BASTA DIRE "CI VORREBBE PIU ETICA"?

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L’etica nel mondo del lavoro è un argomento di grande attualità. Proprio a Venezia ha sede presso il Marcianum uno specifico master volto a promuovere la gestione etica come risorsa per la crescita e la competitività delle imprese

Jeremy Bentham filosofo e giurista inglese del 1700, definisce la morale come  nient’altro che la regolazione degli egoismi. Non so chi oggi può dirsi d’accordo con questa affermazione senza contemplare anche tutte le conseguenze che essa produce. Quando il filosofo dell’utilitarismo ci segnala la necessità delle regole, delle leggi, ci dice ciò che molti ancora oggi pensano. L’etica in economia non è altro che rispetto delle leggi. Una affermazione di questo tipo è di per sé vera quanto limitata. Se fosse così  infatti lo stesso concetto di etica non sarebbe necessario, sarebbe sufficiente quello di legalità. Osservare le leggi sarebbe sufficiente per avere un mondo giusto. Ma la realtà odierna, con la crisi che stiamo faticosamente superando, contraddice questa tesi. Lo speculatore di turno può in diversi modi sfuggire alla legalità. Innanzitutto influenzando i poteri legislativi affinché promulghino leggi in favore dei suoi interessi. Il peso dei poteri economici nelle nostre società basate sul consenso democratico è riconosciuto da tutti. Lo sforzo di una buona politica dovrebbe essere quello di tentare una mediazione fra interessi di pochi e quelli di tutti, in particolare dei soggetti deboli.
Questo non avviene perché il meccanismo democratico è di per sé influenzabile. Anzi la legalizzazione delle lobbies, operata in diversi Stati, ci indica che è meglio che questi poteri esercitino in modo palese e non occulto le loro influenze. Va detto poi che il potere della legge si afferma se esiste un potere realmente sanzionatorio. Ma troppe volte gli speculatori di turno sfuggono ai controlli, o questi non vengono esercitati a dovere. Potrei aggiungere su questa linea i molti altri casi. La mia impressione è che l’etica ha necessità della legge, ma come già gli antichi consideravano: non mos non ius cioè la legge si innesta sul mos, da cui nella nostra lingua derivano i termini di morale, etica appunto. Insomma o ci sono dei valori che sostanziano il vivere civile e sono i termini di paragone riconosciuti da tutti o anche le leggi risultano sia nel loro fondamento, sia nel loro esercizio, parziali. A favore appunto di una parte. Sbilanciate per cui ingiuste, se ancora il simbolo della bilancia ha un senso per raffigurare il diritto, che dice di dare a ciascuno ciò che gli spetta. Che cosa è l’etica allora?  Suggerisco una possibile definizione: etica non è innanzitutto obbedienza alla legge, ma motivazione, costume condiviso di un popolo, valori che sono alla base della sua stessa convivenza e quindi fondamento della legge. Questo è quanto dicono anche gli imprenditori più avveduti che hanno fatto del loro legame sociale con l’humus culturale la base di partenza per fare impresa.
Impresa nella quale i risultati  avevano  un senso perché ricadevano su tutti, costituendo un volano per il bene- essere. Si pensi ad esempio, al modello veneto di impresa che non è potuto e non  può prescindere dalla volontà di costruire insieme un avvenire della propria azienda, inserita in un territorio e in una cultura familiare, sociale, religiosa, non solo per l’interesse di qualcuno ma per il bene di tutti. I quali  potranno poi far ricadere questo bene sull’acquisto di beni e servizi che le aziende producono. Da questo punto in poi l’etica, non più con un significato restrittivo, proprio perché riguarda tutti, a tutti conviene. Conviene,  giova, è utile non solo è giusta. L’etica nasce all’ interno della cultura antica come metodo per arrivare alla felicità. Non esiste vera felicità che non sia il frutto di una relazione. Lo sapeva  bene il padre dell’economia moderna Adam Smith che nella sua prima opera The Theory of Moral Sentiments attribuiva alla simpathy la ragione fondamentale della spinta economica. Gli uomini hanno bisogno degli altri uomini per conseguire la loro finalità primaria che non è quella di possedere beni intesi come fini, ma di usare i beni per accrescere il bene dello stare insieme, del comunicare, del reciproco sostegno, dell’apertura alla verità più profonda del proprio essere.
Da qui nasce la fiducia  reciproca senza la quale ogni azione economica sarebbe impossibile. E da questa discendono i principi di etica applicata. Voglio presentarne, in questo contesto, solo alcuni che  credo fondamentali. Il primo riguarda il profitto, dal quale si può riconoscere la giusta funzione, come primo indicatore del buon andamento dell’azienda: ciò non  deve però offuscare la consapevolezza del fatto che non sempre il profitto segnala che l’azienda stia servendo adeguatamente la società. È infatti possibile, ad esempio, che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Questo non deve mai accadere. In seconda istanza l’iniziativa economica è espressione dell’ intelligenza umana e dell’esigenza di rispondere ai bisogni dell’uomo in modo creativo e collaborativo. Nella creatività e nella cooperazione è scritta l’autentica concezione della competizione imprenditoriale: un cum-petere, ossia un cercare insieme le soluzioni più adeguate, per rispondere nel modo più idoneo ai bisogni che man mano emergono. Il senso di responsabilità che scaturisce dalla libera iniziativa economica si configura non solo come virtù individuale indispensabile per la crescita umana del singolo, ma anche come virtù sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale. In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna. Tutto ciò necessita di formazione permanente degli imprenditori e dirigenti che devono affrontare sempre nuove sfide.
DI MONSIGNOR FABIANO LONGONI*
*CONDIRETTORE DEL MEGA, MASTER IN ETICA E GESTIONE D’AZIENDA – WWW.MARCIANUM.IT

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