REALISMO E AMBIZIONE

ReyerZine_n6-TOMASUTTI


Da una parte la consapevolezza di affrontare un campionato sempre più duro. Dall’altra la voglia di gettare le basi per un progetto tecnico di lungo periodo. Così Andrea Mazzon apre il sipario sulla stagione della Reyer maschile
Si racconta che, quando Marco Polo tornò a Venezia dopo diciassette anni di peregrinazioni ai confini del mondo, nessuno, nemmeno la sua famiglia lo riconobbe. Soltanto una volta smessi i panni del viaggiatore, riuniti a tavola i commensali e dispensati tessuti e preziosi, tutti ebbero a riconoscerlo. Di anni invece ne sono passati venti da quando Andrea Mazzon lasciò la Reyer per seguire la vocazione che lo avrebbe portato lontano, fino a sedere su alcune delle più prestigiose panchine europee. Ben pochi hanno fatto fatica a riconoscerlo, quando lo scorso febbraio è tornato per trarre in salvo la sua Reyer dalle secche in cui era finita. Eppure di lui c’è ancora molto da scoprire, senz’altro più di ciò che in questi mesi le incombenze agonistiche hanno dato modo di fare.
Con il suo arrivo il club lagunare non si è soltanto affidato ad un allenatore dall’indiscutibile bagaglio tecnico (una Korac, una finale di Eurocup, svariate partecipazioni in Eurolega), ma soprattutto ad un professionista che vive e vede il basket in una dimensione internazionale. Un’opportunità preziosa per una società dal passato glorioso, ma dal presente acerbo. Un respiro diverso, che si avverte già al momento di descrivere la scelta di rimanere sotto le insegne orogranata. «È vero mi piacciono le sfide meno semplici, meno scontate. Anche questa lo è nonostante possa non sembrare così, essendo tornato a casa. Sono rimasto, invece, perché convinto di una cosa: qui si può davvero aprire un ciclo e fare qualcosa di importante e duraturo nel tempo. Con tutte le dovute proporzioni, vorrei fare qui quello che ha fatto Obradovic in dieci anni al Panathinaikos». Non sono i paragoni impegnativi a turbarlo, né il dubbio di essere tornato troppo presto da dove era partito (che poi è la forza di chi si sente in perenne viaggio) e il motivo è presto detto. «Creare qualcosa di importante e farlo nella propria città, è una sfida complicata e stimolante. Allenare qui tra dieci anni sarebbe stato quasi un pensionamento anticipato. Farlo adesso è esattamente il contrario. Sono nel pieno della carriera e ho un’opportunità irripetibile».
LA NUOVA SQUADRA
Chi tanto ha viaggiato, sa bene che per arrivare lontani si comincia sempre facendo attenzione a come si mettono giù i primi passi. Forse anche per questo la struttura della nuova squadra è nata senza azzerare quella passata. «Non abbiamo stravolto l’impianto di squadra e abbiamo deciso comunque di tirare fuori il massimo dal materiale umano che in parte già avevamo. L’idea è stata di fare degli innesti attorno ad un nucleo che avesse non solo delle qualità tecniche, ma anche umane». Il riferimento è soprattutto ai giocatori italiani che avranno un ruolo tutt’altro che secondario per ragioni non solo tecniche. «Gli italiani che giocano in Legadue non hanno mediamente qualità eccelse, ma devono avere piuttosto delle qualità specifiche e in questo senso vanno impiegati. Alla loro specializzazione chiediamo di abbinare la voglia, l’intensità, la capacità di fare gruppo. Saranno loro a dover rispondere presente e a tappare le falle che si apriranno qui lì durante la stagione». Tuttavia, tra i giocatori più attesi quest’anno c’è senza dubbio Clark, il playmaker che l’anno scorso insieme a Mazzon aveva trascinato l’Aris alle semifinali per il titolo greco. «Nessun giocatore, da solo, è in grado di cambiare le sorti di una squadra – ammonisce Mazzon. «Nemmeno nella NBA avviene. Detto questo “Kee-Kee” per noi è un