VENEZIA È IL PARADOSSO DELL'ARTIFICIALE

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Lo scrittore Giovanni Montanaro, finalista al Premio Calvino
nel 2006 e al Campiello 2012, racconta la sua visione della città, del territorio,
le sue fonti di ispirazione e il suo rapporto con la scrittura

Vorrei raccontare Venezia com’è diventata, com’è oggi, la città nella sua verità non solo quella narrata dal cinema o dalla letteratura, spesso idealizzata». Alla sua città natale lo scrittore Giovanni Montanaro, classe 1983, è stretto nel nodo di una sartìa che genera una fitta maglia di esperienze e sentimenti. «Credo di essermi innamorato della letteratura leggendo Morte a Venezia: è qui un’intensità suggestiva, musicale nelle immagini poetiche della città. Se un giorno dovessi scrivere su Venezia, però, m’ispirerei alla figura di Giorgio Bassani e al suo racconto su Ferrara per narrare la città com’è, vista nella sua essenza». Come descriverebbe Venezia e cosa significa per lei essere veneziani? «Venezia è il paradosso dell’artificiale: galleggia sulle sue architetture apparentemente contro natura. Eppure, a starci dentro, a viverla, ti accorgi che alla natura non puoi che essere molto legato: Venezia e chi la abita sono totalmente dentro quella natura primordiale che è l’acqua. Questa è l’essenza di essere veneziani: un corpo a corpo con gli elementi, con la natura. Tu sei qui fintantoché il mare non ti viene a prendere».
Autore di racconti e romanzi, finalista al Campiello 2012 con il libro “Tutti i colori del mondo”, sentiamo tuttavia fluire la sua vena poetica. Di che pasta è fatta la sua scrittura?« La poesia è per me un luogo di totale verità. La poesia, più di ogni altro genere letterario, è capace di fissare l’istante: la rileggo e ritrovo esattamente tutto ciò che sono stato. Mi piace sentire la parola e la parola esatta la trova la poesia. Montale o Luzi sono i poeti che maggiormente mi hanno indicato gli strumenti d’ascolto della voce poetica e ora, ogni qualvolta trovo la parola giusta, la metto nei miei racconti, nei romanzi».
Avvocato di professione scrittore per vocazione? «In una realtà che esprime la perpetua lotta contro il tempo che passa i libri sono ciò che resiste. Fin da giovanissimo mi piaceva inventare e raccontare cose che non c’erano, situazioni dove all’apparenza il protagonista era qualcun altro ma in realtà potevo essere io sotto mentite spoglie. Spesso i miei sogni ad occhi aperti di ragazzino avevano sullo sfondo un intricato racconto giallo da risolvere. In seguito, ai tempi del liceo, ho scritto un romanzo filosofico: quel giovanile districare questioni poliziesche od ontologiche potrebbe essere all’origine del mio interesse per la Giurisprudenza. Il mio lavoro di avvocato mi piace molto e ha, giustamente, la priorità nella mia vita quotidiana; tuttavia solo quando scrivo mi sento veramente a casa».
Com’è iniziato il suo rapporto con le case editrici? «In questo periodo le case editrici investono sui giovani autori. Questa, da un lato, è una fortuna che è toccata alla mia generazione, ne sono consapevole. L’esordiente, meglio se giovane, in letteratura è considerato un brand e gli viene data visibilità e possibilità di crescere. Certamente si deve pur partire da una qualche parte. Ho scritto per il teatro e numerosi racconti, ma la mia storia editoriale comincia con il Premio Calvino, ad oggi uno dei maggiori punti di riferimento nel panorama dei concorsi letterari italiani. Nel 2006 sono tra i finalisti con il mio romanzo “La croce di Honnfjord”. L’occasione è stata favorevole per farmi notare dalla Marsilio Editore che decise di pubblicare il libro l’anno seguente. Seguirà un secondo romanzo edito con Marsilio, Le conseguenze, uscito nel 2009. In questo percorso due incontri sono stati molto significativi: quello con Tiziano Scarpa, attento primo lettore che ha saputo sciogliere alcuni punti critici della mia scrittura; e quello con Jacopo De Michelis con cui ho lavorato intensamente all’editing dei primi due romanzi».
Quali altre passioni oltre la scrittura? «Per quindici anni ho giocato nella squadra veneziana di basket dell’Unione sportiva Carmini. La pallacanestro è molto praticata dai giovani veneziani. Il legame con altre società sportive ha nel tempo consolidato la relazione tra questo sport e i giovani creando un importante punto di riferimento in città».
Laureatosi a Padova è lì che lavora ma ritorna ogni sera a Venezia dove risiede. L’impressione è che lei sia perfettamente inserito nel contesto della città metropolitana. Come vive questo habitat? «Molto bene, pienamente in sintonia con il mio modo di essere e di agire lo spazio e il tempo. Aggiungo, inoltre, la mia naturale corrispondenza d’affetti per le montagne del Bellunese passando per la Marca trevigiana. Padova, Treviso e Belluno sono collegate tra loro direi quasi naturalmente, unite da una vasta pianura e da reti fluviali che lambiscono il territorio definendo un’area geografica precisa; quegli stessi fiumi che vanno poi a gettarsi in mare, in laguna. Venezia punto di arrivo. Ecco, credo che proprio Venezia debba tornare ad essere consapevole di una sua responsabilità anche geografica rispetto a terre di cui si fa capoluogo. Possiamo realizzare una grande città unica al mondo, che possa coniugare modernità, eccellenza con il senso di appartenenza e di vivibilità che si perde in un mondo di megalopoli. Una vasta area descritta dal naturale tracciato geografico, caratterizzata da piccoli centri da valorizzare come luoghi di scambio, di connessione, di un’offerta turistica diffusa; possiamo costruire una grande città metropolitana in cui Venezia sia il baricentro culturale e artistico e non solo, seppur importante, epicentro turistico».
GIOVANNI MONTANARO
Nato a Venezia nel 1983, è scrittore e avvocato. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2007, “La croce Honninfjord” (Marsilio), vincitore di numerosi premi tra cui il Vittorini Opera Prima. Nel 2009, ha pubblicato il secondo romanzo, “Le conseguenze” (Marsilio). Nel frattempo, ha scritto per il teatro (“Arriva sempre la stessa lettera da Vienna”), nonché racconti (tra cui “La brutta estate” per Nuovi Argomenti) e collabora con riviste e giornali scrivendo racconti, recensioni e commenti. Nel marzo 2012 è uscito, per Feltrinelli, il suo terzo romanzo, “Tutti i colori del mondo”, grazie al quale è arrivato alla finale del Premio Campiello. Nel romanzo l’Io narrante – una giovane ragazza dal nome evocativo Teresa Senzasogni – scrive una lettera a Vincent van Gogh che aveva conosciuto molti anni prima, in circostanze amene e che per lei fu e sempre rimase l’unico vero amore: nella sua missiva un invito alla speranza in un’esistenza migliore, meno sfortunata, intrisa di colori.

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