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SOGNI DI CARTA

SOGNI DI CARTA


Un cartone animato vivente: la carriera artistica di Ennio Marchetto, trasformista veneziano alla conquista del mondo.
L’ispirazione gli venne in sogno, una notte immaginò una Marilyn Monroe vestita di carta. Fu la scintilla che gli cambiò la vita. Da quel giorno infatti Ennio Marchetto, nato a Venezia nel 1960, iniziò ad elaborare una spettacolo di trasformismo, unico nel suo genere, una sorta di cartone animato vivente, che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo: “Frequentavo la scuola d’arte di Venezia – racconta Marchetto – avevo partecipato ad uno stage con Lindsay Kemp, che mi aveva avvicinato al teatro, alla mimica e alla danza e avevo cominciato a fare dei costumi per Carnevale molto particolari, tutti fatti con materiale di recupero che prendevo dove capitava. Poi appunto sognai Marilyn e cominciai a realizzare i primi costumi di carta e a fare i primi spettacoli. All’inizio non era facile, però avevo fatto un provino in RAI e mi chiamarono da Costanzo. Da lì in poi iniziai a girare, partecipai al Fringe Festival di Edinburgo e cominciò a crescere la mia notorietà all’estero”.
E’ infatti soprattutto lontano dall’Italia che Marchetto diventa molto conosciuto, il suo spettacolo fatto di comicità, trasformismo, mimica, danza e origami è stato visto in oltre 75 paesi da milioni di spettatori in teatro e in televisione ed è ormai considerato tra i più rinomati e famosi trasformisti nel mondo. Dopo tante esibizioni quale resta di più nel cuore? “Non è davvero facile fare una scelta – sottolinea il comico veneziano – anche perché ho avuto la fortuna di esibirmi in posti splendidi, davanti alla Regina di Inghilterra, alla festa di Elton John assieme a Liza Minelli e Mick Jagger. Potrei direi il Radio City Music Hall di New York, la situazione era strana, mi esibii assieme al gruppo pop inglese Erasure, ma il teatro era davvero bellissimo, uno dei più belli al mondo. Poco tempo fa ho fatto uno spettacolo al Toniolo di Mestre e devo dire però che l’emozione che provo quando mi esibisco nella mia città, davanti ai miei amici, alle persone che conosco, è davvero unica”. Non è che però la si veda molto in Italia… “Normalmente comunque lavoro molto di più all’estero che in Italia, dove probabilmente se non passi in televisione fai molta fatica e il mio spettacolo, richiede uno spazio specifico e si presta poco.
Tutto deve essere perfetto, dai costumi alle luci, dalla musica alla posizione delle quinte sul palco. Durante lo show sono completamente solo sul palcoscenico e spesso devo muovermi nel buio totale. Comunque sono stato qualche volta ospite a Marchette da Chiambretti,  recentemente ho avuto dei passaggi su Sky e sicuramente si è visto nell’ultima tournè un aumento del pubblico. All’estero è invece parecchio diverso, la televisione non è così importante”. In uno spettacolo di Ennio Marchetto si vedono circa 50 personaggi (che stanno tutti in una particolare borsa cilindrica di cuori ndr.), ma ne ha ideati oltre 300, c’è qualcuno di questi che ama di più? “Ovviamente Marylin Monroe che è stato l’inizio di tutto, però sono molto legato anche alla Monna Lisa. E’ uno dei miei cavalli di battaglia  e ancora oggi è uno dei momenti di maggiore impatto dello spettacolo, quando esco accompagnato dalla canzone che adoro di più al mondo “Venus” degli Shoking Blue”.
Ma come nasce l’idea per un personaggio? “Ogni personaggio nasce dall’assemblaggio di tanti schizzi e bozzetti. E’ un processo continuo e, assieme allo stilita olandese Sosthen Hennekam, con cui collaboro da moltissimo tempo, disegniamo sempre, specialmente durante le attese negli aeroporti. A volte bastano pochi schizzi per creare qualcosa di nuovo, altre volte ci vogliono mesi prima che un disegno diventi un vero costume. Ovviamente deve essere un personaggio facilmente riconoscibile da tutti. Io indosso praticamente due pezzi di carta e il pubblico deve capire subito il riferimento, anche se chiaramente la musica aiuta molto. Ci vuole naturalmente anche un’idea, una gag, per fare funzionare lo sketch. Quando pensiamo di avere l’idea giusta cominciamo a fare delle prove con la carta. Possono bastare poche ore anche se, per costumi particolarmente complicati ed elaborati, servono giorni per trovare le soluzioni più adatte. I costumi devono essere non solo belli ma anche duraturi e devono funzionare perfettamente in modo che, in scena, non ci siano brutte sorprese. La scelta dei personaggi è molto varia, dalla musica rock alla musica leggera, dalla classica al pop, da Vasco Rossi a Edith Piaf, da Elvis Presley a Tina Turner. Poi naturalmente si cerca di rimanere sempre aggiornati. Nell’ultimo spettacolo, che sto portando ora in giro per l’Italia, abbiamo ad esempio inserito Giusy Ferreri, perché la sua canzone è diventata un autentico tormentone che davvero tutti conoscono”.
Ci sono personaggi che non è riuscito a creare come voleva? “Con due sforbiciate riesco praticamente a creare chi voglio, però, come spiegavo prima, serve l’idea giusta per renderlo divertente e tante volte puoi scervellarti quanto vuoi senza raggiungere l’obbiettivo. Mick Jagger per fare un esempio non funzionava come volevo. In generale preferisco evitare i politici, che non trovo molto eccitanti e non credo possano rendere bene nei miei spettacoli, in cui anche i costumi devono essere colorati e di impatto. Comunque una volta che abbiamo preparato un nuovo costume proviamo a testarlo davanti al pubblico in teatro. Dalla reazione capiamo subito se il nuovo personaggio funziona o, eventualmente, se può essere migliorato.
Capita che un numero non venga accolto bene e, dopo un solo spettacolo, lo si elimina. In altri casi di incertezza mettiamo il nuovo costume in “stand-by” fino alla messa a punto. Normalmente piace subito e in questo caso può entrare a far parte della lunga lista delle mie star di carta”. La sua storia d’artista è legata in qualche modo al Carnevale, che è poi l’apoteosi del travestimento. Com’è il suo rapporto con questa festa? “L’ho vissuta molto intensamente negli anni ottanta, quando il Carnevale a Venezia tornò a prendere piede dopo anni in cui la festa veniva celebrata in sordina (sembra davvero una cosa impossibile vista oggi), mi piaceva appunto creare dei costumi e girare per la città. Col passare del tempo però è diventata un’attrazione per i turisti e non per i veneziani e ho quindi perso interesse. Lo scorso anno mi avevano chiamato per fare l’Angelo e scendere dal campanile di San Marco, ma stavo lavorando in quel periodo e non ero molto convinto, quindi ho declinato l’invito”. Chissà come sarebbe stato l’angelo di carta di Ennio Marchetto…

 
DI ANDREA MANZO

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