In Italia arriva il via libera alla prescrizione culturale come supporto alle cure mediche. Musei, teatri e concerti potrebbero entrare ufficialmente nel mondo della salute pubblica
In Italia, la cultura esce dall’immaginazione e entra nei protocolli sanitari.
Stress, ansia e solitudine non si combattono più solo con farmaci o visite mediche: presto, quadri, note musicali e parole scritte saranno strumenti concreti di cura, riconosciuti dallo Stato.
Può sembrare strano. Ma, in realtà, la scienza da diversi anni sta approfondendo il collegamento tra arte e cultura da una parte e benefici per la salute dall’altra. E il valore terapeutico delle opere d’arte è ormai riconosciuto anche dall’Oms.
Secondo molti studi, guardare opere d’arte riduce infatti stress e ansia, stimola emozioni positive, aiuta la riflessione, riduce il senso di isolamento e migliora l’autostima.
Sono state così avviate numerose sperimentazioni di arteterapia in tutto il mondo. Compresa l’Italia.
Con il via libera appena ottenuto in sede di Conferenza Stato-Regioni al protocollo d’intesa tra Ministeri della Cultura e della Salute, il nostro Paese, anzi, prova adesso a fare un salto in avanti nella prospettiva la massima diffusione della prescrizione dell’arte come cura, puntando a rendere questi percorsi sempre più accessibili a tutti. Non sembra cioè lontano il momento in cui ci sentiremo prescrivere dal medico, per alcune problematiche, una visita al museo o uno spettacolo teatrale, rendendo questi contesti “spazi rigeneranti”, ovvero luoghi in cui la mente si riposa e si ricarica.

Gli obiettivi del protocollo d’intesa interministeriale
L’idea di una prescrizione sociale culturale, che potrebbe risultare utile in particolare per chi soffre di patologie neurodegenerative o stati depressivi, ma anche per combattere solitudine e sedentarietà, non è inedita. Tra i Paesi all’avanguardia in tal senso c’è per esempio la Gran Bretagna, dove la University College of London ha provato a stimarne gli effetti. Ed è risultato che i percorsi di arteterapia hanno ridotto del 37% i tassi di consultazione dei medici di base e del 27% le ammissioni ospedaliere.
“Si calcola che per 1 sterlina investita nelle arti in prescrizione ci sia stato un ritorno che varia da 4 a 11 sterline”, sottolinea nel suo commento seguito alla sottoscrizione dell’accordo il sottosegretario alla Cultura, Lucia Borgonzoni. Che aggiunge, guardando agli obiettivi del possibile potenziamento del modello di welfare culturale: “Il mio auspicio è che anche nel nostro Paese si riescano ad avere ricadute sul sistema economico e sociale”.
Attraverso il protocollo d’intesa, punto di arrivo del confronto avviato tra istituzioni, mondo sanitario, università, operatori culturali e Terzo settore, verrà infatti istituito un tavolo tecnico attraverso cui censire le numerose iniziative già intraprese in tal senso sul territorio nazionale, “per farne tesoro e costruire modelli replicabili su ampia scala” e “arrivare a dati univoci, e non più a macchia di leopardo, sull’efficacia della fruizione della bellezza”. Si tratta, dunque, di un primo riconoscimento ufficiale della “capacità della cultura di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico”.
L’arte che favorisce il benessere dell’individuo
La nuova strategia si inserisce nel solco della previsione, nell’ultima Legge di bilancio, di un Fondo cultura terapeutica e cura sociale, che può contare, a partire dal 2026, su 1 milione di euro ogni anno per il sostegno di enti, associazioni, fondazioni e organizzazioni “che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale quali strumenti terapeutici per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale e alle loro famiglie”. Una potenzialità che, evidenzia ancora il sottosegretario, non esclude nessun ambito culturale: dalle opere d’arte a letteratura e cinematografia, dalla musica agli spettacoli teatrali, dalle attività museali a quelle nei parchi archeologici.

“La cultura – afferma Borgonzoni – è una risorsa viva e fruirne incide positivamente sul benessere del singolo individuo, con effetti concreti dimostrati in termini di miglioramento della qualità della vita”.
È l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in tale prospettiva, ad ammettere che la partecipazione, attiva o passiva, alle attività culturali può essere d’aiuto soprattutto nella promozione di stili di vita sani e nella prevenzione delle malattie, oltre che per terapie specifiche in cui la medicina viene coadiuvata dagli stimoli artistici. Così, per esempio, il centro Oms per la ricerca in salute mentale dell’Università di Verona, insieme a Palazzo Maffei, ha provato a calcolare l’entità dell’impatto positivo dell’esperienza museale sul benessere psicologico, attraverso il progetto sperimentale Minerva, i cui risultati sono stati resi noti lo scorso novembre in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica “Frontiers in Psychology”.

Ecco quanto i musei influiscono sul benessere psicologico
Lo studio è stato citato come modello di buona pratica, unico italiano menzionato, nel documento della Commissione Europea dedicato proprio al ruolo delle arti per la salute. In concreto, i 103 partecipanti all’esperimento (per l’82,5% donne, con un’età media di 53 anni e un livello di istruzione medio-alto) sono stati invitati a compiere un’esperienza museale strutturata, composta da 3 visite guidate da uno storico dell’arte su diverse tematiche (dialogo tra arte antica e moderna, legame tra arte e scienza, arte e benessere psicologico), della durata di meno di un’ora ciascuna e svolte a distanza di una settimana l’una dall’altra.

I risultati sono stati significativi: al termine del percorso, in cui le persone non sono state semplici spettatrici, ma hanno proposto riflessioni, discusso e condiviso impressioni, la percentuale di chi soffriva di disagio psicologico è scesa dal 67% al 56%, quella dei partecipanti con ansia moderata o grave si è ridotta dal 13,6% al 6,8% e la percentuale di depressi moderati o gravi è diminuita dall’8,8% al 4,8%. In parallelo, si sono registrati miglioramenti significativi del benessere psicologico, aumentato da un livello di 13,88 a 15,88, con la quota di chi ha dichiarato una condizione di elevato benessere cresciuta dal 34% al 50%. Gli effetti più notevoli sono stati osservati nelle persone di età tra 41 e 60 anni, senza invece differenze significative legate a sesso, titolo di studio, stato civile, lavoro o essere genitori. Altro dato che supporta l’ipotesi dell’utilizzo della fruizione dei percorsi museali anche a fini di cura è la sua elevata “tollerabilità”. Il 97% si è dichiarato soddisfatto dal percorso, il 98% lo ha trovato interessante, l’89% lo ha ritenuto adatto alle proprie esigenze e il 97% lo ha trovato facile e accessibile. “Questi dati – commenta Michela Nosè, coordinatrice del progetto – confermano che l’arte può rappresentare una risorsa concreta per la salute pubblica”. E, conclude lo studio, anche se non può sostituire le terapie vere e proprie, può essere un supporto utile, accessibile e non stigmatizzante.
Alberto Minazzi



