La sindrome da rientro non è solo nostalgia delle ferie: è il momento in cui il confronto tra la vita vissuta in vacanza e quella di tutti i giorni può rivelare cosa ci manca davvero
Per un paio di settimane l’anno, stravolgiamo tutto: orari, quantità di tempo libero, rapporto con il telefono, movimento, relazioni, alimentazione, sonno.
Poi torniamo alla vita abituale. E il contrasto ci fa notare cose che durante l’anno riusciamo a ignorare.
Già con le valigie da disfare, mentre si butta l’occhio sulle prime e-mail per capire cosa ci aspetta al rientro, quando il gruppo WhatsApp dell’ufficio torna improvvisamente a vivere e tra le notifiche che incalzano sul nostro telefono, si guarda con malinconia l’ultima foto delle vacanze.
È la sindrome da rientro? Certo. Ma forse non soltanto.
La “tristezza” che arriva quando finisce una vacanza potrebbe raccontarci infatti qualcosa di più interessante: quanto ci piace la vita dalla quale siamo appena tornati.
La sindrome da rientro
Chiamare la malinconia che ci coglie già il giorno prima che termini la vacanza “sindrome da rientro” non è una forzatura.
Lo sanno bene gli psicologi, che sul tema hanno pubblicato diversi studi e che ogni anno si trovano a rispondere alle domande di chi vive quella fastidiosa fatica di ritornare al lavoro.
“Il rientro al lavoro non deve essere vissuto come la fine della libertà, ma come un momento di progettualità – afferma lo psicologo, pedagogista e chinesiologo Claudio Belardo – . Molte persone soffrono perché cercano di ripartire immediatamente al cento per cento delle proprie possibilità. Il segreto del mental coaching, applicato tanto agli atleti d’élite quanto ai professionisti in azienda, sta invece nella gradualità e nella capacità di conservare piccoli spazi di decompressione anche durante la settimana lavorativa”.

Dalle ferie alla routine: il rientro va allenato
Ecco allora che arrivano i consigli su come affrontare il malessere post ferie.
Il primo riguarda la pianificazione di un rientro “morbido” : “è meglio evitare di tornare al lavoro il giorno immediatamente successivo al viaggio -spiega Belardo -. Servono almeno 24-48 ore di transizione a casa per riabituare la mente ai vecchi ritmi”.
Trascorse le 48 ore, però, al faccia a faccia con i propri impegni lavorativi bisogna ritrovarsi. E allora?
“E’ il caso di darsi dei micro-obiettivi quotidiani – consiglia Belardo -: parcellizzare le attività lavorative giornaliere, celebrare i piccoli successi per mantenere alta la motivazione”.
Non sempre è sufficiente per risentirsi in forma dietro la scrivania, piuttosto che con un mezzo da guidare, in una fabbrica o in un’aula di tribunale.
Ed è qui che la psicologia suggerisce un ancoraggio utile a scaricare il cortisolo e a stimolare invece le endorfine per sentirsi meglio: lo sport.
“Settembre è il vero capodanno per gli obiettivi personali. Integrare subito l’attività fisica nella routine aiuta molto”, precisa lo specialista.

