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STORIE DI SCATTI

STORIE DI SCATTI


“Raccontare emozioni attraverso l’obiettivo” è la filosofia artistica del padovano Alberto Buzzanca, uno dei più affermati fotografi veneti
Gli estranei al mondo della fotografia non si sentano esclusi perché avranno sicuramente “sfogliato”, senza saperlo, gli scatti di Alberto Buzzanca. Fotografo per eccellenza nel Veneto, a lui si rivolgono tutti i personaggi e le realtà locali che vogliono avere garanzia di serietà e qualità. Davanti al suo obiettivo si sono “incantati”, tra gli altri, personaggi televisivi come Melita Toniolo e Chiara Sgarbossa, il DJ Tommy Vee, i nuotatori Alessandro Terrin e Christian Galenda e le modelle Giorgia Albarello, Nicoletta Ghiraldo fino a Giulia Magro seconda classificata quest’anno a Miss Italia. Questi sono solo alcuni dei nomi che si potrebbero citare a testimonianza della sua costante attenzione verso i volti emergenti della nostra regione. Classe 1969, Alberto Buzzanca inizia la sua carriera nel 1992, dopo l’inaspettata morte del padre pittore da cui eredita i valori di bellezza ed eleganza. Un’eredità artistica che trova la sua affermazione e trasformazione nella fotografia. Padre e figlio non lavorano mai in contemporanea ma la passione dell’uno nasce quando scompare quella dell’altro, come quando si lascia qualcosa di strettamente personale con la raccomandazione “mi raccomando, fanne buon uso”. Completamente lontano dal mondo dell’obiettivo (impiegato, poco soddisfatto del proprio lavoro), trova, sgomberando lo studio del padre, delle Zeiss Super Ikonta formato 6×6 ed un National Geographic edizione 1988. Oggetti destinati a cambiargli la vita.  Nasce così un impegno artistico che matura con il tempo e l’esperienza, e che l’ha reso un’icona della fotografia italiana. Dai paesaggi ai ritratti, dalla distanza alla vicinanza, dalla bellezza alla sensualità, dalla pellicola al digitale, da impiegato a fotografo professionista: un percorso importante, carico di lavoro assiduo, passione e coerenza. Nessuna raccomandazione, solo amore per il proprio lavoro unito a una buona dose di umiltà e spiccata simpatia. Ecco Alberto Buzzanca oggi: fotografo pubblicitario che collabora con agenzie e pubblica su riviste di primo livello. Lavora nel suo studio a Padova , dove scatta e cura la produzione. Il suo “credo” è emozionarsi e emozionare attraverso l’obiettivo. Ritrae principalmente modelle utilizzando molto la luce naturale e la distanza ravvicinata per tirare fuori l’“anima” del soggetto. Il nostro “Dottor House”(simpatica la somiglianza con i personaggio televisivo, sulla quale lui stesso scherza) si racconta e ci racconta come una passione possa diventare, col tempo e con sacrificio, la propria vita.
Come hai iniziato a fotografare? «Per caso. Dopo la morte di mio padre, ripulendo il suo studio ho trovato due vecchie reflex e un libro di fotografia. Da lì ho cominciato a fotografare i primi paesaggi. Mio padre era un pittore e un fumettista e aveva continuamente a che fare con persone che posavano per lui. Forse anche per questo mi sono avvicinato in modo naturale al mondo della moda e alla fotografia delle modelle anche se quello che prediligo sono i reportages. Un esempio che faccio a tutti: se tu vai a Venezia il giorno di Carnevale e scatti una foto ad una bella maschera hai una bella foto. Ma se segui quella persona per tutta la giornata e fotografi tutta la situazione, dalla vestizione al trucco, racconti una bella storia, che è diverso».
Quando questa passione è diventata il tuo primo lavoro? «Proprio perché mi è sempre piaciuto raccontare storie attraverso la fotografia, nel 1992 mi sono fatto inviare gli indirizzi di alcuni artisti di Padova e d’Italia e li ho contattati: la mia idea era quella di fare un libro che ritraesse ogni artista nel proprio ambiente di lavoro. Mi ha sempre affascinato, infatti, fotografare persone che hanno una passione. Per ognuno ho impiegato un mese fra contatti, spiegazioni ed elaborazione. Erano persone molto riservate e molto gelose del proprio lavoro, ognuno aveva la propria storia da raccontare e io non ero nessuno».
Poi la grande ascesa, il successo arrivato con gli anni nonostante il curioso rifiuto di allestire esposizioni personali. «In generale non le ho mai volute fare perché sono un po’ pigro da questo punto di vista. Me l’hanno chiesto più di qualche volta ma prepararle è difficilissimo perché, tanto per cominciare, con i milioni di scatti che ho fatto non saprei cosa scegliere».
Qual è il tuo rapporto con il territorio e quale secondo te il luogo più affascinante del Veneto? «Sono molto legato al territorio. Mi hanno più volte chiesto di spostarmi per lavoro, per esempio a Milano, ma io qui a Padova mi trovo troppo bene, ho il mio studio e sono tranquillo. Fotograficamente parlando, la zona più bella del Veneto è per me quella dei Colli Euganei».
Venendo invece alle persone che posano per te, soprattutto soggetti femminili, quanto conta l’approccio con coloro che intendi fotografare? «L’intesa che si crea tra fotografo e modella è essenziale. Non è facile mettere a proprio agio le ragazze quando si fa uno scatto, soprattutto se si tratta di nudo perché queste si potrebbero emozionare. Ѐ un lavoro molto delicato ma che si migliora soprattutto con l’esperienza e la professionalità. Fra l’altro i soggetti mi piace scoprirli per strada e ogni tanto utilizzo come tramite la mia compagna, per non correre il rischio di essere frainteso».
La reputazione sembra essere fondamentale in questo ambiente…  «La reputazione è tutto in questo mondo. Basta un commento su Facebook o una voce falsa messa in giro da malelingue per rovinarti la carriera. Anche per questo lavoro sempre con un assistente e mai da solo».
Guardando le tue foto si vede che usi molto la distanza ravvicinata. C’è un motivo? «A volte mi dicono che mi avvicino così tanto che sembra che la modella venga ipnotizzata dall’obiettivo. I fotografi timidi o quelli che hanno paura di emozionarsi davanti ad una bella ragazza usano la distanza e i teleobiettivi mentre per me il soggetto deve essere come davanti allo specchio, non deve assolutamente vergognarsi».

