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Covid, l’aspirina ‘inutile’ che ora potrebbe colpire il virus

Covid, l’aspirina ‘inutile’ che ora potrebbe colpire il virus

Dopo anni di scetticismo, l’acido acetilsalicilico torna sotto i riflettori: esperimenti su cellule e topi dimostrano che può indebolire la Spike, aprendo nuove prospettive per prevenire forme gravi della malattia.

Sicuramente non ai livelli delle iniezioni di disinfettanti o candeggina suggerite in piena pandemia, 6 anni fa, dal presidente Usa Donald Trump; ma anche l’uso dell’aspirina per la cura dell’infezione da Sars-CoV2 è stato oggetto di critiche all’interno della comunità scientifica. Dagli studi clinici sugli effetti del trattamento del Covid 19 con acido acetilsalicilico sono infatti emersi risultati contrastanti, o quantomeno non significativi, sulla riduzione della mortalità, a fronte dell’aumento del rischio di emorragie. Se una delle più comuni medicine presenti nelle nostre case non può dunque essere considerata una cura per questa malattia, ciò non toglie che l’aspirina possa essere una valida alleata sul fronte della prevenzione. In tal senso, incoraggianti novità arrivano da uno studio dell’Istituto “Mario Negri” di Bergamo, pubblicato sulla rivista “Frontiers in immunology”.

L’aspirina che danneggia la proteina Spike del virus

La conclusione cui sono arrivati i ricercatori italiani è, in sostanza, che l’acido acetilsalicilico è in grado di rovinare nel Sars-CoV2 la proteina Spike, ovvero quella utilizzata dal virus per attaccarsi alle cellule umane attraverso il recettore Ace2.
In tal modo, riduce pericolosità e danni provocati dall’agente infettivo, che può provocare solo forme meno gravi della malattia. Il meccanismo evidenziato nei test si lega agli zuccheri che rivestono la Spike, fondamentali non solo per l’aggancio ad Ace2, ma anche per proteggerla dal sistema immunitario della persona infettata e per aiutare la proteina a mantenere la forma giusta per “incastrarsi” al meglio con le cellule umane. L’aspirina ha mostrato di essere in grado di modificare chimicamente questi zuccheri in punti chiave, in sostanza “spegnendoli” attraverso una leggera modifica appunto della forma della proteina, che risulta in tal modo meno “appiccicosa”.

Le conferme dei vari esperimenti

La capacità di ostacolare direttamente il virus attribuita all’aspirina è stata dimostrata in laboratorio dai ricercatori in primo luogo mettendo a contatto con cellule umane 2 proteine Spike, una trattata e una no. E la prima è stata in grado di legarsi molto meno. Si è poi passati a un esperimento con il virus vero, che, quando pretrattato con aspirina, non è in pratica riuscito a distruggere alcuna cellula. Nel terzo step, su topi geneticamente modificati per esprimere Ace2 umano, la Spike trattata ha di molto ridotto i danni ai polmoni, sotto forma di infiammazione o fibrosi. Infine è stata creata artificialmente una Spike mutata, priva dei due zuccheri specifici coinvolti nel legame tra virus e cellule umane, e il risultato è stato analogo a quello raggiunto attraverso il trattamento con acido acetilsalicilico, confermando l’ipotesi sul meccanismo che si produce assumendo il farmaco.

Avvertenze e prospettive

L’aspirina, dunque, non riduce solamente infiammazione e trombosi, ma può contribuire, come dovranno ora ribadire nuovi studi clinici mirati, a ridurre l’evoluzione del Covid verso forme gravi e limitare danni sistemici. Tra le ipotesi, legata al fatto che la Spike circolante è in grado di produrre infiammazione e danni ai tessuti quando resta in circolazione anche dopo la fine della replicazione del virus nella fase acuta della malattia, c’è anche quella di un possibile coinvolgimento nel long Covid.
Il comune medicinale, attraverso un suo meccanismo antivirale diretto specifico (il paracetamolo, spiega lo studio, non produce per esempio lo stesso effetto) finora poco considerato e potenzialmente utilizzabile anche per altri virus, potrebbe insomma offrire una soluzione anche nei confronti delle conseguenze a lungo termine della malattia. Va però ribadito che l’aspirina non sostituisce in alcun modo vaccini o antivirali, bisogna valutarne l’utilizzo di caso in caso e, soprattutto, va assunta prima e non dopo che la persona si è ammalata.

Alberto Minazzi

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Tag:  covid, ricerca