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UN MICROFONO PER MURANO

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Cos’hanno in comune DJ Albertino, un microfono e il vetro di Murano? Scopritelo leggendo questa intervista in cui il “il re della dance” spazia a 360 gradi tra musica, mondo del lavoro, giovani e comicità

Mettere a confronto la tradizione del vetro muranese con l’arte contemporanea: questo uno degli obiettivi del Premio Murano, promosso dalla scuola del vetro Abate Zanetti, in collaborazione con l’Associazione per lo studio e lo sviluppo della cultura muranese; designer internazionali e maestri vetrai insieme per un unico scopo, cioè valorizzare le aziende e le maestranze muranesi in un momento particolare per l’isola e per la sua produzione. L’iniziativa ha coinvolto quest’anno uno dei deejay più amati d’Italia, Albertino, che per l’occasione si è cimentato nell’insolita veste di disegnatore del Premio. Un sodalizio che richiama, più forte che mai, l’attenzione sul comparto del vetro di Murano, fiore all’occhiello del nostro patrimonio storico-artistico e del “made in Italy”.

Il microfono, soggetto disegnato da Albertino e realizzato dal maestro Giancarlo Signoretto, non è semplicemente la rappresentazione del suo “compagno di lavoro”, bensì è il simbolo della profonda dedizione, che lo accompagna dagli inizi della carriera. Considerato “il re della musica dance”, Albertino ha fatto della passione per la musica il suo lavoro, riuscendo ad imporre le tendenze musicali con i suoi programmi radiofonici di successo. Sempre pronto a vestire i panni di personaggio comico (“mitico” il Marco Ranzani lanciato su Radio Deejay e poi protagonista in tv a Zelig), è anche un abile comunicatore, esempio e riferimento per molto giovani, che lo seguono sulle onde dell’etere e nei club. È proprio a loro che si rivolge nell’ambito del Premio Murano, con l’auspicio che rincorrano sempre passioni e sogni nella vita come nel lavoro. E non è un caso che la Scuola Abate Zanetti, tra le varie attività, vanti proprio quella di sensibilizzare i giovani al valore sociale del mestiere di maestro vetraio; l’obiettivo è creare un legame tra generazioni in grado di garantire la continuità ed il rilancio di questa preziosa tradizione.

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Albertino dj, comico, comunicatore e ora anche disegnatore. Com’è stato lavorare a questa particolare iniziativa? «Fin da subito mi è piaciuta l’idea di fare qualcosa, in cui non mi ero mai cimentato, pur non avendo velleità di riuscirci. Più volte ho chiesto: ma siete sicuri che io sia in grado di fare qualcosa all’altezza di un premio di tale importanza e notorietà? La cosa più interessante del mio contributo è l’idea di rappresentare un microfono, strumento che mi accompagna da quando ero adolescente e che ancora oggi è quotidianamente il mio compagno di lavoro. È un oggetto cui sono molto legato e mi piace che possa diventare anche un simbolo di questa iniziativa».

I vetri di Murano sono un patrimonio della storia e della cultura secolare di Venezia. Qual è il tuo rapporto con la città lagunare? «Io sono un grande fan di Venezia e ogni tanto vengo a trascorrerci il week end, perché trovo sia una città magica. È un posto dove ci si può confondere fra i turisti e non essere riconosciuti, caratteristica tipica ormai di poche città. Si viene catapultati in una dimensione senza tempo, dove si può vivere qualsiasi periodo storico. E poi a Venezia è bello perdersi per ritrovarsi in qualche campo mai visto prima».

La scuola del vetro Abate Zanetti è anche un’accademia, dove numerosi giovani hanno la possibilità di avvicinarsi al mondo del lavoro. Quale consiglio dai loro? «Mi auguro che i giovani, che hanno deciso di intraprendere questa strada, lo facciano per passione, perché hanno sentito scattare una scintilla e non solamente per trovare un’occupazione. Bisogna innamorarsi della propria professione. È questo il segreto per non sentire il peso del lavoro, anzi per farlo diventare un grande piacere, com’è successo a me. Questo è un consiglio, che estendo anche a tutti i ragazzi, un po’ come fossi un fratello maggiore o un padre, giacché anch’io ho una figlia, che ha più di diciotto anni».

