UNO SGUARDO VERSO L'ALTO

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Abbandonato il mondo del professionismo l’ex allenatore della Reyer Marco Calamai ha voltato pagina. Attraverso il basket ha creato un progetto per l’integrazione dei ragazzi diversamente abili che ora è la sua ragione di vita
Non di solo professionismo vive l’uomo (di basket). E, se si abbandona la logica del ritorno sul piano economico, l’amore per la palla a spicchi può anche travalicare gli angusti confini di un parquet, andando ad arricchire il patrimonio della società civile. C’è un esempio vivente di questa teoria: la scelta controcorrente fatta dal fiorentino Marco Calamai. Il “baffo” per due stagioni e mezzo (a cavallo degli anni ’80 e ’90) coach della Reyer. L’allenatore di successo delle 364 partite tra A1 e A2 in oltre dieci anni di panchina tra Ferrara e Pavia, Venezia e Firenze, Bologna e Livorno. Tutto ciò è oggi solo un (bel) ricordo nel cassetto di un uomo arrivato alla soglia delle 59 primavere che, da 15 anni, ha trovato la propria realizzazione mettendo il basket al servizio dell’integrazione di disabili e non solo. «La mia odierna è una vita molto diversa da quando allenavo in serie A: adesso devo fare anch’io i conti per arrivare a fine mese, a volte devo stringere la cinghia. Ma l’arricchimento umano, i riconoscimenti e le soddisfazioni che mi derivano dalla mia attuale attività sono ciò che mi fa stare meglio». È proprio per far quadrare i conti che Calamai oggi è commentatore di basket nelle radio e televisioni bolognesi, insegna all’università e partecipa a convegni come relatore. Tutto infatti va letto in funzione di quella che è diventata la sua vera ragione di vita dal 1995. «Quando ho conosciuto il gruppo di ragazzi disabili mentali seguiti dall’associazione “La Lucciola” di Modena e li ho visti praticare nuoto ed equitazione, ho pensato di proporre un allenamento con la palla, per creare loro anche uno spazio di relazione. È andata bene e da qui è partito il percorso». Un progetto che definire sperimentale è quasi riduttivo. «Ammetto che è poco ortodosso portare avanti la comunicazione tra ragazzi disabili e normodotati, tant’è che la Federazione disabili ha visto il mio progetto con un po’ di sospetto. Ma la Fip dell’allora presidente Petrucci, così come Ettore Messina, allora alla guida della Nazionale, l’ha trovato un’idea positiva e ha deciso di stanziare un piccolo contributo. Quel che cerco è un’integrazione a doppio binario: non solo i ragazzi disabili vedono così un esempio nei normodotati, ma anche questi ultimi – i tanto vituperati quindici-ventenni menefreghisti di oggi – sanno mettersi in gioco, con ovvi benefici in educazione e serietà». Un metodo che Calamai ha esposto anche in un libro (“Uno sguardo verso l’alto”), diventato testo universitario. E che si può riassumere così. «Ci sono due pre-requisiti: una grande competenza del gioco da proporre e una apertura mentale ai disabili. E due concetti base: partire dalle qualità del ragazzo disabile, che sono molte più rispetto ai suoi limiti e vanno valorizzate, e sapere che il passaggio della palla è l’inizio di una relazione, l’inizio di un dialogo che permette di crescere attraverso la componente del piacere e del divertimento». In quindici anni, sulla base del metodo di Calamai, sono stati così aperti ben 18 centri in tutt’Italia (da Milano a Pavia, da Bologna a Reggio Emilia, dalla Riviera romagnola a Firenze e Roma), 550 persone giocano in tutt’Italia e, dal 2006, c’è una squadra, la “Over Limits Fortitudo”, che per tre anni è arrivata seconda alle finali nazionali di Bellaria del campionato ANSPI (il circuito degli oratori). Schierando squadre miste di normodotati e disabili contro ragazzi che militano in C e D. «Questo mi ha permesso di non perdere il contatto con la panchina, perché continuo a studiare le tattiche migliori per i miei ragazzi. E mi diverto a fare l’allenatore: cosa che sarebbe difficile in serie A, che continuo a vedere, anche se non me ne manca assolutamente nessun aspetto. Quando ho intrapreso questa strada, con voglia di cambiare per seguire un mio percorso interno, ero infatti già stanco del basket tradizionale. In tempi non sospetti ho fatto una scelta che oggi credo farebbero in molti. Allenare, per me, significa fare delle scelte, non gestire una situazione». Non c’è dunque nessuna possibilità che Calamai torni sui suoi passi? «Soprattutto all’inizio, regolarmente, almeno un paio di società ogni anno, specie nelle piazze in cui avevo già allenato, mi hanno contattato. Ma io non ho mai avuto dubbi nel dire di no: non mi manca il rapporto con la panchina e con il pubblico e in più, ora, non saprei come salvare questa progettualità costruita». E la Reyer odierna? «Ammiro molto il presidente Brugnaro per la voglia di riportare in alto una società così prestigiosa e ancor più per l’idea di unire settore maschile e femminile». Calamai, in fondo, a questa città resta ancora molto legato. «I miei quasi tre anni in Laguna sono stati molto intensi: nei luoghi mitici del basket di una società ultracentenaria, nell’affetto verso le molte persone con cui ho condiviso l’avventura, in una città dal volto umano. Vittorie come il +23 su Pesaro scudettata all’Arsenale, l’ambiente e i personaggi come il mio vice di allora Frank Vitucci, con cui continuo a sentirmi, o l’assistente Stefano Teso: mi è rimasto tutto nel cuore, di un’esperienza dalla linfa mai così vitale come quella della Reyer di quegli anni. Solo che, come in tutte le città in cui ho allenato (esclusa Pavia, dove è sorto un mio avviato centro per disabili), faccio fatica a tornarci perché i ricordi sono troppo forti  per non farmi venire un attacco di nostalgia».
DI ALBERTO MINAZZI
 

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