando buono. Ma, in questi anni, ci siamo quasi anestetizzati di fronte a giornate con una cinquantina di morti per Covid”.

“Bisogna quindi che ci sia – prosegue- un impegno importante nel raccomandare a fragili e anziani di vaccinarsi con il nuovo richiamo: è lì che si può fare veramente la differenza, affinché l’onda di risalita sia il meno pesante possibile, senza subire particolari effetti sull’ospedalizzazione e poter convivere col virus anche in una fase come questa, in cui si cominciano ad allargare le maglie, lasciando più spazio al virus per diffondersi”.

Il rischio: Covid, più influenza, più virus sinciziale

Dalla maggior libertà, precisa Pregliasco, consegue anche l’atteso ritorno dell’influenza. “Quest’anno – conferma – ci sarà. E ricordiamo che, a differenza di quanto avveniva un tempo, quando la tendenza generale era a sottovalutarla, anche l’influenza può uccidere”. In più, ammoniscono i medici, l’inverno è la stagione pure del virus sinciziale, che colpisce in particolare i bambini.

“Il rischio – spiega il docente universitario – non è tanto che la stessa persona prenda tutte e tre le infezioni insieme, quanto che gli ospedali si trovino a dover affrontare in contemporanea un flusso di ricoveri dovuti alle diverse infezioni. Bisogna quindi che gli ospedali si attrezzino in tal senso: come sempre, ma tanto più in un contesto in cui il Covid non è diventato “buono buono” come qualcuno lo dipinge”.

Cerberus e le altre varianti

Sul fronte delle evoluzioni del Sars-CoV-2, l’aumento percentuale di Cerberus continua, anche se non è ancora la variante dominante. “Lo sta diventando – fa il punto Pregliasco – perché ha le caratteristiche evolutive per farlo. E ritengo che ci vorrà ancora poco perché avvenga il sorpasso, visto che siamo in una fase invernale e di apertura”. Dire cosa succederà dopo è impossibile, visto che “il virus continua a sperimentare nuove modificazioni”.

“Quel che rassicura – afferma al riguardo Fabrizio Pregliasco – è che si tratta di varianti più contagiose, maggiormente in grado di schivare le difese immunitarie, ma non più cattive. E la tendenza evolutiva non sembra evidenziare particolari stranezze”. “Questo – prosegue – non è un virus intelligente: a differenza di altri virus, non fa prove, ma semplicemente sbaglia a replicarsi e poi si avvantaggia di questo suo difetto. È un po’ come una cuoca disattenta: tante ottime ricette sono nate proprio da errori”.

Covid: la scelta della mitigazione

Tra le diverse strategie astrattamente possibili per la gestione di questo virus, l’Italia ha confermato comunque quella del tentativo di mitigarne la diffusione. “Se si escludono – ricorda Pregliasco – tentativi di gestione “a pazienti zero” come quelli di Cina e Corea del Nord o strategie opposte come quella dell’India, che non ha fatto niente e si limita a raccogliere i cocci, è quella adottata in tutto il mondo”.

“In questi contesti – conclude l’esperto – non è facile gestire la transizione senza misure da “bianco o nero”, “sì o no” tassativi. Da sempre, la gestione delle emergenze è legata a decisioni di sanità pubblica, che devono coniugare un approccio sanitario a quelli psicologici ed economici. Anche l’idea di allargare le maglie è quindi una mediazione tra contenimento della circolazione del virus, voglia di una vita normale e presa d’atto dell’ovvietà che, ormai, sono tantissime le persone che non si fanno più testare se hanno sintomi”.

Alberto Minazzi

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