La città piange Ruggero Artico, il padre del Taliercio

Ruggero Artico

Era noto come il padre del Taliercio. E due anni fa aveva raccolto l’affetto e la stima di tutti i suoi figli, raccoltisi al Palasport da lui realizzato a Mestre in occasione dell’esordio della squadra orogranata in Basketball Champions League.
Si festeggiavano i 40 anni del Taliercio e al suo architetto Umana Reyer regalava una maglia scudettata personalizzata che gli è stata cara fino a ieri.
Ruggero Artico, architetto e urbanista che ha “firmato” in realtà molti nuovi luoghi della città, il 22 settembre 2020, all’età di 87 anni, è mancato a causa di un improvviso malore.
La notizia si è presto diffusa a Mestre, dove Ruggero Artico viveva e portava avanti con il figlio lo studio già avviato dal padre e giunto quindi alla terza generazione, e a Venezia, dove era nato, a San Giacomo dell’Orio, nel 1933.
Cordolio per la sua morte è stato espresso da Umana Reyer. “L’Umana Reyer partecipa al dolore per la scomparsa di Ruggero Artico – si legge in una nota pubblicata sui social e indirizzata alla stampa – La società tutta si stringe attorno ad amici e familiari e porge le più sentite condoglianze”.

Ruggero Artico aveva alle spalle 60 anni di attività.
Suoi sono i progetti e la realizzazione dell’area commerciale Panorama di Marghera, la prima nel nostro territorio.
Sua è stata anche la realizzazione di Sme, Decatholon e di parte dell’Auchan. Al Lido è stato l’architetto del restauro del Grand Hotel Ausonia & Hungaria.

 

Nel 2018, quando è stato invitato al Taliercio per festeggiarne i 40 anni, Ruggero Artico ha rilasciato a Metropolitano.it l’intervista che, nel ricordarlo, riproponiamo.

 

Compie 40 anni il palasport Taliercio di Mestre

Questa è una di quelle storie che si fa fatica a far cominciare con il classico “c’era una volta”. Perché il palasport Taliercio, la “casa” dell’Umana Reyer, la culla della passione cestistica dell’area metropolitana veneziana “c’è”, in via Vendramin, a Mestre.  Eppure, “c’era una volta” (appunto) in cui il Taliercio semplicemente non esisteva. Nemmeno nelle idee.
Lì, nella zona dei Cavergnaghi, c’erano solo terreni abbandonati. Erba su terreno paludoso. Erano gli anni Settanta.
Gli anni del «boom del basket italiano ed europeo», come giustamente li definisce l’architetto Ruggero Artico, che non è un’eresia definire il “papà” del Taliercio.

 

Proprio all’inizio di questi anni Settanta, il Coni aveva stabilito, come condizione per poter partecipare al campionato di basket di Serie A, la disponibilità di un palasport con capienza minima di 3.500 spettatori, per dare una risposta al crescente interesse attorno a un movimento che produceva campioni e spettacolo. E il Comune, riconoscendo oltretutto che nel Veneziano vi era un discorso molto importante legato anche alle squadre giovanili, finanziò subito la realizzazione del nuovo palasport in centro storico, all’Arsenale, per consentire di poter continuare la propria attività nell’élite della pallacanestro alla Reyer, la realtà di vertice del basket veneziano.

Palasport di Venezia
Palasport di Venezia

Già società traino del movimento locale, dunque, quella orogranata; ma, allora, non l’unica…
«All’epoca – ricorda Artico – anche a Mestre si stava affermando una fortissima squadra, nata nel dopolavoro Montedison, la Duco, che annoverava tra le proprie fila un giovane campione emergente come Renato Villalta e che ottenne la promozione dalla B all’A2.
Ma, di fronte a una spesa di tre miliardi già decisa per l’Arsenale, non si poteva pensare di chiedere al Comune un altro palazzetto, in terraferma, e quindi la squadra aveva a disposizione solo il palazzetto di via Olimpia, in grado di ospitare solo qualche centinaio di spettatori
». La Duco Mestre, così, fu costretta all’“esilio” di due anni a Castelfranco Veneto. Ma i tanti appassionati mestrini non potevano rassegnarsi.

Una cordata di imprenditori per il Taliercio

La storia del futuro palasport Taliercio, si sposta così dal piano meramente sportivo a quello della politica locale.
Figura centrale per la realizzazione del Taliercio fu infatti  l’allora prosindaco di Mestre, Domenico Bendoricchio (per inciso, anche vicepresidente della Duco). «Bendoricchio – riprende Artico – era attivissimo e, soprattutto, molto interessato al basket, per cui disse: “Facciamocelo noi, il palasport!”.
Raggruppando alcuni imprenditori edili ed alcune figure importanti in città, come l’arbitro Angonese, nel 1973 fondò così la S.E.I.S., Società esercizio impianti sportivi, società privata senza scopo di lucro».
Fin da subito, fu chiaro l’obiettivo “sociale” della S.E.I.S.: realizzare un palasport da 3.500 posti in grado di autogestirsi con manifestazioni sportive e culturali e spettacoli.
«La S.E.I.S. doveva reggere la sua gestione su un centinaio di manifestazioni l’anno, per poter così anche rifondere i debiti».

Raccolto un capitale iniziale di 140 milioni e una fideiussione da 200 milioni da parte di Montedison, partì così l’avventura.
«Bendoricchio individuò il terreno in un’area abbandonata di proprietà del Comune dove, inizialmente, si pensava di edificare il nuovo stadio – racconta Artico – Sfruttando la sua posizione all’interno dell’Amministrazione, riuscì a farsene dare una fetta. Poi venne da me e mi chiese di realizzare il progetto, a titolo gratuito e contenendo i costi al minimo».
Che poi, riguardo a questo progetto, attinge al serbatoio della memoria, rivelando tanti retroscena.
«All’inizio si era pensato a un telone, poi alla maxicupola del diametro di 70 metri per 18 metri d’altezza. Le tribune dovevano essere scavate per terra, scendendo sottoquota, permettendo così di realizzare il tutto con una spesa di 3-400 milioni».
Il nuovo Palasport si chiamò inizialmente “Palazzetto di Mestre”. L’intitolazione a Giuseppe Taliercio fu decisa in seguito, dopo l’omicidio del dirigente del Petrolchimico.

 

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