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PARTITADOPPIA PER LA REYER

PARTITADOPPIA PER LA REYER


Mentre Venezia e Mestre ed il territorio metropolitano tornano ad impazzire per il basket, la serie A conquistata dall’Umana Reyer pone una duplice sfida che richiede un salto di qualità: sportiva per la società e collettiva per amministrazione e cittadinanza.
E sullo sfondo l’inevitabile questione palasport
 
Le bandiere orogranata appese alle finestre. Le facce dei giocatori sulle vetrine dei bar. I giovani, e meno giovani, con le felpe e le magliette. I campetti, anche quelli dove fino a qualche anno fa passavano solo gatti e foglie secche, di nuovo pieni di ragazzini che lanciano un pallone in un canestro. La vecchia zia, che in un palazzetto non è mai entrata, che ti ferma e si infervora per l’assurda regola della wild-card. I piccoli segni, i frammenti raccolti dalla strada raccontano anche meglio della cronaca il ritorno della Reyer e della pallacanestro nel tessuto profondo della città, che ha accolto con entusiasmo straordinario la massima serie.
La serie A rappresenta una doppia sfida, sportiva e collettiva. Sul piano agonistico, la squadra è più pronta di quanto non si possa immaginare. Il mantenimento dell’asse portante Clark-Young-Slay; il rafforzamento del parco italiani (Fantoni, Rosselli); lo spazio lasciato aperto agli innesti stranieri (Bowers, Szewczyk); il pre-campionato volutamente di alto profilo (Samara, Francoforte, Stella Rossa, tutte squadre di spessore europeo). Scelte studiate anche in funzione del possibile, e poi avveratosi, passaggio in serie A. Un adattamento al nuovo campionato che meglio di così non poteva iniziare. Prima ancora che sul piano del gruppo, saranno i singoli giocatori, specie quelli con meno esperienza ad alto livello, a dover cambiare il proprio stile di gioco, adeguandolo al nuovo contesto, dove la velocità e il contatto fisico condizioneranno i movimenti e le scelte tecniche.
Nessuno si attende qualcosa di diverso da un campionato di grandi lotte, in cui un lotto di almeno cinque, sei squadre si affanneranno per evitare il diciassettesimo (qui non serve nemmeno la scaramanzia) e ultimo posto. Gli appassionati orogranata di laguna e terraferma, non si faranno di certo impressionare e sono già pronti a riaccendere le polveri di un sostegno tornato quello dei tempi migliori. A questo si aggiunge l’interesse per una serie A, che dopo svariati anni vuole tornare al di fuori della ristretta cerchia degli appassionato cestofili. Si annuncia una inedita sfida a tre, con Siena che parte in vantaggio, ma di misura, su Cantù e Milano, quest’ultima protagonista di imponenti investimenti, rastrellando il meglio del mercato di Eurolega e impreziosendo il suo corredo con il ritorno di Gallinari. E soprattutto il ritorno in chiaro del basket, che dopo la “gabbia d’oro” di Sky e dei suoi dividendi, ha finalmente il coraggio di rischiare per riconquistare quella visibilità generalista, senza la quale uno sport professionistico non può pensare di crescere.
Per competere in prospettiva a questi livelli, però, è necessario anche contare su strutture adeguate. E qui non si scappa: l’annosa questione del palasport è quantomai di attualità, è fondamentale però che si torni il prima possibile a giocare a Mestre. Il Taliercio ampliato e corretto potrà essere tranquillamente la “bomboniera” di una Reyer che riuscisse a consolidarsi ad un livello medio-basso di serie A, dove – per intendersi – la comoda salvezza sarebbe l’unico risultato pensabile. Non potrà esserlo però per una società ambiziosa, che si irrobustisse economicamente e puntasse ancora più in alto. A quel punto la questione non sarebbe più soltanto quella di avere un palasport all’altezza della massima serie. Si tratterebbe di costruire e gestire un impianto multifunzionale necessario alla stessa sostenibilità del club, per il quale gli incassi, il merchandising e le attività collaterali diventerebbero voci d’entrata strutturali.
Qui si innesta la sfida collettiva. Un confronto chiaro e propositivo, sulla questione palasport e sugli impianti sportivi più in generale, più che auspicabile è diventato doveroso. La sfida a questo punto riguarda non solo la Reyer, ma tutta la città, intesa come collettività e sua amministrazione. Rimanere ad alto livello nel basket comporta costi molto elevati, specie se rapportati al momento economico generale e alle difficoltà specifiche delle aree produttive cittadine. Rimanerci, però, può essere anche un’opportunità economica e di immagine per Venezia, Mestre e tutto il territorio metropolitano. Ora che la città si è riappropriata del suo simbolo sportivo, la Reyer, ed è tornata a riabbracciare il suo sport storicamente prediletto, la pallacanestro, tutti sono attesi ad un deciso salto di qualità. Club, amministrazione, appassionati, forza imprenditoriali, collettività. Solo così tutto questo potrà durare nel tempo.
DI ALESSANDRO TOMASUTTI
 
 

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