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COME NON FARSI BOCCIARE A SCUOLA

COME NON  FARSI BOCCIARE  A SCUOLA


Metodi, strategie e diversi approcci per lo studio. Lo psicoterapeuta veneziano Matteo Rampin, co-autore del libro “Come non farsi bocciare a scuola” fornisce preziosi consigli e spiega come le dinamiche della vita tra i banchi possono risultare d’aiuto anche nel mondo del lavoro.
Immaginate la scena: davanti a voi troneggia, dall’alto della cattedra, un insegnante di età e sesso indefinibili, fattezze facciali tipo Freddy Krueger, sguardo simil-Hannibal Lecter e capacità empatiche da medico nazista. Al suo cospetto, sapete di non sapere. (…) A nulla servirebbe inginocchiarsi ed invocare pietà: per di più, i vostri compagni, in larga parte preda del vostro stesso terrore, stanno offrendo voti al cielo perchè l’insegnante non vi finisca subito (evenienza che comporterebbe l’avvicendarsi di uno di loro sul patibolo) ma prosegua sadicamente il supplizio fino al liberatorio trillo della campanella. Il vostro cuore batte così forte che si sente nell’aula accanto, la memoria è azzerata e a stento vi ricordate il vostro nome. Solo una domanda svetta, masochisticamente, sul panorama della vostra mente obnubilata: come mi sono ficcato in questo guaio?”
Inizia così, con una situazione che è toccata a tutti almeno una volta nella vita, il manuale su come non farsi bocciare a scuola, scritto dallo psichiatra veneziano Matteo Rampin e dalla professoressa Farida Monduzzi. Edito da Salani, il libro è già arrivato alla seconda edizione: scritto con ironia e vivacità, “Come non farsi bocciare a scuola” rappresenta un manuale di sopravvivenza scolastica per destreggiarsi tra verifiche e interrogazioni, evitando i patemi e organizzando al meglio lo studio. Perchè, alla base di tutto, resta la vecchia regola: per essere promossi bisogna studiare.
Dottor Rampin, “Come non farsi bocciare a scuola” è un libro che fa sorridere, ma ha delle reali basi di “strategia scolastica”. Su cosa si basano queste tattiche? «Prima di tutto sull’esperienza diretta, sia quella di noi autori sia quella degli studenti di oggi: ragazzi che incontro nel mio studio di psicoterapeuta, nonché quelli che ho in casa. Molte delle tecniche descritte si basano sulla fisiologia della mente e del cervello come ad esempio i consigli sulle tempistiche dello studio e sul consolidamento di quanto si è studiato (come prendere appunti, come intervenire in classe, rispettare i tempi del sonno, creare utili associazioni di ricordi e nozioni), mentre altre si basano sull’applicazione alla vita quotidiana delle logiche peculiari che agiscono nei contesti conflittuali. In quest’ultimo caso, entriamo nel campo della cosiddetta “logica strategica”, che descrive il conflitto tra volontà opposte, basata su una serie di accorgimenti che possono apparire paradossali, ma che di fatto funzionano. Esempi di logica strategica per gli studenti? Costringersi a studiare meno tempo di quello che hai a disposizione: in questo modo si sarà portati ad essere più concentrati. Oppure, se bisogna scrivere un tema e non si sa da che parte iniziare, scrivere per prima cosa il paragrafo conclusivo: il resto verrà più facilmente».
Dagli esempi che troviamo nel libro, verrebbe da pensare che gli studenti non siano preparati ad affrontare le difficoltà con un po’ di organizzazione e che tendano ad “improvvisare” anche lo studio, buttandosi sui libri il giorno prima del compito o dell’interrogazione. «Ho la netta sensazione che molti studenti non vivano l’impegno scolastico con la giusta dose di “attivazione”, come se pensassero che, vada come vada, ci sarà sempre il rimedio (ripetizioni, corsi di recupero, cambio di istituto andando in uno che ha fama di essere “più facile”, mandare i genitori a protestare con gli insegnanti; produrre un certificato che affermi che se il ragazzo viene bocciato è a rischio di problemi psicologici, ecc.). In pratica, sembra che i ragazzi pensino che “non vale la pena prendersela troppo”. Non si tratta però di un distacco filosofico: questo atteggiamento, anzi, indica molto spesso un generale disimpegno che fa da sfondo a qualsiasi progetto o disegno».
Molti atteggiamenti che lei suggerisce di correggere si basano sul tempo, che i ragazzi sembrano in difficoltà a gestire, con un disordine nei ritmi di studio che fa sprecare preziose energie. Può essere conseguenza del vivere in un mondo “botta e risposta”, in cui si agisce d’impulso? «In un certo senso è come se le giovani generazioni non avessero la stessa percezione del tempo che avevano le precedenti. Oggi è tutto più rapido, più accelerato: i ragazzi parlano persino più velocemente, tanto che a volte è difficile capire quello che dicono, e questo potrebbe dipendere dalla pratica abituale di attività (elettroniche, digitali, informatiche…) impostate su ritmi velocissimi. Un altro fattore sinora inedito è l’immediata disponibilità di qualunque informazione o risposta a un bisogno: se si vuole parlare con qualcuno basta telefonargli (una volta, se si era per strada, occorreva prima trovare una cabina; se si era a casa bisognava sperare che anche l’altra persona lo fosse), per avere un’informazione basta cliccare un tasto (una volta si doveva andare in biblioteca) e così via: ne deriva l’incapacità a tollerare le frustrazioni, e soprattutto la frustrazione dell’attesa. Persa la percezione dell’attesa, svanisce anche il senso dello scorrere del tempo».
In un passaggio del libro lei scrive che “gli insegnanti sono solo esseri umani”. Eppure, tutti ricordiamo di avere avuto almeno un prof. che, senza ombra di dubbio, ci detestava. È solo suggestione? «Speriamo proprio di sì! Pur con l’ironia che è presente in tutto il libro, abbiamo voluto ricordare che i professori sono persone e, come tutti, hanno caratteristiche di personalità, di temperamento e di carattere che non possono per forza piacere a tutti. Tuttavia, quando si stabiliscono relazioni disfunzionali tra un insegnante ed un alunno, la responsabilità non è mai in una sola delle due parti. Prima di essere professore e studente, sono innanzitutto due persone e quindi, se un rapporto parte con il piede sbagliato, si può provare a recuperare la situazione modificando il proprio atteggiamento. Altri aspetti di cui uno studente dovrebbe tener conto sono l’importanza della prima impressione, il fatto che anche i professori, come tutte le persone, sono portate ad avere degli stereotipi, unito alla consapevolezza che un insegnante non ha motivo di odio verso gli studenti. Tuttavia costruire un buon rapporto con un docente o i compagni non è sufficiente alla promozione: per riuscire a scuola bisogna studiare, non ci sono scorciatoie».
Molti dei suggerimenti del libro si basano sulle relazioni interpersonali. Quanti di questi suggerimenti potrebbero essere applicati anche al mondo del lavoro? «Tutti. A scuola non si impara solo l’italiano o la matematica, ma anche lo stare assieme, il risolvere i problemi derivanti dall’interazione con i nostri simili, l’affrontare le cose con metodo e razionalità… insomma, tutto quello che poi serve nella vita e nel lavoro. Per questo la scuola continua a essere ancora oggi una preziosissima palestra di vita, anche quando ci sono difficoltà e ostacoli. Anzi, soprattutto in queste occasioni».
DI GIACOMO MOLUCCHI
 

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