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Reyer compie 150 anni. Un secolo e mezzo dedicato allo sport

Reyer compie 150 anni. Un secolo e mezzo dedicato allo sport
Ph. Archivio Reyer

Il club veneziano ha celebrato l’importante anniversario.
Dalla ginnastica al basket, il ruolo fondamentale degli orogranata in un secolo e mezzo di storia italiana

La “Costantino Reyer”, la società che si è fatta conoscere soprattutto attraverso i suoi successi nel basket arrivati fino ai giorni nostri, compie 150 anni. E segna un traguardo da ricordare per una pietra miliare nella storia dello sport del nostro Paese.
La targa che gli attuali vertici del club veneziano hanno voluto porre nella Sala Palladio dell’Istituto Barbarigo, dove la storia racconta che avvenne la fondazione della società, il 16 novembre 1872, ha avuto proprio questo significato: non far dimenticare mai, alle nuove generazioni, il messaggio lanciato da Pietro Gallo e Costantino Reyer un secolo e mezzo fa.

Da sx: Costantino Reyer, Ferdinando Swift, Pietro Gallo ed Emilio Baumann (anno 1868 circa)

Perché ai soci fondatori della Reyer si deve una svolta fondamentale nella percezione dell’importanza dello sport all’interno dell’allora poco più che in fasce società civile dell’Italia unita.
Da una visione proiettata solo in prospettiva militare, grazie anche al contributo di questi pionieri la gente iniziò a capire l’importanza che ognuno di noi svolga attività fisica.

Il messaggio sociale dello sport in Reyer

Il fil rouge che unisce la Reyer delle origini a quella attuale è proprio legato alla missione sociale che dovrebbe caratterizzare l’operato di ogni club sportivo. “Gallo e Reyer – sottolinea Giorgio Crovato, storico e scrittore che, a coronamento di 4 anni di ricerche, ha ricostruito con Alessandro Rizzardini le origini della società orogranata – furono assolutamente due rivoluzionari, ragazzi animati dallo spirito del Risorgimento

L’Italia post unitaria si domandava infatti perché i Tedeschi fossero così forti nel mondo. E la risposta che venne data fu: “perché fanno ginnastica e sono allenati”. “La grande intuizione di Gallo e Reyer – riprende Crovato – fu quella di dire che la ginnastica devono farla tutti, perché serve per la società, per la salute, per le relazioni sociali. E ancor più rivoluzionario fu il saper declinare a tutti, comprese donne, bambini e pensionati, la proposta”.
Come poi fu per sempre.

La storia di Costantino Reyer e Pietro Gallo

Costantino, austriaco di Trieste, arrivò addirittura al punto, ricorda lo storico, di scappare da casa per partecipare al primo corso di magistrale di ginnastica a Torino.
Pietro, vicentino di Mestrino (oggi in provincia di Padova), si arruolò invece tra i bersaglieri.
I due si incontrarono al corso, riservato rigorosamente ai militari, divennero amici e iniziò così il percorso che li portò prima a insegnare educazione fisica a Pisa e Livorno e poi a ritrovarsi a Venezia, dove Reyer si era trasferito.
“La domanda – si chiede Giorgio Crovato – è: perché Venezia? Da storico, mi sono risposto ricordando che, all’epoca, in nessuna parte del mondo, nemmeno nei Paesi anglosassoni, si tenevano manifestazioni chiamate oggi si chiamano “sportive” in cui anche le donne fossero protagoniste.
In Laguna, invece, fin dal 1200 era tradizione di aprire le regate a entrambi i sessi”.

I primi passi in palestra

Nel corso delle loro ricerche, Crovato e Rizzardini hanno trovato, nell’Archivio di Stato anche alcune schede della Prefettura del gennaio 1867, tre mesi dopo l’annessione del Veneto all’Italia, che raccontano un aneddoto particolare, sull’inizio di questa missione dei due ginnasiarchi.
Reyer – ricorda Crovato – scrisse al preside dell’Istituto tecnico, presentandosi come diplomato e facendo domanda di insegnare educazione fisica, come autorizzato dalla legge De Santis”.
Leggendo il nome, originario di Graz, con iniziale diffidenza il preside consegnò quindi la lettera alla Polizia, aggiungendo però poi che si trattava di una persona perbene, attaccato alla Patria, figlio di genitori che lavoravano alle Assicurazioni Generali e altrettanto ammodo. Ma Reyer non era certamente tipo da abbattersi: chiamò l’amico Gallo, che era ancora a Pisa, e, nel 1869, aprirono una prima palestra, dove oggi c’è l’ex cinema Giorgione, da qualche anno diventato un supermercato.

reyer
Ph Archivio Reyer

Dalla palestra alla Reyer

“Lì – ricostruisce Crovato – c’era un’osteria con un ampio spazio, di 400 metri quadri, destinato al gioco delle bocce. Reyer e Gallo lo affittarono, attrezzando una prima palestra all’aperto, rispettosi al massimo dei regolamenti comunali. Perché il loro sogno, da sempre, era quello di svolgere l’attività alla Misericordia, allora magazzino militare del Demanio”.
Il passo successivo fu però quello di ottenere l’immenso salone al piano terra di Palazzo Diedo. Perché, nonostante le numerose insistenze, l’ok alla concessione della Misericordia, che sarebbe stata la “casa” orogranata per tanti anni, arrivò solo nel 1914, seguito però di poche settimane dall’inizio della prima guerra mondiale, che rinviò al 1919 la presa di possesso.