valore aggiunto. Il fatto che abbia un passaporto europeo, ci permette di fatto di avere tre americani e per noi questo è un indubbio vantaggio. Dal punto di vista tecnico poi è una certezza e ha caratteristiche diverse da Meini, con il quale potrà essere impiegato anche contemporaneamente». Se Clark e Slay saranno le prime voci soliste dell’orchestra veneziana, ad Alvin Young toccherà quest’anno non solo il ruolo di guida tecnica, ma anche carismatica. Così il tecnico spiega l’investitura a capitano della guardia newyorkese, il primo straniero nella storia ultracentenaria della Reyer. «È stata una precisa decisione condivisa a tutti i livelli societari. È stata scelta una persona che da subito ha sposato appieno e con grande entusiasmo la causa della Reyer. Allo stesso tempo però si è deciso di farlo mantenendo Causin come “co-capitano”. Entrambi infatti hanno caratteristiche diverse e sono complementari. Alberto rappresenta la società, l’attaccamento a questa maglia. Alvin trasmette a tutti la sua innata voglia di vincere. Tutto questo non farà che rafforzare il gruppo».
SUPER LEGADUE
Sul livello di difficoltà che il campionato riserverà alla Reyer, in ogni caso, è meglio non farsi troppe illusioni. E non soltanto per la discutibile scelta dell’unica promozione in ballo al termine dei playoff, che renderà ancor più imprevedibile il torneo. «Penso che andiamo incontro alla Legadue più difficile degli ultimi dieci anni. Faccio un esempio: quest’anno è arrivato un giocatore come Hicks, che due anni fa, non dieci, era capocannoniere in serie A. Qualcosa di inimmaginabile solo qualche tempo fa. Poi c’è un Maggioli che lo scorso anno era il centro titolare della Virtus, per non parlare di BJ Elder, altro giocatore di categoria superiore. Ma lo stesso Vukcevic a Rimini o Lechthaler a Ferrara, sono tutti innesti che hanno elevato enormemente il tasso tecnico di questo campionato. Ci sono squadre in questa nuova Legadue che, a livello di quintetto, sono superiori a diverse squadre di A di seconda, terza fascia».
INCOGNITA REGOLE
Quest’anno le incognite non saranno solo a livello tecnico-agonistico. I cambiamenti del regolamento FIBA sono destinati non solo a incidere, ma anche a far discutere. Questo il pensiero del tecnico orogranata in merito. «Non prevedo cambiamenti radicali. Ci sarà un normale periodo di adattamento. La mia impressione è che avremo azioni più rapide e un maggior numero di possessi, almeno quattro, cinque in più a partita, in conseguenza alle nuove regole sulla gestione dei tempi nei finali di partita. Anche le percentuali si abbasseranno un po’, perché si sarà costretti a tirare più in fretta e più velocemente». Tra i tecnici italiani i malumori verso alcune delle novità introdotte sono per ora rimaste sottotraccia. Ciò non toglie che qualche perplessità stia venendo a galla. «Se mi è permessa una critica costruttiva, ad esempio, nell’allargare l’arco dei tre punti, non si è pensato anche ad allargare leggermente il campo, come nella NBA. Il risultato è che è difficile giocare negli angoli, i giocatori finiscono fuori facilmente». Una situazione che si è ripetuta spesso nelle partite di preparazione al campionato e che non è per niente banale. Ma a far discutere sarà soprattutto la nuova zona di “non-sfondamento”. «Una delle regole fondamentali del basket è che quando tocchi una qualsiasi riga sei fuori dal campo. Nel caso dell’arco che delimita questa zona è esattamente l’opposto. E poi c’è la valutazione del passaggio all’indietro, oppure in area, che vanno fischiati in modo diverso. Tutte cose che rischiano di mettere ancor più in difficoltà gli arbitri».
DI ALESSANDRO TOMASUTTI
 
 

Condividi:
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbe interessarti anche: