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“So che posso farcela”. Un angelo biondo e la sfida delle gare impossibili.

Una scarica elettrica.
E’ questo che trasmette Barbara Duprè, una delle più toste ultramaratonete italiane.
“Dove sta la novità?- direte voi – Quanti praticano attività sportive anche ad altissimi livelli?”.
Eppure, ne siamo certi,  la sua storia vi appassionerà.

Barbara, nata a Mestre quarantotto anni fa, normalmente fa l’odontoiatra nel suo studio dentistico di Martellago.
Ha due occhi che ridono e il fare gentile.
Sotto il suo aspetto tranquillo si nascondono però  grinta, tanta energia, determinazione e spirito avventuroso.
Alle maratone Barbara  è arrivata tuttavia, quasi per caso, solo nel 2000, all’età di trent’anni.
Ne ha corsa una, due, tre… Quando è arrivata alla trentesima ha capito: voleva osare di più.

 

L’ultramaratoneta Barbara Dupré. Sulla fronte, il tilak, decorazione hindu fattale dagli amici del Nepal in segno di protezione

 

L’anno della svolta, nella vita come nello sport

E’ così che, nel 2008, Barbara scopre il Trail, una specialità della corsa a piedi in ambiente naturale, e comincia a gareggiare su distanze che superano anche i 100 chilometri.
Sappiamo tutti però che nulla capita per caso e che ci sono coincidenze che possono cambiarti la vita.
Succede anche a lei  quando, un giorno di quello stesso anno, trova a un corso di aggiornamento una locandina di un’associazione che cerca volontari per una missione umanitaria in Africa.
Barbara ha sempre sognato di fare il medico missionario e non si lascia scappare l’occasione: destinazione  l’Isla del Fogo, nell’arcipelago di Capo Verde, in mezzo all’Oceano Atlantico.
Quando  ci racconta di questa sua prima esperienza umanitaria, avvertiamo che il suo cuore comincia ad accelerare. E sgorgano ricordi ed emozioni che profumano di una terra lontana.

 

Barbara Dupré al lavoro come volontaria

 

“Quel mese di ambulatorio dentistico è stato straordinario seppur faticoso. In quell’isola ho avvertito per la prima volta che stavo cominciando a dare un senso alla mia vita. Ho incontrato i sorrisi di uomini, donne e bambini che ogni giorno mi ringraziavano per le cure che prestavo.

Barbara Dupré tra le nuove amiche in Africa

Gli stessi uomini, donne e bambini che mi sostenevano e mi incitavano durante i miei allenamenti mattutini lungo le strade ventose e bruciate di quell’isola vulcanica”.
Perchè Barbara, angelo biondo con l’oceano negli occhi, non ha mai smesso di correre. Come Forrest Gump.

 

Barbara Duprè tra i piccoli pazienti a Capoverde Fogo

 

Vacanze nelle vacanze

Nel 2009  Barbara va in Kenia per “una vacanza nella vacanza” che tradotto nel suo linguaggio significa partecipare a una gara massacrante (quella sugli Altipiani dei Masai) e poi fermarsi lì altre due settimane per prestare aiuto in un ospedale per malati terminali di AIDS.
L’anno successivo aggiunge un’altra sfida: una 250 chilometri a tappe nel Sahara, la mitica Marathon dês Sables.
La sua voce, adesso morbida come le dune del deserto, ci spiega che “non è una gara normale, ma un viaggio a tappe in autosufficienza.
In pratica ogni atleta parte con uno zainetto sulle spalle che per alcuni giorni sarà la sua casa. E’ stato lì che ho capito quanto poco basta per vivere – continua Barbara – E’ fantastico togliersi di dosso tutto il superfluo per tornare a uno stato quasi primitivo. Ero sola in mezzo al deserto ma non ho mai avuto paura, a vegliare su di me c’erano le stelle delle fredde notti africane”.

Obiettivo Ironman

Archiviate le maratone e dopo tanti ultratrail, l’instancabile Barbara sente di volersi mettere ancora alla prova. Quella che le viene proposta da un amico triatleta è la sfida con la maiuscola: l’Ironman, la gara impossibile, la gara che può regalarti grandi emozioni ma altrettante sofferenze e delusioni. “So che posso farcela” è l’unica sua certezza.
Barbara aggiunge  così alle ali dei piedi anche tanto fiato per muoversi veloce nelle acque e due quadricipiti d’acciaio per affrontare la corsa in bicicletta. Cominciano i duri allenamenti.
Parafrasando una nota canzone di Luca Carboni, ci vuole “un fisico bestiale” per sostenere 3,8 km di nuoto, 180 in bici e 42,125 km di corsa, tutto in un tempo massimo di 17 ore.
Lei ce l’ha, condensato in un metro e sessantasette di  altezza. E nulla è lasciato al caso: né l’allenamento fisico, né quello mentale e tantomeno la dieta. Non abbiamo ancora capito come riesca a conciliare lavoro, sport e vita privata. Ogni mattina la sua sveglia suona alle 5.30 per l’allenamento a piedi o in bicicletta, poi corre a indossare il camice da dentista, di sera tocca agli allenamenti in vasca.
Tutti i giorni, nessuno escluso, e con ogni condizione atmosferica perché niente ferma la nostra lady d’acciaio.
Due medaglie in saccoccia: 2010 Elbaman e 2016 Venice Challenge.

I risultati

Dopo aver letto delle gare a cui ha partecipato avrete anche voi l’impressione di essere davanti a una wonder woman. E magari qualcuno ci vedrà pure un filo di pazzia. Non è così.
Certo, Barbara ama il rischio, però tutto viene preparato con meticolosità. “Ogni corsa una sfida con in testa solo la voglia di arrivare alla fine intera e sorridente”, ecco il motto di Barbara.
Ci riassume le gare più importanti, le stremanti 250 km a tappe in autosufficienza, molte in condizioni estreme. Dal 2011 al 2018 corre nel Deserto dei Gobi in Cina, in Nepal a 3.200 metri di altezza, nel deserto in Giordania, tra i ghiacci artici dell’Islanda, nel verde smeraldo del Madagascar, tra le aride terre del Deserto di Atacama, nella ventosa Patagonia, il mondo alla fine del mondo.
E come niente fosse le restano pure gambe e fiato per correre un triathlon in Thailandia.
Ci aggiunge, nel 2014 e nel 2016, altre due esperienze in campo umanitario nel Ladakh, il piccolo Tibet indiano, in un ospedale a 3.800 metri di altitudine.

 

 

Quest’anno sta pensando a un’altra missione, forse in Guatemala, altra terra straordinaria.
Ogni gara custodisce un ricordo, ogni ricordo una tessera di un mosaico.
Il risultato è un quadro che racconta una vita vera, vita al limite, storie di fatica, sudore, momenti esaltanti tra sport e solidarietà.
Non le abbiamo chiesto se pensava di aver realizzato tutti i suoi sogni e di aver dato un senso alla sua vita. Era superfluo.

 

 

1 commento su ““So che posso farcela”. Un angelo biondo e la sfida delle gare impossibili.”

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