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Mimica, gestualità, postura: ma quanto parliamo con il corpo?

Mimica, gestualità, postura: ma quanto parliamo con il corpo?

Lo studio dell’Università di Lund: ogni 100 parole, 22 gesti. Con le mani esprimiamo moltissimi commenti

La “mano a cucchiaio” per esprimere perplessità è considerata, nel mondo, addirittura un “simbolo” dell’italianità.
Al di là del singolo gesto, l’accompagnamento della narrazione con numerosi movimenti delle mani è uno degli aspetti che tradizionalmente si attribuiscono ai popoli mediterranei.
“I gesti italiani sono giustamente famosi. In effetti, gli italiani li usano in modo più abbondante, efficiente e fantasioso rispetto ad altri popoli”, scriveva già nel 1964 Luigi Barzini, nel saggio “Gli italiani – Vizi e virtù di un popolo”, commissionato da un editore americano per provare a intercettare la nostra identità.
Al contrario, i popoli nordici, a partire dagli svedesi, sono idealmente pensati come più composti mentre parlano.
Solo uno stereotipo, visto che gli studiosi concordano sul fatto che sono numerosi gli indicatori che spingono a considerare il gesto come una caratteristica universale della comunicazione umana?
La risposta è no: effettivamente parlando gli italiani gesticolano molto più, per esempio, degli svedesi. Addirittura il doppio, con in media 22 gesti ogni 100 parole contro 11.
Lo dice, con fondamento scientifico empirico, lo studio dell’Università di Lund pubblicato sulla rivista Frontiers in Communication.

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Gesti e parole per raccontare un cartone animato

Dall’esperimento condotto su un campione di 12 studenti universitari madrelingua dell’ateneo svedese e altrettanti dell’Università di Napoli, inoltre, è emerso un altro dato ritenuto significativo: i gesti degli italiani sono molto più pragmatici, usati cioè per esprimere commenti o posizioni, che referenziali, cioè descrittivi.
Ai partecipanti al test è stata proposta la visione di una clip di 90 secondi del cartone animato per bambini “Pingu”, nel quale le immagini non sono accompagnate da discorsi espressi a parole.
A loro è stato quindi chiesto di raccontare quanto visto a un amico che non aveva visionato il filmato.
Nel complesso, spiega lo studio, durante la loro narrazione i parlanti italiani hanno prodotto 698 gesti contro i 389 degli svedesi. È stato quindi esaminato il tasso di gesti per frase: se i parlanti svedesi hanno prodotto più proposizioni (547 contro 454), la media di gesti per clausola è stata al contrario di 1,8 degli italiani contro 1,2.
“Abbiamo dimostrato – spiega la prima autrice dell’articolo scientifico, Maria Graziano dell’Università di Lund – che gli italiani gesticolano più degli svedesi, come ci si aspettava. La cosa più interessante è che dimostriamo che persone provenienti da culture diverse usano i gesti in modo diverso, a causa dei diversi stili retorici e dei diversi modi di costruire una storia”.

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I gesti pragmatici degli italiani

Più ancora che la frequenza dei gesti, il risultato che i ricercatori sottolineano come più interessante è proprio la diversa preferenza per le funzioni gestuali mostrata dai due gruppi di partecipanti all’esperimento, con modelli diametralmente opposti.
Attraverso frame estratti dalle riprese svolte durante i racconti, lo studio testimonia come le persone di lingua svedese usano praticamente solo gesti referenziali per rappresentare le diverse azioni di cui sta parlando: dal percorso di movimento dei piccoli pinguini al movimento del mattarello, non menzionato nel discorso.
Al contrario, l’esempio relativo all’italiano mostra un’alternanza tra gesti referenziali e pragmatici.

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Le mani vicine come se reggessero qualcosa, così, rappresentano probabilmente l’azione di usare un oggetto per raccogliere qualcosa, mentre, tra i gesti pragmatici usati per presentare un’informazione all’ascoltatore c’è quello chiamato di “palm presentation”.
Come spiega l’articolo, in questo caso “chi parla tiene le mani incrociate e le apre portando il palmo verso l’alto con una leggera rotazione del polso e un movimento “su e giù” in modo che la mano venga portata nell’immediato spazio frontale”. Più complicato a dirsi che a farsi, insomma. Come quei gesti di cui, lo studio lo conferma, noi italiani ci siamo confermati maestri.

Alberto Minazzi

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