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Pensioni: la rivalutazione non è uguale per tutti

Pensioni: la rivalutazione non è uguale per tutti

Lo studio di Dataroom e Centro studi Itinerari previdenziali: il ceto medio ha “perso” oltre 37 mila euro dal 2012

C’era una volta la cosiddetta “scala mobile”. Fino alla riforma Amato del 1992 gli stipendi si adeguavano cioè automaticamente all’aumento del costo della vita. E lo stesso meccanismo si applicava anche all’importo dell’assegno pensionistico. Pensioni che, dal 1994, hanno iniziato a essere rivalutate sulla base dell’inflazione con la cosiddetta “perequazione automatica”.

Un meccanismo che, nell’arco degli ultimi 30 anni, ha vissuto una serie di alterne vicende, con ben 15 modifiche del sistema, tra adeguamenti, blocco del 2012, modifiche delle modalità di calcolo, classi e scaglioni. Si è arrivati così all’attuale perequazione, basata su alcuni criteri. In generale, alla somma percepita dal pensionato si applica la quota di inflazione stimata. Anche se, va specificato, la rivalutazione varia a seconda dell’importo.

Si guarda cioè al trattamento pensionistico minimo Inps (fissato per il 2026 a 619,80 euro lordi al mese) e si procede seguendo una serie di scaglioni. La rivalutazione della pensione al 100% dell’inflazione, insomma, non viene riconosciuta a tutti. E uno studio di Dataroom e Centro studi Itinerari previdenziali ha ora quantificato la perdita di rivalutazione accumulata negli anni da chi non l’ha potuta sfruttare appieno. A partire dal ceto medio.

La perdita di rivalutazione per il ceto medio

I pensionati italiani, premette il lavoro, sono circa 16,3 milioni. E la rivalutazione piena riguarda quei 12,7 milioni di persone che incassano un assegno mensile compreso tra i 619 e i 2.476 euro lordi, con l’esclusione dunque di 3,6 milioni di pensionati che usufruiscono invece di una rivalutazione solo parziale. Si è provato così a calcolare come è cambiata la pensione di chi riceve oggi un assegno di 2.826 euro lordi, pari a 1.917 netti.

In questo caso, tra il 2012 e il 2025, un pensionato ha perso ben 37.498 euro lordi rispetto a quelli che avrebbe ricevuto se avesse potuto sfruttare una rivalutazione piena, con dunque una significativa diminuzione di potere d’acquisto. E siamo all’interno di quello che il Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali definisce “ceto medio”, nel quale ricadono tutti coloro che incassano una pensione compresa tra 2.400 e 5.300 euro lordi mensili.

Lo studio offre anche un’altra chiave di lettura: se una pensione di 2.500 euro lordi nel 2011 valeva 5,34 volte il trattamento minimo, i corrispondenti 2.826 euro rivalutati del 2025 arrivano ad appena 4,72 volte. E ricorda anche come gli scaglioni siano stati reintrodotti proprio nel 2025, dopo che, dal 2023, si era tornato ad adottare il sistema “a classi”. Superando la soglia massima, cioè, l’abbattimento della rivalutazione riguardava l’intera somma e non solo quella eccedente il limite fissato. In questo modo, si afferma, sono stati “risparmiati” 10 miliardi di euro di pensioni in 2 anni.

Il meccanismo di rivalutazione attuale e le prospettive per le pensioni

Per proteggere il potere d’acquisto dei pensionati, l’importo degli assegni viene adeguato ogni anno all’inflazione registrata dall’Istat. Il calcolo a scaglioni, che tiene conto dell’importo complessivo di tutte le pensioni percepite dallo stesso soggetto, prevede l’applicazione di una rivalutazione al 100% sulla parte fino a 3 volte il trattamento minimo Inps, al 90% su quella compresa tra 3 e 5 volte il minimo e al 75% per la quota oltre 5 volte il minimo.

Il calcolo delle soglie prende come riferimento il trattamento minimo Inps dell’anno precedente, mentre è il Ministero dell’Economia, tra novembre e dicembre, a fissare, sulla base dei dati Istat, la percentuale provvisoria di rivalutazione per l’anno successivo, fissando un indice provvisorio di inflazione prevista. Se, nei fatti, il tasso di inflazione definitivo risulta diverso dalle stime, l’Inps riconosce ai pensionati un conguaglio, che può essere tanto a credito quanto a debito.

L’immediato futuro si lega alla prossima Legge di Bilancio. Ma il Governo sembrerebbe più orientato a intervenire sulla tassazione Irpef che sulle pensioni, con la probabile esclusione di un’estensione dell’adeguamento al 100% alle fasce medie. Guardando invece al medio periodo, va ricordato che dal 2036, con il definitivo abbandono del sistema retributivo in cui il calcolo avveniva sulla media degli stipendi percepiti negli ultimi anni di lavoro, tutti gli assegni pensionistici saranno calcolati sulla base dei contributi effettivamente versati, con importi dunque già in partenza più bassi.

Alberto Minazzi

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