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Plastica nel microonde? Cosa rischiamo ogni volta che scaldiamo un pasto pronto

Plastica nel microonde? Cosa rischiamo ogni volta che scaldiamo un pasto pronto

Il report di Greenpeace: riscaldare i cibi in questo modo ci espone a sostanze tossiche e microplastiche

C’è un gesto che facciamo senza pensarci: strappare la pellicola, infilare il piatto nel microonde e schiacciare “start”. Tre minuti e la cena è servita.
Ma dietro quel bip rassicurante potrebbe nascondersi molto più di un pasto veloce.
Secondo un nuovo allarme degli ambientalisti, ogni volta che scaldiamo un piatto pronto in un contenitore di plastica potremmo portare in tavola un mix invisibile di microplastiche e sostanze chimiche che non appartengono al menu. E il problema, dicono, è che lo stiamo facendo tutti i giorni, senza neanche accorgercene.

Il microonde nelle nostre case

Anche se da noi ha messo più tempo a diffondersi rispetto ai Paesi del Nord Europa, il forno a microonde è ormai diffuso capillarmente anche nelle nostre cucine.
Nel 2024, per esempio, l’Italia si è confermata al fianco di Francia e Germania come uno dei principali mercati europei, con circa 3,5 milioni di unità vendute. A differenza di altre realtà, però, l’uso che noi italiani facciamo di questo elettrodomestico si limita in molti casi al riscaldamento dei cibi. E chi lo fa si è sentito sicuramente chiedere dal commesso del banco, quando ha acquistato un piatto pronto, se preferiva la confezione in alluminio o quella in plastica. Perché la prima, questo ormai lo si sa bene, se messa in un microonde acceso può causare scintille, incendi e danni permanenti all’apparecchio. Ma nemmeno la seconda, svela ora un report di Greenpeace International, può considerarsi sicura. E a rischio, in questo caso, c’è un bene ancor più prezioso: la nostra salute.

microonde

Il lato oscuro dei piatti pronti

Il titolo dell’analisi, attualmente soggetta alla valutazione critica di esperti indipendenti, è eloquente: “Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica”.
I ricercatori si sono concentrati sull’esame di 24 studi scientifici recenti sul tema, concludendo che prodotti alimentari pronti pubblicizzati come “sicuri da riscaldare” rischiano di esporre ogni giorno milioni di persone a contaminanti invisibili. “Le persone – dichiara Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica di Greenpeace Usa – pensano sia sicuro acquistare e riscaldare un pasto confezionato nella plastica. In realtà veniamo esposti a un mix di microplastiche e sostanze chimiche pericolose che non dovrebbero mai venire a contatto con il cibo che mangiamo”. Scendendo nel dettaglio, uno dei lavori analizzati da Greenpeace ha per esempio rilevato che dalle 326 mila alle 534 mila particelle si disperdono nei simulanti alimentari dopo soli 5 minuti di riscaldamento al microonde: fino a 7 volte in più rispetto al riscaldamento in forno. Il riscaldamento, confermano anche altri studi, aumenta insomma drasticamente la contaminazione chimica. Campioni di plastica comune come polipropilene e polistirene, quando sottoposti a microonde, rilasciano additivi chimici in cibi o in simulanti alimentari, inclusi plastificanti e antiossidanti.

L’allarme e la denuncia sui rischi della plastica per alimenti

“I governi – riprende Forbes – hanno lasciato che l’industria petrolchimica e della plastica trasformasse le nostre cucine in laboratori di sperimentazione: il nostro rapporto mostra che la dicitura “adatto al microonde” non è altro che un’illusione”. L’ong ambientalista ricorda infatti come sia noto che, nelle plastiche, siano utilizzate o presenti oltre 4.200 sostanze chimiche pericolose. E alcune di queste, tra cui bisfenolo, ftalati, Pfas e metalli tossici come l’antimonio, sono collegate a cancro, infertilità, disfunzione ormonale e malattie metaboliche. Almeno 1.396 sostanze chimiche presenti nelle plastiche che vengono a contatto con gli alimenti sono state inoltre rilevate anche nel corpo umano, con crescenti evidenze che collegano l’esposizione a queste sostanze con disturbi del neurosviluppo, malattie cardiovascolari, obesità e diabete di tipo 2. Il problema si lega al fatto che, aggiunge Greenpeace, la maggior parte di queste sostanze pericolose “non è regolamentata negli imballaggi alimentari”. Le cose poi si complicano quando i contenitori in plastica vengono riutilizzati, ma anche quando sono vecchi o graffiati. La plastica usurata, infatti, rilascia quasi il doppio delle particelle di microplastica rispetto agli imballaggi nuovi.

Le richieste di Greenpeace ai Governi per un settore in continua crescita

Il rapporto appena pubblicato ricorda quindi che i piatti pronti confezionati nella plastica rappresentano uno dei segmenti in più rapida crescita nel sistema alimentare globale, anche dal punto di vista dei ricavi. Secondo una ricerca di Towards Fnb, il giro d’affari ha toccato un valore di quasi 190 miliardi di dollari, con un volume di produzione di piatti pronti che nel 2024 ha raggiunto globalmente i 71 milioni di tonnellate, ovvero una media di 12,6 kg pro capite.
Un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia ha inoltre mostrato che gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 36% di tutta la plastica e che la produzione di plastica è destinata a più che raddoppiare entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. “Le autorità di regolamentazione – rimarca Greenpeace – non sono riuscite finora a tenere il passo. A livello globale mancano linee guida normative adeguate sulle microplastiche rilasciate dagli imballaggi alimentari, e diciture come “adatto al microonde” o “adatto al forno” forniscono ai consumatori una falsa rassicurazione”.

Alberto Minazzi

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