Ph. Archivio Reyer

1872: nasce la Reyer

Facendo un passo indietro, si era arrivati intanto al fatidico 16 novembre 1872 e alla Sala Palladio, che Gallo, insegnante di educazione fisica all‘Istituto tecnico nautico con sede al Barbarigo, ottenne dal preside, anche grazie all’amicizia con i cittadini allora più in vista, per le loro riunioni.
La data di fondazione della Reyer può ritenersi ormai certificata, essendo stata fatta coincidere, come sottolinea lo storico, con la nomina di Gallo a presidente provvisorio della società, con il successivo passaggio al sindaco.
“L’idea di fondare la società – precisa Crovato – era nell’aria da tempo, ventilata nelle numerose riunioni a casa dei nostri protagonisti. Si cita spesso anche il 9 novembre, quando furono perfezionati gli atti, ma dandosi in quel contesto appuntamento alla settimana successiva”.

Reyer: un nome, un omaggio

Riguardo al nome e alla fondazione della società, vanno sottolineate anche un altro paio di curiosità. La prima è legata alla pronuncia. Per decenni, gli abitanti di Venezia l’hanno chiamata “Rayer”, con la pronuncia alla tedesca. In realtà, è corretto leggere “Reyer” così come si scrive, visto che uno dei suoi principali artefici era comunque triestino.
Al tempo stesso va sottolineato che, quel 16 novembre di 150 anni fa, Costantino non era presente alla costituzione della società.
“Reyer – racconta Giorgio Crovato – era un vero e proprio “figlio del mondo”. Da sempre parlava italiano, tedesco, inglese e francese, oltre alla conoscenza di latino e greco maturata con gli studi classici. E viaggiava sempre. Anzi, quando non viaggiava era malato. Anche se poi morì, a Graz, a ben 93 anni, ultimo di tutti i protagonisti di questa storia”.
Reyer fu nominato, tra le altre cose, anche responsabile della Federazione Ginnastica tedesca. E proprio in Germania si trovava il giorno della decisiva riunione nell’aula magna. In quell’occasione, fu un altro dei fondatori, Apollo Barbon, figlio di vetrai, a proporre di dedicare la società al nome dell’amico assente. E lui, successivamente, accettò l’omaggio, commosso.

Reyer: dalla ginnastica al basket

Come detto, per lunghi anni l’attività della società “Costantino Reyer” si dedicò principalmente alla ginnastica, iniziando solo nel 1920 quella cestistica, che le ha dato più lustro, sia negli anni Quaranta dello scorso secolo, con due scudetti maschili e uno femminile, sia in questo avvio di terzo millennio, con le punte di altri due scudetti maschili e un altro femminile, conditi di Coppe Italia, Supercoppe e trofei europei.

Il basket dagli Stati Uniti a Venezia. E poi in tutta Italia

Ancor prima dei risultati, la Reyer ha però svolto un ruolo fondamentale nell’arrivo del basket in Italia.
“Uno degli amici di Costantino ma soprattutto di Pietro Gallo, con cui si era conosciuto tra i bersaglieri, – sottolinea Crovato – si chiamava Venerosi. Un nome che si ricollega direttamente a Ida Nomi Venerosi Pesciolini, la ragazza che, di ritorno a Siena dagli Stati Uniti, dove aveva studiato, trascrisse le regole del basket, che andava per la maggiore in America”.
Gallo e Reyer, dunque, invitarono la Venerosi al primo concorso nazionale di ginnastica, che si tenne a Venezia, allo “Stadion” costruito nella sacca di fronte al rio dei Giardini della Biennale.
È qui che, la mattina del 12 maggio 1907, avvenne la prima esibizione sul territorio nazionale di una partita ufficiale di questo sport, ritenuto estremamente adatto alle ragazze. “Cosa incredibile, in una società maschilista come quella di allora”, rimarca lo storico.

La squadra femminile della Reyer partecipante al decimo Concorso Ginnastico Nazionale (Venezia Sant’Elena, 1920)

La ricerca storica e gli aneddoti

Nel corso delle loro ricerche, Crovato e Rizzardini hanno trovato anche numerosi altre curiosità.
Per esempio, nel romanzo di Edmondo De Amicis “Amore e ginnastica”, la protagonista, Ida (nome non casuale…) Pedani ha affissi in camera proprio i ritratti di Gallo e Reyer. Così come, nei verbali dell’Ateneo Veneto, sono state trovate le testimonianze della presenza dei due al “vermut di gala” offerto dal sindaco di Venezia ai giurati del convegno di ginnastica.
Fondamentale, però, è stata soprattutto la conoscenza con la docente di filosofia Paola Gallo, discendente di Pietro. “Nei materiali conservati nell’armadio a cui ci ha permesso di attingere – ringrazia Crovato – abbiamo trovato conferma di tutto quello che era emerso da archivi e giornali. La ricerca è stata fortunata, perché, per esempio, abbiamo trovato la fitta corrispondenza tra Gallo e Reyer, che si scrivevano continuamente cartoline postali in cui numeravano gli argomenti per occupare meno spazio”.
Né meno curiosa è la vicenda “personale” che lega Giorgio Crovato alla storia della Reyer.
“Agli archivi della Celestia – rivela – abbiamo scoperto che la famiglia Gallo da Dorsoduro si trasferì ai Santi Apostoli, in calle dei Proverbi. Esattamente nell’appartamento che, senza saperlo, ho acquistato proprio io, tanti anni dopo. E una foto che ho trovato in soffitta, prima del restauro, ritrae proprio Gallo, Reyer e Baumann: per fortuna l’ho conservata e, quando abbiamo scritto il libro, l’ho ovviamente inserita”.

Alberto Minazzi

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