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Se a capire i giovani oggi è una macchina. Crepet: "solitudine infernale"

Se a capire i giovani oggi è una macchina. Crepet: "solitudine infernale"

Quasi metà degli adolescenti italiani ha condiviso con l’AI informazioni sulla propria vita. E sempre più ragazzi la consultano per sentimenti, solitudine e decisioni importanti

A chi ci si rivolge, nel 2026, quando si ha un problema personale?
L’era dei genitori o degli amici sembra ormai sempre più tramontata. Nell’era dell’intelligenza artificiale, anche per le questioni emotive sono sempre più i chatbot l’interlocutore cui scelgono di rivolgersi i giovani.
Lo fanno, tra gli altri motivi, anche perché l’Ai soddisfa, molto più di un altro confidente umano, un’esigenza più ampia: quella di sentirsi dare ragione.
E che si tratti di un fenomeno globale, che non può non preoccupare, lo sottolineano ricerche effettuate in più Paesi, dagli Stati Uniti all’Italia.
“È il frutto – commenta lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet – di una solitudine infernale. Siamo di fronte a una resa sociale che abbiamo inventato noi adulti, vendendola poi ai giovani, che non hanno esitato a comprarla.

Emozioni, sentimenti e chatbot tra i giovani di tutto il mondo

I dati di questa tendenza sono chiari. In un sondaggio condotto quest’anno, Pew Reasearch ha riscontrato per esempio che il 20% degli americani tra 18 e 29 anni interpellati ha dichiarato di aver usato almeno qualche volta i chatbot per ottenere supporto o consigli emotivi e un 7% per trovare compagnia.
È arrivata poi la ricerca di YouGov che ha evidenziato come il 14% del campione interpellato dice di aver conversato con l’Ai per compagnia e il 25% l’ha usata per ricevere consigli su questioni personali.
Non solo: il 16% degli under 45 statunitensi ritiene possibile formare un legame emotivo profondo con un chatbot e tra gli under 30 il 10% considera possibile avere addirittura una relazione romantica con un chatbot.
Quanto all’Italia, a novembre 2025 Csa Research ha pubblicato nell’Atlante dell’infanzia a rischio i risultati di un’indagine svolta per Save the Children. In questo caso, il 41,8% degli adolescenti italiani tra 15 e 19 anni ha detto di essersi rivolto all’Ai quando era triste, solo o ansioso e il 42,8% l’ha utilizzata per chiedere consigli su decisioni importanti riguardanti relazioni, sentimenti, scuola o lavoro.
Nello stesso lavoro si legge che il 9,3% del campione utilizza chatbot specificamente “relazionali”, come Character Ai e Anima, il 4,2% per trovare compagnia e il 48,4% ha condiviso con l’Ai informazioni della propria vita. In un sondaggio di quest’anno di Ipsos Doxa per Telefono Azzurro, infine, il 35% degli adolescenti 12-18 anni ha dichiarato di utilizzare chatbot AI tra le proprie attività online frequenti.

Crepet: “è già successo. Stiamo mettendo un titolo postumo”

Chiedersi, di fronte a questi dati, se le relazioni umane siano a rischio – commenta Crepet – è un po’ come mettere un titolo postumo a qualcosa che è già successo. Nei fatti stiamo infatti già assistendo a un crollo totale delle relazioni. Basta pensare al crollo delle nascite seguito alla sempre maggiore diffusione dei telefonini e, poi, a quella dei social network che ne è derivata”.
Eppure, citando un’altra indagine, svolta in questo caso da Hily intervistando 3.500 dater americani appartenenti a Gen Z e Millennials, il 64% della Gen Z non uscirebbe con una persona che si affida all’Ai per le decisioni quotidiane, il 75% si sentirebbe immediatamente respinto se il partner usasse l’Ai per decidere se avere un secondo appuntamento e il 75% considera un problema l’uso dell’AI per analizzare un conflitto di coppia.
Il 69% della Gen Z non uscirebbe inoltre con qualcuno che usa l’Ai per elaborare le proprie emozioni come farebbe con un terapeuta… “Io – riprende lo psichiatra – leggo questi dati come la classica situazione da “botte piena e moglie ubriaca”. Sul tema, piuttosto, farei un’altra riflessione: purtroppo, alla fine, vinceranno i dating center, perché costituiscono un modo comodo e facile di instaurare relazioni senza la fatica di un contatto sociale “classico””.
Le possibili soluzioni, per Paolo Crepet, sono allora tanto semplici sulla carta, quanto complicate da realizzare: “Bisognerebbe chiudere per un po’ il telefonino e ricominciare a vivere una vita fatta di relazioni. Trovo sbagliato pensare che siano gli Stati, imponendo limiti, a disciplinare i nostri sentimenti. Dobbiamo essere noi a smettere di fare quello che oggi facciamo sempre di più”.

I chatbot e la ricerca del consenso

Tornando ai dati di Save the Children, il 63,5% degli adolescenti italiani intervistati ha ammesso di aver trovato almeno qualche volta più soddisfacente confrontarsi con l’Ai che con una persona reale.
A questo tema è stato dedicato uno studio dell’Università di Stanford, pubblicato sulla rivista Science a marzo 2026, in cui 11 grandi modelli linguistici (come ChatGpt, Claude, Gemini e DeepSeek) sono stati sottoposti a scenari di problemi interpersonali.
È emerso che, rispetto alle persone, i chatbot tendono ad approvare molto più spesso la posizione dell’utente.
Anzi, se sottoposti a comportamenti dannosi o illegali, i chatbot hanno approvato il comportamento problematico nel 47% dei casi. Così, tra gli oltre 2.400 partecipanti agli esperimenti di conversazione con i chatbot, quelli che hanno interloquito con l’Ai più accondiscendente l’hanno considerata più affidabile e si sono mostrati più propensi a chiedere altri consigli.
“Questa accondiscendenza – rimarca Crepet – è nel dna dell’Ai. Che non è “intelligenza”, perché dà sempre ragione. Io, personalmente, diffido sempre di chi mi dà ragione, perché, per costruire qualcosa, si devono confrontare opinioni diverse. Il ragionamento da fare è comunque più ampio: dando ragione, si pensa di creare consenso. Ed è quel che fa oggi anche tutta la politica: prima di presentare i programmi, prova a capire cosa pensa la gente, di cui poi cerca di carpire il consenso”.

Alberto Minazzi

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