OSSIGENO PURO, SENSAZIONI UNICHE

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La prima Olimpiade che ho visto di persona è stata quella del 1976, a Montreal. Ci andai con i miei due figli più grandi, Billy, allora dodicenne, e Jeff che aveva nove anni. Francamente ci ero andato solo per vedere le partite del torneo di pallacanestro, che si svolgevano presso  il mitico Forum di Montreal, dove giocavano a hockey sul ghiaccio i leggendari Montreal Canadiens. Non avevo in programma di vedere altri eventi, nè di visitare il villaggio olimpico. Avevo anche i miei giusti motivi per voler vedere il basket. Solo quattro anni prima, gli USA, la nazionale del mio paese, aveva subito la sua primissima sconfitta nel basket olimpico, 51-50, contro i grandi rivali di sempre, l’URSS, nella partita più controversa della storia del basket, con l’ultima azione ripetuta ben tre volte, fino al canestro vincente di Alexander Belov. Nel 1976 ero allenatore della Virtus Bologna, fresca del titolo di Campione d’Italia. Avevo assistito a gran parte della preparazione della nazionale americana. Ero arrabbiato per quello che era successo nel 1972 anche perchè, polemiche sull’ultima azione a parte, sapevo che si era puntato sull’allenatore sbagliato, il vecchio santone, Hank Iba.
Ma nel 1976 al suo posto avevamo il grande Dean Smith in panchina. Volevo vedere il suo operato in prima persona. Mi dava parecchio fastidio, come detto, la sconfitta degli USA nel 1972 anche perché all’epoca sulla stampa cilena erano apparse delle dichiarazioni pesanti sul mio conto: “Abbiamo l’allenatore giusto per il Cile? Forse dovevamo prendere un coach dall’Unione Sovietica”. Dire che fossi arrabbiato è poco. Ero inferocito, per questi dubbi sul mio conto. Non mi consideravo inferiore a nessun allenatore dell’URSS. Quindi, volevo che Dean Smith mettesse le cose a posto nel mondo del basket. E lo fece: 7 vittorie e 0 sconfitte battendo la Jugoslavia nella finale. A Montreal c’era anche Don Boucher, ex-Direttore del Corpo di Pace in Cile. Lui aveva i biglietti anche per l’Atletica Leggera. Mi chiese se volevo tre biglietti per la mattina. Io rifiutai ma lui insistette. “Dan, è una cosa da non perdere, specie per i ragazzi” mi disse. Prestissimo ci spostammo  verso lo stadio attraversando il Villaggio Olimpico. Mi pervase una sensazione impossibile da descrivere. Stavo respirando un’altra aria. Si sentiva lo spirito olimpico.
Vedemmo atleti, hotel, ristoranti, arene, tutto. Il Forum, invece, era fuori dal Villaggio. Dire che mi quell’esperienza mi galvanizzò è dire poco. Ne rimasi fulminato. Nessun’altra parola calza meglio. Poi ricordo gli eventi sportivi. Guy Drut della Francia vinse l’oro negli 110 ostacoli. Renate Stecher della Germania Est vinse i 200 metri femminile. Poi, tre lanciatori di martello frantumarono il record olimpico in tre lanci consecutivi. Che lanci! Il martello volava. Pensavo, “Ora scende” ed invece, continuava a salire. Incredibile. Io e i miei figli restammo a bocca aperta. Alla fine mi dissi: “Idiota! Non volevi venirci! Cosa avresti perso…”. Ecco l’impatto che l’Olimpiade ha su qualsiasi persona. Non solo su di me, non solo sui miei figli. Molti anni dopo, nel 1988, per TV Koper, feci il telecronista delle partite di basket all’Olimpiade di Seul, insieme al mitico Sergio Tavcar, con la regia di Marco Francioso. Un’altra volta l’URSS eliminò gli USA, in semi-finale, vincendo poi l’oro. Questa volta ero stranamente meno arrabbiato. Sapevo che meritavano loro. Mi consolai visitando il villaggio olimpico insieme a mia moglie.
Anche lei, proveniente da una famiglia sportiva (suo padre, Mario Verga, era Campione del Mondo e Recordman del Mondo di Motonautica, morto in un incidente motonautico nel 1954), rimase ugualmente impressionata. Allo stadio olimpico o nel villaggio olimpico si respira ossigeno puro. Quello che ti fa girare la testa. Sono sensazioni uniche. Poi, in TV, a Seul, vedemmo Gelindo Bordin vincere la Maratona e baciare la terra dopo aver tagliato il traguardo. Ecco la fotografia di ciò che è l’Olimpiade quando si è lì personalmente: ossigeno puro e baciare la terra. Spero di farlo a Venezia nel 2020.
DI DAN PETERSON

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