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TELEVISIONE E TERRITORIO

TELEVISIONE E TERRITORIO

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60 anni fa nasceva la televisione. Aneddoti, curiosità e analogie tra l’evoluzione del nostro territorio di allora e gli sviluppi metropolitani di oggi

Il giorno di 60 anni fa che in Italia nacque la tv, Venezia c’era, i veneti non c’erano. Era il 3 gennaio 1954 e nel primo palinsesto Venezia figurava due volte e con risalto: nel pomeriggio con un programma sulla pittura di Giambattista Tiepolo e alle 21,45 con la commedia di Goldoni “L’osteria della posta” con Cesco Baseggio, certo il più grande interprete goldoniano. C’era un terzo motivo per considerare la giornata molto veneziana: gli studi preliminari per il telegiornale erano stati fatti dall’ingegnere Franco Schepis, giornalista Rai nato in Laguna, mandato negli USA a studiare i tg con una borsa di studio di un’organizzazione italoamericana di Trieste. Schepis si era fermato quasi due anni negli States, aveva esaminato i programmi di informazione, li aveva copiati letteralmente, ne aveva messo in evidenza i pregi e i difetti e aveva consegnato la relazione completa alla direzione di Milano.
Il primo tg era stato costruito esattamente come aveva suggerito l’ingegnere veneziano e affidato alla voce del primo speaker diventato popolare, Roberto Paladini, viso affilato, orecchie a sventola. I veneti non c’erano semplicemente perché nel Veneto e nell’Italia Orientale non si ricevevano i programmi della Rai, la tv si vedeva soltanto in pochissime regioni, soprattutto Piemonte e Lombardia. Si pagava già il canone di 18 mila lire, il più caro d’Europa, e per comprare un televisore ci volevano 160 mila lire, due stipendi di un impiegato, cinque di un operaio.
Quell’Italia ha due milioni di disoccupati. I braccianti del Polesine protestano per chiedere un aumento di 10 lire all’ora, lavorano otto ore al giorno per 78 giorni l’anno. Gli scioperanti si scontrano con la Celere fatta arrivare da Padova, ci sono giorni in cui le carceri di Rovigo sono talmente affollate che devono trasferire i detenuti a Ferrara. Circolano 700 mila auto, gli italiani si divertono col calcio, la radio, fotoromanzi e soprattutto col cinema: a Venezia e nel Veneto sbancano il botteghino i film “Ulisse” con Kirk Douglas e la Mangano, “Pane amore e gelosia” con la Lollobrigida e Vittorio De Sica e “Loro di Napoli” con la Loren. Le tre maggiorate del cinema italiana sono tutte regine d’incasso. Al festival della canzone veneziana vincono Gino Latilla e Carla Boni che fanno coppia sul palcoscenico e nella vita: “Marieta monta in gondola/ che mi te porto al Lido!/ Mi noe che non me fido/ ti è massa un impostor…”.
Trieste ritorna italiana in ottobre, nove anni dopo la fine della guerra. Titola il Gazzettino: “Trieste ritorna alla Madrepatria. Il tricolore sale sulla Torre di San Giusto”. È l’anno della conquista del K2, la seconda montagna della terra con i suoi 8611 metri. In cima anche due veneti: Lino Lacedelli, 29 anni, di Cortina; Gino Soldà, 47 anni, di Valdagno. È anche l’anno della morte di Alcide De Gasperi: in un agosto triste, un treno a lutto attraversa l’Italia con le spoglie dello statista e si porta via i ricordi e i sogni di una generazione. La televisione si avvia a diventare una sorta di collante culturale e sociale degli italiani e a dare una lingua nazionale. La prima vera controprova si ha nel giugno 1954, quando gli italiani si fermano per le strade davanti alle vetrine o affollano i bar per vedere la finale del campionato mondiale di calcio in Eurovisione tra Germania e Ungheria.
Il primo boom economico nel “triangolo economico” Torino-Genova-Milano incomincia ad attrarre immigrati dalle regioni vicine e dal Sud. Ma la zona industriale di Venezia sta per diventare in pochi anni una delle più grandi concentrazioni operaie e industriali d’Europa. Il fisico italiano Giulio Natta, premio Nobel nel 1963, ha creato la rivoluzione del Moplen sfruttando le qualità del propilene isotarico per un prodotto sintetico riproducibile, malleabile, colorabile. Nasceranno in pochissimo tempo milioni di stoviglie, scodelle, vasi, secchi, bacinelle infrangibili. Più lavoro immediatamente per gli stabilimenti petrolchimici di Porto Marghera. La produzione di materie plastiche cresce in dieci anni di 15 volte, il volume di esportazioni di 55 volte. Ed è il momento della grande espansione della terraferma.
Nel 1961 Venezia è la provincia più popolosa del Veneto con quasi 750 mila abitanti e quella con l’industria più grande, la prima per densità operaia. Mestre s’espande d’improvviso, “una tendopoli di calcestruzzo che mai sta ferma”, la definisce Alberto Cavallari in un’inchiesta sul Corriere della Sera nel 1963. I suoi 50 mila abitanti del ’51 diventano più del doppio dieci anni dopo e aumentano ancora, man mano che l’industria di Marghera cresce. Mestre s’allarga caotica, senza regole, anche brutta, ma indubbiamente nuova, la più nuova del Veneto. Popolata da cento etnie e in cui si parlano cento dialetti, affollata di profughi della terraferma e della laguna. Quando l’espansione non basta, perché il Piano Regolatore di Venezia è bloccato e inadeguato, la nuova popolazione si rivolge ai centri più vicini, da Marcon a Spinea, da Mirano a Mira. Le licenze edilizie vengono concesse dai Comuni in riunioni fiume. La metà almeno dei 40 mila operai di Marghera abita con le famiglie a Mestre, appena l’8% a Venezia, il resto è costituto da pendolari che arrivano da paesi seminati nel raggio di quaranta chilometri.
Colonne di ciclisti che corrono sui pedali che è ancora scuro e in strade fitte di nebbia. Utilitarie in coda, bus stracolmi, treni affollati. È la premessa vera di quella che sarà ipotizzata più tardi come la “città metropolitana”, una città estesa che parte da Venezia e s’espande in terraferma, che abbraccia un territorio di decine di chilometri, che ha un cuore operaio pulsante, centri edilizi in crescita, trasporti che li collegano (treni, autobus, autostrade), industrie piccole e medie che sorgono attorno rapidamente.
Se la classe politica ci avesse pensato per tempo, la “città metropolitana” sarebbe stata creata allora con Venezia ritornata in posizione preminente e non soltanto come capitale turistica. Prima ancora che arrivasse l’ente Regione, quando forse unire gli obiettivi di città come Venezia-Padova-Treviso sarebbe sembrato tanto naturale da apparire semplice. Era il primo passo di quello che sarebbe stato il Nordest, ancora con gli spazi non tutti riempiti e con qualche illusione in più. Forse vale la pena gettare uno sguardo a quel passato prossimo che pure sembra lontanissimo. Certo cinquant’anni sono lo spazio di due generazioni, mezzo secolo dopo di quell’industrializzazione affollata di Porto Marghera rischia di restare molto poco. È diverso il business del domani immediato, è diversa la prospettiva suggerita dall’imminente e sperato dopo crisi. Ma è uguale la tensione, è simile soprattutto la necessità di realizzare in fretta la “città metropolitana”. Se c’è un futuro è questo.
 
 

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