UN CAMPIONATO IN CERCA D’AUTORE

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Da una parte la fantastica stagione reyerina; dall’altra un’estate di patimenti per tanti club di A. I rischi e le possibilità di un torneo che deve trovare certezze. Mentre intorno all’Umana Reyer continua a crescere l’entusiasmo. Anche per il ritorno al Taliercio e per la vittoria dello scudetto Under15
Stride troppo per non farci caso, l’accostamento tra l’entusiastica annata reyerina e gli stenti estivi di una Serie A mai così in difficoltà nel prendere forma. La mappa cestistica dell’Italia ha indicato bollini rossi da nord a sud, da Treviso a Teramo, da Cremona a Roma, passando persino per Pesaro e Siena. Situazioni diverse, alcune sistemate, altre irrecuperabili. Poi come ogni anno, a settembre al via ci saranno (quasi) tutti. Non è questo il punto. Qual è invece il prezzo di questa cronica e generalizzata situazione di incertezza che permea da troppo tempo l’alto livello del movimento cestististico, e più in generale sportivo, italiano?
L’Umana Reyer in questo momento rappresenta un’isola felice. Ma «nessun uomo è un’isola» e nessun campionato si gioca con cinque squadre. Quindi gettare uno sguardo verso le tante piazze, anche storiche, che hanno vissuto settimane di angoscia e riflessione diventa doveroso. Non si può non iniziare da Siena, dove alle porte bussa un ridimensionamento atteso sì, ma non per questo meno inquietante. Sarà inevitabile vedere una Mens Sana, con un budget decisamente inferiore agli ultimi anni, concentrarsi soprattutto sul campionato italiano, allentando i sogni di gloria europei. Quella senese è la situazione meno preoccupante ma più significativa. A Teramo invece non si vedrà più basket dopo dieci anni di militanza in A. Quello abruzzese è il caso più emblematico di una situazione trascinatasi oltre ogni limite accettabile. A Treviso si è consumata forse la vicenda più difficile da inquadrare, a un anno dall’annunciato disimpegno dei Benetton dalla pallacanestro. La situazione sembra ancora lontana dal risolversi, ma in ogni caso i problemi nella stagione a venire non sarebbero di poco conto.
A Cremona, si è lottato contro il tempo per garantire l’iscrizione alla massima serie, grazie al contributo frammentato ma prezioso delle realtà imprenditoriali locali. Persino a Pesaro si sono vissuti giorni di tensione. Nonostante il campionato superiore alle attese, lo spettacolo del pubblico durante i playoff, è arrivata una drastica riduzione di budget. A salutare sono stati in rapida successione Dalmonte, Hickman, Hackett, White; e ora il progetto tecnico è da rifondare, con mezzi contenuti. Quadro tetro, infine, in riva al Tevere, dove il patron Toti ha quasi abdicato di fronte alla freddezza di Roma nei confronti del basket, dopo anni di sforzi per riportare la Capitale in cima al campionato. Anche qui la salvezza è arrivata sul filo di lana.
L’estate passerà, le iscrizioni arriveranno, i budget quadreranno e il campionato potrà ripartire. Ma si può davvero far finta che tutto questo non abbia ripercussioni sul torneo che si andrà a disputare? La riforma varata nei mesi scorsi dalla federazione cercherà di dare risposte anche alla necessità di consolidare i club al vertice del movimento (limiti alle retrocessioni e, a tendere, un campionato a numero chiuso). Tutte soluzioni ragionevoli, ma guai ad illudersi che bastino da sole a far sparire magicamente i problemi. Nel frattempo infatti l’instabilità delle società continuerà a generare almeno tre ordini di conseguenze. La più impellente riguarda la competitività del campionato. Ormai è costume diffuso partire con un budget “ballerini”, cercando di guadagnarsi la salvezza il prima possibile, ritoccare la squadra in corso d’opera e far quadrare i conti. Una seconda ricaduta riguarda la promozione del campionato. Si fa un gran parlare di come “vendere meglio il prodotto basket”, e molto poco di come rendere il basket un “prodotto” migliore. Una cronica instabilità societaria non può dare vita ad un prodotto omogeneo e credibile. Non di solo marketing vivono gli uomini e le imprese. Mettere un bel fiocco su un pacco non basta. Se il “prodotto”, tecnicamente, agonisticamente e sportivamente è valido, non servono improbabili lustrini e paillettes, per promuoverlo. Una terza conseguenza, forse la più delicata, riguarda il piano tecnico. Se mi devo salvare o devo portarmi a centro classifica il prima possibile, è difficile che lo faccia scommettendo sui giovani. Non è solo la “dittatura del risultato”, ma è la fretta con la quale gli allenatori sono chiamati ad ottenerlo che rende tutto maledettamente complicato. I tempi di crescita di un giocatore e quelli di squadra si sono divaricati troppo. Un campionato storto non è più solo un ridimensionato sportivo. Ne va della sopravvivenza stessa delle società. In questo modo però nessuno fa programmi. Al massimo “progetti”, parola abusatissima che va tanto di moda nello sport italiano e che come la moda dura l’arco di mezza stagione.
