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Bassil’ora: nei cinema il miglior documentario dell’Italian Film Festival di Cardiff.

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Personaggi, luoghi e produzione veneti narrano con Bassil’ora una delle più cruente pagine della storia italiana

Presentato in anteprima mondiale lo scorso novembre all’Italian Film Festival di Cardiff, prestigioso appuntamento del Regno Unito dedicato al cinema italiano, si è portato a casa il Canfod Award come Miglior Documentario. Bassil’ora, il documentario che narra la cruenta Campagna di Russia, si può ora vedere al cinema. E’ infatti iniziata da dicembre la programmazione nelle sale italiane. Il docufilm nasce grazie a una preziosa testimonianza del protagonista, il centenario Giuseppe Bassi, uno dei pochi sopravvissuti di quella tragica pagina di storia. Molte le proiezioni anche in Veneto: dopo Padova e Dolo il documentario sarà nelle sale di Montebelluna (14 gennaio), Belluno (29 gennaio), Cornuda (6 febbraio), Pieve di Soligo (6 marzo) per poi girare l’Italia e fare tappa anche a Bologna, Torino, Milano e Brescia.

Giuseppe Bassi in una scena del film. Backstage. @ Martina Acazi

Bassil’ora, la storia

Narra una storia vera Bassil’ora, il cui promo era stato presentato all’ultima Mostra del Cinema del Lido di Venezia suscitando commozione e molto interesse tra gli addetti ai lavori.
Il documentario alterna le vicende reali di Giuseppe Bassi che fu fatto prigioniero durante la Campagna di Russia, a quelle di Katerina. Interpretato dall’attrice uzbeka Karina Arutyunyan, una donna di origini russe che abita a Mestre ma che proviene proprio da quel paese in cui Giuseppe ha vissuto tanta sofferenza, il personaggio femminile è invece frutto di invenzione. Dal connubio tra realtà e finzione nasce una testimonianza intensa di un passato tragico e di pagine di storia troppo spesso dimenticate.

Giuseppe Bassi e Karina Arutyunyan alla Mostra del Cinema di Venezia, dove Bassil’ora è stato presentato per la prima volta

Il documentario alterna il girato a scene d’animazione costruite grazie ai disegni che il protagonista Giuseppe Bassi fece mentre era nei campi di prigionia.
Con il suo tratto preciso e un piccolo lapis Giuseppe riuscì a fissare sulle cartine delle sigarette luoghi, orrori e tragedie umane ed è grazie a lui se è stato possibile identificare anche alcune fosse comuni dei soldati italiani in Russia. Dentro Bassil’ora c’è tutta la tragedia di quella campagna militare, la resa degli italiani all’esercito sovietico, le marce nella neve, la fame, i pidocchi, le notti a -40 gradi, i soldati trucidati, gli amici mai ritornati.

Un progetto veneto

Giuseppe Bassi, il protagonista, è nato a Villanova di Camposampiero come pure la regista Rebecca Basso; da molti anni vive a Mestre anche l’attrice uzbeka coprotagonista, Karina Arutyunyan; veneti i luoghi che hanno fatto da sfondo alla storia (ad eccezione di alcune scene girate in Friuli). Anche Emera Film, la casa di produzione è veneta.
Il documentario è stato prodotto anche grazie al contributo di Kioene e Regione del Veneto,  il sostegno della Pro loco di Villanova di Camposampiero e i patrocini dei Comuni di Villanova di Camposampiero e Pozzuolo del Friuli e dell’UNIRR.

Giuseppe Bassi, il testimone

Giuseppe Bassi, che il prossimo 3 febbraio spegnerà 101 candeline, è un sopravvissuto alla Campagna di Russia ed è uno dei pochissimi reduci dell’Armata Italiana.
Si arruolò a soli 23 anni e prese parte alla Campagna di Russia come sottotenente del 120° Reggimento Artiglieria Motorizzata, Divisione Celere.
Era il 1942 quando venne catturato dai Sovietici ma fece ritorno a casa soltanto nell’aprile del 1946, dopo 42  mesi di prigionia e tre campi di concentramento.
Questo centenario, ancora straordinariamente lucido e arzillo e senza timore davanti le telecamere, ha stupito tutti con la sua interpretazione in Bassil’ora, il documentario al quale ha donato anche il titolo. Catturato alla vigilia del Natale del 1942, fu l’unico che riuscì a nascondere il suo orologio dentro una scarpa, conservandolo funzionante fino al suo ritorno a casa e permettendo a lui e ai suoi compagni militari di contare il tempo.

L’orologio della sopravvivenza

Quell’orologio è diventato un cimelio che Giuseppe custodisce gelosamente insieme a molti altri ricordi, tra cui disegni e foto. Oggi è incorniciato in un quadro e la scritta incollata sotto è particolarmente toccante: “E’ ritornato unico superstite su oltre 100.000 prigionieri italiani in Russia, dopo aver segnato 30.996 ore di fame, di freddo, di morti e di abbandoni… qui si è fermato”.

Non si è fermato mai Giuseppe, invece, che per sopravvivere durante quei mesi di prigionia si muoveva sempre, si offriva per qualsiasi lavoro, mangiava la neve quando le scorte di cibo finivano. Il suo unico obiettivo era sopravvivere per raccontare quella tragedia mondiale che per 42 mesi fu anche la sua tragedia personale. E lo sta facendo ancora. Dopo aver scritto il libro“Dal fronte del Don ai lager sovietici”, Giuseppe continua ad andare negli istituti scolastici per portare la sua testimonianza e quest’anno è diventato attore e protagonista della sua stessa storia.

 

 

 

 

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