Il rapporto Save the Children: criminalità minorile tra le più basse d’Europa, ma aumentano i reati violenti e il porto di coltelli. I ragazzi: “Almeno fare paura significa essere visti”
“Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo e spesso lo trovano dentro dinamiche violente”. “Almeno fare paura significa essere visti”. “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”. “In quel momento, sei come in un videogame: vuoi solo finire il livello”.
Bastano queste 4 frasi (la prima di un operatore, le seguenti di 3 ragazzi), riportate nel nuovo rapporto “(Dis)armati: violenza giovanile in Italia”, per capire l’evoluzione recente di un fenomeno che desta a ragione sempre più allarme sociale.
Perché, è uno dei risultati più significativi emersi dalla ricerca appena pubblicata da Save the Children, il tasso di criminalità minorile italiano resta tra i più bassi in Europa, ma aumentano i minori denunciati o arrestati per reati violenti. E si tratta solo della punta di un iceberg assai complesso, fatto di fragilità emotive, solitudine e vuoti educativi e relazionali, che non si può pensare di risolvere solo sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico.
I dati a due velocità sulla violenza giovanile in Italia
Guardando alle cifre, il trend di diminuzione dei minorenni e dei giovani adulti coinvolti nel sistema di giustizia ha determinato nei 20 anni tra il 2004 e il 2024 a un calo di segnalazioni dell’Autorità giudiziaria agli Uffici di servizio sociale per i minorenni da 23 mila a 14.220. Il tutto pur essendo aumentate le prese in carico, che hanno toccato quota 23.862, con il 73% dei casi nella fascia 14-17 anni (a Venezia, per esempio, si registra in questa fascia una delle incidenze più elevate d’Italia per i reati di lesioni personali, rapina e minaccia), ma anche un preoccupante 1% sotto questa età.
L’Italia rimane agli ultimi posti anche per quanto riguarda minori e giovani adulti sospettati o autori di reato, pur aumentati dai 329 ogni 100 mila abitanti del 2014 ai 363 nel 2023. Molto più preoccupante, però, è la crescita del numero di minorenni coinvolti in alcuni reati violenti.

Nello specifico, tra il 2014 e il 2024 sono più che raddoppiati quelli che hanno effettuato rapine (arrivati a 3.968, in crescita in tutte le regioni di Centro-Nord, con le sole eccezioni di Piemonte e Lazio) e causato lesioni personali (4653), con un aumento percentualmente più marcato per i coinvolti in risse (1.021 contro 433 e un aumento vicino al 100% nel solo confronto tra 2019 e 2024) e ancor più significativo per gli autori di minacce, che hanno toccato quota 1.880. Nei dati, basati sul numero di denunce, c’è infine una flessione (da 406 a 109 in 10 anni) per quanto riguarda i minori denunciati o arrestati per associazione per delinquere, anche se nei primi 6 mesi del 2025 quelli coinvolti nella criminalità organizzati sono già 46 contro i 49 del 2024, con un’affiliazione criminale che nasce spesso dalla povertà educativa.
Armi, branco e social: temi che invitano alla riflessione
Tra i dati che emergono con maggior forza dal rapporto c’è poi quello che testimonia la sempre maggior diffusione di armi tra gli adolescenti. Le segnalazioni di minori per porto abusivo sono aumentate dalle 778 del 2019 alle 1.946 del 2024. E i dati sono in ulteriore aumento nel primo semestre 2025. Si tratta prevalentemente di coltelli, per i quali si sta assistendo a una vera e propria normalizzazione dell’utilizzo, che può dar vita a una pericolosa escalation di violenza. In quello che il rapporto chiama “cortocircuito della paura”, gli adolescenti raccontano infatti di girare armati non solo per sentirsi più sicuri, ma anche per affermare il proprio status all’interno del gruppo e dunque essere rispettati.
Rabbia, marginalità e desiderio di riscatto
La violenza può insomma diventare, suggerisce Save the Children, un vero e proprio “linguaggio” attraverso cui cercare riconoscimento, visibilità o appartenenza, soprattutto quando mancano spazi di ascolto e relazioni educative solide.
Sono, del resto, cambiate anche le dinamiche dei gruppi giovanili.

Non si parla più solo di “baby gang”, ma spesso di aggregazioni temporanee e fluide, che si allargano rispetto alle sole aree di marginalità e fanno emergere spesso una forte “appartenenza al quartiere”, con anche la musica (trap, rap e in alcuni casi anche il neomelodico) vissuta come linguaggio attraverso il quale esprimere rabbia, marginalità e desiderio di riscatto.
“Branchi” che in molti casi nascono e si organizzano attraverso i social media: convocando incontri o scontri e costruendo alleanze o rivalità tra gruppi, ma anche intrecciando relazioni con mercati illegali e ambienti di radicalizzazione. Senza dimenticare che in molti casi la violenza viene ripresa, diffusa e condivisa online, rendendo pubblica la performance. Al riguardo, il rapporto evidenzia che il 13,4% dei ragazzi e l’8,4% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno assistito a scene di violenza filmata, non mancando anche chi ammette di aver registrato episodi di questo tipo col proprio smartphone.
Il grido di allarme dei giovani e il necessario cambio di prospettiva
Gli adolescenti, dunque, hanno cambiato intensità e modalità di percezione della violenza, che oggi appare più immediata, visibile, condivisa e amplificata, anche attraverso i social media.
L’esplorazione effettuata dal rapporto, che si basa sulle testimonianze dirette dei giovani e degli adulti che li accompagnano soprattutto nei percorsi di reinserimento, ha fatto dunque emergere quello che Save the Children definisce “un grido profondo che interroga con urgenza il mondo degli adulti”. Proprio partendo dalle considerazioni sulle armi, il rapporto fa notare l’evidente contraddizione legata al fatto che molti adolescenti di questa generazione che sta attraversando cambiamenti epocali, spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, appaiono sempre più “disarmati” dal punto di vista emotivo e relazionale, sentendosi emotivamente fragili, soli, alle prese con rabbia e frustrazione, vivendo un progressivo svuotamento affettivo e percependo il futuro come incerto e minaccioso.

“Per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile – commenta Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children – è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi. È necessario coinvolgere minori e giovani adulti in percorsi di responsabilizzazione”. “La risposta – aggiunge la direttrice delle relazioni istituzionali, Giorgia D’Errico – non può essere solo repressiva o punitiva. Il nostro rapporto sottolinea la necessità di rafforzare le politiche educative e preventive”.
Alberto Minazzi



