Il mondo descritto nella raccolta di racconti di A.A. Milne è arrivato fino ai giorni nostri. E ci può insegnare ancora molto
Già giornalista umoristico, autore di libri (a partire dal giallo “Il dramma di Corte Rossa”) e pièce teatrali, saggista e sceneggiatore, il britannico Alan Alexander Milne nel 1925 decise di dedicarsi alla letteratura per ragazzi.
Fu così che, un anno dopo, pubblicò l’opera alla quale ancor oggi, dopo un secolo, rimane legato principalmente il suo nome.
Perché la raccolta di racconti “Winnie the Pooh”, uscita esattamente il 14 ottobre del 1926, anche grazie alle illustrazioni di E.H. Shepard, si rivelò sùbito un grande successo editoriale, con 32 mila copie vendute nel Regno Unito e 150 mila negli Stati Uniti prima della fine dell’anno, per poi diffondersi in tutto il mondo.
Ma Winnie the Pooh non si fermò qui, dando vita successivamente anche a una serie di ulteriori iniziative commerciali: dai pupazzetti che, acquistando con lungimiranza i diritti di sfruttamento, iniziarono a essere realizzati e diffusi nel Nord America nel 1930 dall’imprenditore Stephen Slesinger, alla versione a fumetti di Walt Disney del 1961.
I 100 anni di Winnie the Pooh
Eppure, il libro da cui tutto ebbe inizio, che ebbe un primo “sequel” in un libro di poesie per bambini pubblicato nel 1927 e poi in altri due libri di racconti per bambini, nacque semplicememente come una sorta di trascrizione, per quanto sviluppata con ottimi dialoghi, delle storie raccontate da Milne al figlio, con protagonisti i suoi animaletti di pezza.
All’autore va riconosciuto il merito di aver saputo trasformare una serie di avventure che possono sembrare marginali in storie dallo spessore molto più ampio, in grado di rivolgersi non solo ai bambini, ma anche agli stessi adulti, creando un mondo di piccoli “antieroi quotidiani” al tempo stesso teneri ma anche fonte di riflessione.
Qualità che sono state riconosciute anche in occasione delle celebrazioni per il centenario.
Per esempio, il Time ha pubblicato un numero speciale dedicato a Winnie the Pooh, la rivista Counrty Life gli ha riservato la copertina del numero di ottobre. Ancora, la Royal Mail ha realizzato un set di francobolli a tema.
E poi le tazze di Starbucks, le collezioni a tema delle grandi catene di moda, in aggiunta ovviamente al gran fermento in rete, tra dediche e ricordi sui social, podcast, interviste e articoli giornalistici. Un omaggio nostrano, per quanto risalente a 60 anni fa, fu invece la scelta del gruppo musicale Jaguars che, dovendo cambiare nome, scelse quello di “Pooh”.
Winnie the Pooh: la semplicità che arriva al successo
Un successo che contrasta decisamente con la figura dell’orsetto semplice e gentile, ma pigro e impacciato, tutt’altro che ambizioso, ma capace di accettarsi e restare sempre se stesso. E soprattutto goloso. La sua immagine classica, consolidata soprattutto dai disegni Disney, è infatti quella di un orsetto pacioccone, con un vasetto di miele in mano.

Winnie, come ricorda il Gambero Rosso, ama anche latte condensato (amato anche dal’orsa Winnipeg, celebrità dello zoo di Londra di quegli anni a cui il personaggio deve il nome). Tigro, altro personaggio della serie, adora invece estratto di malto e ricostituenti per bambini. E tramandano così anche un pezzo di storia dell’alimentazione britannica.
Il messaggio generale che emerge dalle storie di Winnie the Pooh, e dal quale possiamo trarre un importante insegnamento tanto più nel frenetico mondo moderno, ha però un respiro molto più ampio: può bastare davvero poco per essere felici.
Alberto Minazzi