A proposito di “strumenti di lavoro”. Com’è cambiato il mestiere del dj, nei tuoi oltre trent’anni di carriera, con lo sviluppo delle nuove tecnologie? «Sicuramente il mestiere del dj, come molti, si è evoluto. Gli strumenti sono cambiati molto: vent’anni fa viaggiavo con una valigia piena di vinili e oggi porto con me una cuffia e due chiavette USB, a volte una sola. Faccio questo mestiere a 360 gradi; non mi occupo solo della ricerca della musica. Lavorando nei club e nelle discoteche, mi dedico anche alla comunicazione. Il mio focus è la quotidianità della radio, quindi presto molta attenzione all’uso della parola e al dialogo con gli ascoltatori anche tramite i social network. Bisogna essere sempre pronti ai cambiamenti!»

È cambiato anche il rapporto dei giovani con la musica? «Sono cambiate le canzoni ed i suoni, ma non il rapporto tra i giovani e la musica. La musica è ciò che aggrega i ragazzi, li unisce e li rende felici. È anche un anti-depressivo e nessuno, dal più vecchio al più giovane, può stare senza musica. La differenza tra ieri e oggi è che ora i brani non vengono comprati, ma scaricati dalla rete».

La nascita dei social network sta generando un nuovo approccio alla comunicazione. Qual è la tua dimensione nella “rete sociale”? «I “social” rappresentano un nuovo modo di comunicazione interessante, a seconda però di come li si usa. Io preferisco Twitter a Facebook perché lo trovo più immediato, sintetico e reale. Fai un commento, una battuta o una foto e la condividi immediatamente con la rete. Il mio atteggiamento però è in controtendenza a quello generale: la gente sui “social” ha il desiderio di mostrarsi e di essere protagonista, mentre io ho il problema contrario. Io li utilizzo per motivi professionali e perché li riconosco come media aggiuntivi alla radio ed agli altri mezzi di comunicazione».

Dj, ma anche comico: negli anni, ti abbiamo visto impersonare diversi ruoli, che hanno dato vita a veri e propri tormentoni. In quale veste ti senti più a tuo agio? «Ciò che mi piace fare di più è la radio, perché ha un fascino pazzesco e puoi inventarti un sacco di mondi con strumenti molto semplici. È il trampolino per esplorare nuovi orizzonti, ed è stato il punto di partenza di tutte le cose che ho fatto. “Il Ranzani” ad esempio, personaggio che mi ha catapultato nel mondo della comicità di “Zelig”, è partito dalla radio, imitando un mio amico. Un’esperienza importante, che mi ha permesso di approdare in televisione ed in teatro. Arrivare grazie a questo subito nella “serie A” della comicità è stato molto gratificante».

Scuola del vetro Abate Zanetti è oggi anche sito di studio e sperimentazione. Qual è il tuo luogo di ricerca? «Per quanto riguarda la musica, una volta era il negozio di dischi mentre oggi è il web. Relativamente invece alla ricerca sul linguaggio, prendo spunto da quello che mi accade intorno tutti i giorni: il mio studio continuo è nel saper ascoltare ed osservare. Molti dei tormentoni che abbiamo lanciato in radio sono stati presi da cose viste o sentite in giro. Nel mio caso, la discoteca rappresenta un osservatorio privilegiato, perché posso vedere come vestono i giovani, come si comportano e che linguaggio usano. Ogni giorno, per me, è sinonimo di nuova ricerca».

Da diverse estati sei diventato “jesolano d’adozione” e suoni alla consolle del Muretto, locale estivo del litorale veneziano. Come definisci questa tua collaborazione? «Il Muretto è uno dei locali più importanti d’Italia e lavorare a quella consolle è molto gratificante. Ho cominciato a collaborare con il loro staff qualche anno fa per alcuni eventi, realizzati sulla spiaggia del Faro con ospiti come Fatboy Slim, Moby e Tiësto. Poi è cominciata la collaborazione all’interno del club, che continua ancora oggi. Mi piace molto suonare qui, perché mi sento amato e chi fa il mio mestiere ha bisogno di questo, un po’ come il comico, che ha bisogno di sentire l’applauso».

Il tuo nuovo disco “Wonderland featuring Niles Mason” segna il ritorno ufficiale in veste di produttore dopo 13 anni. Com’è stato tornare a lavorare in studio? «Mi sono molto divertito, perché ho lavorato con amici e con uno spirito rilassato per il piacere di fare una cosa che potesse funzionare. Nessuna smania di avere successo, né tantomeno di scalare le classifiche. Sono contento del risultato ottenuto e mi sono divertito a tal punto che penso di tornare in studio. Produrre la musica, non solamente cercarla, è uno degli aspetti più divertenti del mio mestiere».

Quali saranno i tuoi prossimi progetti? «Mi sto facendo crescere i capelli e sto dicendo a tutti che devo fare un film. È una bugia… però la gente ci crede! (ride ndr)»

 

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