Quanto è cambiata la fotografia con l’avvento del digitale? «Molto. Però io sono sempre stato al passo con i tempi e con la tecnologia. Quando è uscita la prima macchina digitale l’ho comprata e sono andato avanti, chi non l’ha fatto si è trovato in difficoltà e limitato dalla velocità di esecuzione.  Perché siamo arrivati tutti quanti al limite, si fa un lavoro oggi e lo vogliono pronto già la sera stessa. Si è velocizzato il meccanismo di realizzazione per cui ci troviamo a fare le foto spesso all’ultimo momento, in gran velocità».
Anche grazie al digitale e ai social network chiunque abbia una reflex e una modella da immortalare può sembrare un fotografo. Non si rischia, come spesso accade, di perdersi nella quantità tralasciando la qualità? «Molti ragazzi cercano di diventare fotografi e oggi rispetto a ieri è molto più facile farlo. Quando ho iniziato io non c’erano né Facebook né Internet e tutti i segreti dovevi apprenderli direttamente dai fotografi mentre adesso tutto è alla portata di tutti. Personalmente non ho problemi a mettere a disposizione il mio sapere anche se, ricordo sempre, anch’io ci ho messo molti anni prima di affermarmi».
Il tuo soggetto preferito come si può capire dagli scatti sono le modelle. Come sono cambiati, se sono cambiati, i valori estetici relativi alle donne? «In genere, quello che a me interessa sono i valori emozionali rappresentati dal viso. Il viso deve dirmi qualcosa. Se si guardano le mie foto, il novanta per cento delle ragazze guarda in camera perché così il soggetto partecipa alla foto.  Oltre al viso poi guardo molto le mani e come la modella le muove perché è attraverso questi dettagli che capisco l’eleganza della persona».
Nella fase di post-produzione utilizzi molto il fotoritocco? «Il fotoritocco è importantissimo ma non tutti sanno usarlo. Io mi affido a Photoshop. Del fotoritocco ho una cura maniacale, posso eseguire anche due ore di modifiche per foto perché la ritengo una fase essenziale e complementare  della produzione, ma sempre mantenendo l’eleganza e lo stile dell’originale. Un’altra cosa fondamentale è la scelta dello scatto giusto tra tutti quelli che si fanno per ogni soggetto. Non è facile come sembra e non tutti sanno farlo».
C’è qualche fotografo in particolare al quale ti ispiri? «Ieri Arnold Newman, primo ritrattista a fotografare gli artisti nel proprio luogo di lavoro puntando molto sul piano umano ed emozionale. Oggi Peter Liendberg per l’amore che ho per il ritratto».
Hai raggiunto con la tua carriera una certa fama, eppure sei una persona estremamente alla mano. Ti senti un po’ “personaggio”? «Assolutamente no, sono sempre rimasto molto con i piedi per terra, invito alle mie feste anche chi potenzialmente potrebbe rubarmi il lavoro. Questo perché mi sono formato da solo e voglio mettere le mie tecniche e le mie conoscenze al servizio degli altri. Qualsiasi tecnica assimilata deve essere elaborata per essere efficace e per fortuna i clienti capiscono e apprezzano le qualità individuali».
Un’ultima domanda legata allo sport: ultimamente molti sportivi sono stati soggetti di set fotografici. Anche una giocatrice di basket, al pari delle modelle, potrebbe secondo te essere interessante per il mondo della moda? «Certo perché per esempio l’aggressività può anche essere elegante. Ce ne sono alcune, molto rare, che sono talentuose davanti all’obiettivo, poiché riescono a mischiare la sensualità con la loro atleticità. Il problema emerge nel ritratto poiché è molto facile fotografare il loro fisico quanto difficile risulta invece catturare la loro espressione».
DI MICOL STELLUTO
 

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