Cosa ci racconta davvero il malessere dopo le vacanze
E se la sindrome da rientro non fosse il problema, ma il messaggio?
In ferie cambiano sonno, alimentazione, movimento, socialità, soprattutto tempo libero.
Possiamo osservare il nostro comportamento in quei giorni per capire quali sono i nostri bisogni trascurati durante l’anno?
“La vacanza ci mette davanti alla realtà: facciamo vite non sostenibili per i nostri ritmi psico-fisici – rileva Claudio Belardo -. In vacanza ritorniamo in una dimensione più umana, magari in mezzo alla natura che ci rilassa e rallenta il tempo. Generalmente viviamo contesti e ritmi che non fanno propriamente per noi. Se avessimo vite pienamente soddisfacenti, anche per i ritmi da sostenere, non avremmo l’ansia di tornare a lavorare”.
L’ultima fotografia
La vacanza, insomma, potrebbe essere considerata una fotografia. Quella che riepiloga il nostro break dal lavoro e dalla quotidianità.
Gli studi (una meta analisi pubblicata sul Journal of Applied Psychology nel 2025 ne ha raccolti 32, con 256 stime di effetto) confermano che le pause dal lavoro producono benessere e che i benefici non svaniscono rapidamente.
E’ fondamentale però riuscire a distaccarvisi anche psicologicamente e magari inserire tra gli svaghi delle vacanze dell’attività fisica.
La questione, dunque, riguarda cosa facciamo quando finalmente smettiamo di lavorare.
“Purtroppo spesso anche in vacanza persiste uso smodato del cellulare – sottolinea Belardo -. Sotto l’ombrellone, ce l’hanno tutti in mano. Un’autoregolazione può aiutare a vivere meglio la vacanza e a ritornare più freschi alle nostre vite. Bisogna svincolarsi dalla paura di non essere presenti. Bisogna imparare a dar tregua al nostro cervello”.

Il vero recupero comincia quando smettiamo di pensare al lavoro
Possiamo essere fisicamente lontani dall’ufficio e continuare, mentalmente, a esserci dentro.
La mail che controlliamo dalla spiaggia, il problema lasciato sulla scrivania che continuiamo a rimuginare, la riunione che ci aspetta al rientro, il cliente che potrebbe scrivere o il telefono che teniamo acceso “nel caso servisse” inficiano l’effetto benefico della vacanza.
Il vero recupero inizia quando smettiamo di pensare al lavoro e ai problemi.
E poco importa la durata delle ferie. Oltre al distacco psicologico e all’attività fisica, altri elementi in gioco per rigenerarsi sono fare ciò che durante l’anno non riusciamo a fare (rallentare, dormire, muoverci, stare con gli altri, non essere continuamente reperibili) e sentire di avere il controllo sul nostro tempo. Anche per decidere di non far assolutamente nulla.
“In vacanza ero un’altra persona”
La vacanza riduce ma non cancella lo stress. Però può mostrarcelo.
Se in vacanza scopriamo di avere bisogno di dormire nove ore, probabilmente eravamo stanchi.
Se ci accorgiamo di non riuscire a stare un’ora senza controllare il telefono, forse il problema è la nostra relazione con la reperibilità.
Se ci manca soprattutto il tempo per le persone che amiamo, forse il problema è la quantità di tempo che riusciamo a proteggere durante l’anno.
E se la cosa che ci manca di più è non dover fare continuamente qualcosa, allora forse abbiamo qualcosa da osservare nel nostro rapporto con la produttività.
Non è raro sentire colleghi o amici rientrati al lavoro asserire: “in vacanza ero un’altra persona”.
“Durante l’anno viviamo troppo dentro ruoli e obblighi. In vacanza ci avviciniamo molto di più alla dimensione di noi stessi – dice Belardo -. Se tutto fila liscio, è difficile che una persona sia nervosa. Ecco perché farebbe bene non aspettare una volta l’anno per staccare la spina. Brevi intervalli più volte l’anno aiutano di più”.
E se poi ogni volta torniamo malinconici, con la sindrome da rientro al lavoro?
Nulla di male. “E’ una difficoltà transitoria – tranquillizza l’esperto. Se riguarda solo l’ambito lavorativo non è allarmante. Può esserlo invece se persiste e riguarda un po’ tutto l’ambito della nostra quotidianità”.
Ma se la vacanza ci ha fatto capire che qualcosa della nostra vita quotidiana non ci piace, un rimedio c’è: possiamo cercare di trasferire alcuni elementi della nostra vacanza nella nostra vita di tutti i giorni. “Tutto ciò che ci fa star bene – sottolinea Belardo -. Abbiamo creato delle catene invisibili, ma vivere diversamente è possibile: siamo noi stessi a crearci delle barriere. Possiamo invece imparare a riprenderci i nostri tempi, a dar tregua al nostro cervello, ad ascoltarci”.
Consuelo Terrin



