Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del comitato a sostegno del cambio di data
E’ confermato. Sulla separazione delle carriere e altri temi legati alla Riforma della Giustizia si andrà alle urne il 22 e 23 marzo 2026. A nulla è valsa la richiesta di sospendere o spostare le date da parte del Comitato promotore della raccolta di firme popolari che puntava ad annullare la deliberazione con cui, il 12 gennaio scorso, il Consiglio dei Ministri aveva fissato il Referendum.
Il Tar del Lazio ha infatti bocciato il ricorso.
Secondo i giudici amministrativi, la procedura referendaria era già stata attivata legittimamente da uno dei soggetti previsti dall’articolo 138 della Costituzione, i parlamentari nello specifico. Sono stati così giudicati infondati i motivi che avevano mosso la richiesta.
Una volta che l’Ufficio centrale della Cassazione verifica la legittimità di tale richiesta, il Governo ha l’obbligo di indire le votazioni senza esitazioni.
La richiesta respinta
I ricorrenti, il “Comitato dei 15”, chiedeva di sospendere o spostare le date del 22 e 23 marzo mentre la raccolta firme, con 500 mila già depositate, era ancora in corso. Secondo loro sarebbe stata violata la prassi che prevede di attendere tre mesi dalla pubblicazione della legge, termine entro il quale elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di ciascuna Camera possono chiedere la consultazione.
Il Tribunale Amministrativo del Lazio ha stabilito che non è possibile bloccare un decreto di indizione basandosi su un evento futuro e incerto, come la potenziale ammissione di un secondo quesito. E indipendentemente dal numero di firme raccolte. In altre parole per il Tar non sussiste ragione giuridica per cui l’esecutivo debba differire il voto solo perché un altro soggetto sta cercando di promuovere lo stesso referendum o uno analogo.
Referendum giustizia, sì al 59%
Intanto, a meno di due mesi dal Referendum, il sondaggio dell’Istituto Noto prevede bassa affluenza e verdetto apparentemente definito. Secondo quanto rilevato, il 45% degli italiani dichiara che andrà a votare, il 49% si asterrà mentre la quota degli indecisi è del 6%.
In particolare, il 59% degli italiani darebbe il suo voto favorevole alla separazione delle carriere dei magistrati, così come uscita dal Parlamento, mentre il 41% voterebbe no, quindi per l’abrogazione.
Sull’essere favorevoli o no in merito all’introduzione di due consigli superiori della Magistratura, ovvero uno per i pubblici ministeri, l’altro per i magistrati giudicanti, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica, il 53% è favorevole; il 24% contrario; il 23% non sa. E ancora, sull’introduzione dell’Alta Corte disciplinare composta da 15 membri, 3 nominati dal presidente della Repubblica; 3 da professori universitari e avvocati con almeno venti anni di anzianità estratti a sorte in un elenco approvato dal parlamento e 9 magistrati sempre estratti a sorte tra i pubblici ministeri e i magistrati giudicanti, il 55% ha espresso parere favorevole. Contrari sarebbero il 28% degli italiani, il 22% non sa.
Sulla composizione dei due consigli superiori, formati per due terzi da magistrati sorteggiati all’interno della categoria e per un terzo da professori universitari o avvocati con almeno 15 anni di attività professionale, sorteggiati all’interno di un elenco approvato dal Parlamento in seduta comune, il 55% ha detto sì; contrario il 24%; il 21% non sa.





