“UNA NOBILE CAUSA”: BATTERE IL VIZIO DEL GIOCO

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Una pellicola interamente girata tra la Riviera del Brenta e Padova affronta il tema della sempre maggior diffusione dell’azzardo


Raccontare con la freschezza della commedia e la levità di un racconto corale lo spinoso tema della malattia per il gioco. È questo l’intento di “Una nobile causa”, il film, interamente girato tra Padova e la Riviera del Brenta, prodotto da Rebecca e Tarcisio Basso per Running TV international.
«Quando il regista Emilio Briguglio ci ha presentato il soggetto che aveva scritto assieme a Riccardo Fabrizi e Francesco Costa – spiega Rebecca Basso – ci è subito piaciuto. All’inizio è partito come un piccolo progetto, poi però è diventato sempre più importante. Era la prima volta che producevamo un lungometraggio e non è stato facile trovare le risorse per realizzarlo. Abbiamo avuto un piccolo contributo dalla Regione, ma è stato grazie all’investimento di un privato che abbiamo potuto portare a termine il film. Realizzarlo qui in Veneto ha comportato qualche costo in più, soprattutto perché abbiamo dovuto noleggiare alcune attrezzature da fuori, però per noi era importante girare qui e dare spazio a tante professionalità locali».
Il film racconta in parallelo la storia di Gloria (giocatrice incallita che ha appena vinto un milione di euro alle slot machine), della sua famiglia (terrorizzata che sperperi al gioco questa improvvisa fortuna) e del marchesino Alvise Fantin (che a causa del gioco ha dilapidato il suo patrimonio e che per recuperare denaro realizza piccole truffe). Per risarcire due delle sue vittime, Franco e Tania, padre e figlia, Alvise dovrà lavorare nella loro pescheria e finirà con l’innamorarsi di Tania. Le due storie si intrecciano grazie alla figura del dottor Aloisi, psicologo specializzato nella cura del gioco d’azzardo.
Il cast è di tutto rispetto con nomi molto conosciuti del panorama cinematografico, televisivo e teatrale tra i quali Antonio Catania, Roberto Citran, Francesca Reggiani, Massimo Bonetti e Simona Marchini. «Gli attori che hanno partecipato al film sono stati straordinari: hanno capito il progetto e condiviso la passione con cui ci eravamo lanciati in questa impresa e c’è stata sempre grandissima armonia in tutto il gruppo di lavoro» evidenzia la produttrice.
Ma come è nata l’idea di affrontare un tema così difficile come la dipendenza dal gioco? «Il vizio del gioco d’azzardo e dei giocatori che rovinano sé stessi e i loro cari – spiega il regista, Emilio Briguglio – si perde nella notte dei tempi. Le cronache ci hanno fatto conoscere storie di personaggi, famosi e non, che hanno distrutto la loro vita a causa del gioco. Allo stesso modo, sono stati realizzati capolavori cinematografici, teatrali e letterari sul gioco e i giocatori. Ma, in questi ultimi anni, il fenomeno è diventato più imponente e sta raggiungendo livelli preoccupanti. Di fronte al susseguirsi di notizie e fatti di cronaca, ho iniziato ad approfondire l’argomento. In questa fase di ricerca, ho avuto la fortuna di poter accedere ad una struttura di recupero per giocatori e di poter parlare sia con loro sia con le varie figure sanitarie che li seguivano. Questo ha ulteriormente accresciuto il mio interesse per il problema fino a decidere di farne un film».
La pellicola affronta però queste storie difficili con i toni della commedia. «Quando ho assistito alle sedute psicanalitiche – racconta il regista de “Una nobile causa” – pensavo di assistere ad incontri noiosi, di sentire storie tristi di famiglie distrutte e di suicidi. Mi sono però ricreduto subito, perché, pur nella tragicità e nell’intensa carica di umanità che trapelava, c’era una inaspettata vena “comica” che mi ha colpito. La commedia quindi mi è sembrata più consona alle attese del pubblico. Il film vuole trasmettere la gravità del problema in maniera incisiva, ma non traumatica. Non vuole dare soluzioni, ma far presente che la criticità è reale e sta diventando sempre più preoccupante. Lo scopo è di generare dialogo, discussione, attirando l’attenzione su un problema sociale diffuso che viene troppo spesso considerato un problema dei singoli e che invece condiziona pesantemente l’esistenza di intere famiglie e impatta a livello sociale in modo sempre più preoccupante. Ho scelto però la commedia perché lo considero il codice espressivo più interessante per avvicinare a questo argomento un pubblico allargato e trasversale, considerando che il gioco d’azzardo non guarda in faccia nessuno, né per sesso né per età anagrafica».

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