Nel frattempo però la crisi economica, ancor di più che quella sportiva, sta costringendo gradualmente a percorrere soluzioni alternative. Ed ecco consolidarsi poco per volta il consorzio di Varese, oppure nascere a Bologna quella fondazione che dovrebbe mettere al riparo da improvvisi rovesci un simbolo cittadino come la Virtus. Non sono equazioni matematiche e la formula magica nessuno ce l’ha. Però ci si prova ed è già un segno dei tempi. Anche sul fronte ingaggi si avvertono tintinnati sforbiciate. A tutto questo vanno aggiunti i tanti segnali di vitalità che vengono dai quattro angoli della penisola. Piazze come Venezia o Sassari, ad esempio, vivono un momento di solidità societaria ed euforia collettiva da valorizzare. Cantù, nonostante lo scotto dell’Eurolega e la perdita del primo sponsor, continua a marciare compatta, sostenuta da una piazza caldissima. La stessa Virtus, nonostante sia lontana dai trionfi di un tempo, continua ad avere il seguito più numeroso d’Italia. Le piazze competenti ed entusiaste non mancano. C’è bisogno delle condizioni per farle lavorare sul lungo periodo, senza illudersi di poter competere facilmente a livello continentale, dove ai margini della crisi club come CSKA Mosca e Fernebache continuano ad alzare l’asticella economica. Solo Milano può ambire a dire la sua contro realtà ormai fuori portata. Competizioni nazionali ed Eurolega marciano ormai su binari diversi e – forse – divergenti. All’orizzonte rimane sempre il miraggio di un campionato europeo per club, desiderio inconfessato di alcune delle maggiori società europee. Molto dipenderà dalle grandi di Spagna e Grecia (Barca, Real, Pana e Olympiacos), che difficilmente potranno continuare a sostenere budget a doppia cifra e saranno di fronte a delle scelte. Nel frattempo il campionato italiano deve trovare il modo di consolidarsi, per non rischiare di disperdere quel patrimonio di competenza e passione delle tante piazze che in Italia ancora ribollono per la pallacanestro.
E a proposito di entusiasmo non si può non constatare quanto ce ne sia attorno all’Umana Reyer non solo per quanto riguarda la prima squadra ma per un movimento sportivo che continua a crescere. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla storica vittoria dello scudetto Under15 maschile. Un successo che appartiene a tutte quelle società del territorio che aderiscono al Progetto Reyer nonché la miglior dimostrazione di quanto l’unione faccia la forza. Un movimento che, caso unico in Italia, oltre al tricolore Under15 maschile è riuscito a portare ben quattro squadre alle finali nazionali tra settore maschile e femminile.
Un ultimo appunto non può che andare al ritorno dellUmana Reyer al Taliercio. I simboli sportivi sono costituiti da diversi elementi: le imprese, gli eroi, la storia di una città. Tra questi c’è anche il luogo dove questo simbolo cresce di significato. Il campo di una squadra non è una mera scelta logistica. Ma un patrimonio intangibile che rende unico un club e ne alimenta il valore. Per questo va salutato con entusiasmo e riconoscenza il ritorno della Reyer nella sua “terza” casa, dopo la Misericordia e l’Arsenale. Da ventidue anni il Taliercio custodisce i colori orogranata. Qui si è sofferto per la discesa in B e per il fallimento. Qui si sono affermate le ragazze del femminile sul massimo palcoscenico nazionale e internazionale. Qui la Reyer è tornata nel basket che conta grazie alle imprese delle squadre di Dalmasson e Mazzon. Solo da qui la Reyer può ripartire per crescere ancora. E sarà per tutti come tornare in serie A per la seconda volta.
DI ALESSANDRO TOMASUTTI

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