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NEL MITO DEL DRAGO E DELLO SCERIFFO

NEL MITO DEL DRAGO E DELLO SCERIFFO

Una intera generazione è cresciuta seguendo le gesta cestistiche di Dalipagic e Jura. Oggi quella stessa generazione si ritrova al Palasport Taliercio riunita dal rilancio del basket locale sotto il nome della Reyer

Oscar Wilde sosteneva che l’immaturità è la perfezione umana. Non so se avesse ragione ma se questo significa liberare il pathos primordiale, cristallino, quello prodotto e scatenato dalle emozioni più forti, genuine, incontaminate…beh allora qualcosa di vero dev’esserci in quel suo aforisma. Chiedetelo ad esempio a chi ha avuto la fortuna di veder giocare Chuck Jura e Praja Dalipagic, roba da sballo! Se un’intera generazione, quella del boom economico, è cresciuta al di qua e al di là del ponte a suon di pane e basket lo deve anche allo sceriffo del Nebraska e al favoloso Drago di Mostar. Se è vero che Gustavo Thoeni portò tutti gli italiani a sciare è altrettanto innegabile che a Venezia e Mestre migliaia di ragazzi nei primi anni 80 vennero letteralmente stregati dalle magie di Dalipagic e Jura. Il basket divenne presto un fenomeno sociale, un elemento di assoluta comunione, addirittura una corrente di pensiero con risvolti romantici, passionali e poetici. Andare all’Arsenale o al Taliercio rientrava nell’assoluta normalità, come alzarsi alla mattina e fare colazione, come trovarsi con gli amici e bere uno spritz, o come accendersi una sigaretta. Il basket faceva veramente parte della vita di tutti noi, grandi e piccini, senza differenze. I pensieri per l’interrogazione a scuola, per i turni massacranti al lavoro, per la famiglia, per tutto ciò che scandiva la vita di tutti noi si mescolavano spesso con la pallacanestro. I campetti sgangherati in centro storico e a Mestre sembravano delle oasi felici, una giostra che funzionava senza orari, dove ognuno di noi si sentiva un po’ Jura e un po’ Dalipagic. Ogni giorno centinaia e centinaia di ragazzi si ritrovavano per giocare, per chiacchierare e qualche volta pure per darsele di santa
ragione. Playground era un termine che in quel periodo in Italia aveva appena fatto capolino, importato dagli States, più precisamente da New York, dai suoi quartieri leggendari…Harlem, Bed-Stuy, Coney Island. Pochi a Venezia e Mestre sapevano cosa significasse realmente quella parola. Il basket americano per i “fioi” è rimasto per anni una sorta di miraggio da sfogliare una volta al mese sulle pagine dei “Giganti del Basket” dove si raccontava che Lew Alcindor era diventato Kareem Abdul Jabbar, dove Julius Erving galleggiava come un marziano tenendo l’arancia con una sola mano, dove Bill Walton era il bianco più forte del Mondo e Wes Unseld tagliava fuori gli avversari con la pancia. E Jura e Dalipagic ci facevano sentire più vicini a quel mondo per noi inesplorato su cui fantasticavamo. Insomma erano i nostri eroi. Poco importa se uno giocava all’Arsenale e l’altro al Taliercio. L’importante è che ci fossero, come gli sfottò al di qua e al di là del ponte che dividevano la passione tra chi impazziva per la Reyer e chi tifava Superga. Era facile innamorarsi (sportivamente) di due tipi così. Bastava vederli giocare cinque minuti e capivi che valevano da soli il prezzo del biglietto. Le finte di Chuck Jura erano come gli indimenticabili cortometraggi di Stan Laurel e Oliver Hardy: li conoscevi a memoria ma ogni volta li guardavi come se fosse la prima, con il gusto di chi aspetta la battuta da un momento all’altro. Lo sceriffo del Nebraska era così. Aveva tempi d’esecuzione e senso del canestro fuori del comune, ma soprattutto un passo d’incrocio da antologia. Spesso abboccavano in due o tre alla sue finte. Ne ho visti saltare anche quattro una domenica.
E finiva sempre allo stesso modo: Jura appoggiava da sotto oppure si svitava leggermente all’indietro sganciando un tiro delicatissimo. Pieraldo Celada, allora presidente della Superga Mestre, riuscì a strapparlo nel 1980 proprio alla Reyer al termine di un viaggio in Svizzera su cui ancora si favoleggia. “Quelli in Italia sono stati gli anni piu belli della mia vita – ricorda Jura – E non chiedetemi qual è il più bel ricordo perché risponderei semplicemente tutto. Guerrieri, il mio allenatore a Milano, e Celada, che mi portò a Mestre, sono stati degli amici fraterni”. Ma lo sceriffo del Nebraska (lo era veramente suo padre) aveva anche tanti nemici, sul parquet s’intende. Uno su tutti, Arthur Kenney, il rosso del Simmenthal Milano. «Era terribile – ricorda ancora – il giocatore più sporco in difesa che abbia mai incontrato. Mi piantava i gomiti sui fianchi dal primo al quarantesimo minuto e a fine partita era come se fossi finito sotto un treno». Un treno proprio come Drazen Dalipagic. I 70 punti realizzati il 25 gennaio 1987 all’Arsenale contro la Virtus Bologna sono solo la ciliegina su una torta che i tifosi reyerini si sono gustati fino a fare indigestione. “Nema problema” è sempre stata la sua parola d’ordine, un vero e proprio postulato su cui poggiare un teorema che ha spesso fatto impazzire gli avversari. Marcarlo stretto non significava rendergli la vita più difficile, anzi a Praja facevi pure un favore se gli mordevi le caviglie. Usava gli avversari come il treppiede di un fucile, si appoggiava a loro e poi sparava.
Praja non è mai stato il re dei convenevoli; la parola piaggeria non ha mai fatto parte del suo dizionario come scoprì una domenica negli spogliatoi dell’Arsenale Moris Masetti dopo aver disputato una grande partita. Quando si avvicinò a Praja, il “baffo” lo gelò con un laconico…”Che devo dirti ragazzo? Hai fatto solo tuo dovere”. Amen! Qualche domenica fa i tifosi reyerini hanno avuto la gioia e l’onore di rivedere e riabbracciare il drago di Mostar. Un momento di grande emozione condito da tanti occhi lucidi mentre sul mega schermo del palasport scorrevano le indimenticabili immagini dei 70 punti segnati all’Arsenale da Praja alla Dietor. Chissà, le grandi emozioni a volte…ritornano!
DI STEFANO BABATO

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