Le vite potenziali nella Marghera di Francesco Targhetta

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Un tipo umano da scandagliare, il nerd informatico. Un luogo di fascinazioni e contraddizioni, Marghera. Un tempo, quello presente, ideale per inquadrare l’attimo esatto in cui le vite dei tre amici e colleghi Alberto, GDL e Luciano si intrecciano e disegnano un nodo dalle imprevedibili soluzioni. Mescolando con cura una manciata di ingredienti ben scelti: è così che è nato “Le vite potenziali” (pubblicato a marzo da Mondadori), il romanzo d’esordio in prosa del trevigiano Francesco Targhetta, che alla 56esima edizione del prestigioso Premio Campiello ha conquistato la medaglia d’argento.

Francesco Targhetta alla finale del premio Campiello 2018 – Teatro La Fenice Venezia

Ecco come l’autore (suoi anche il libro di poesie “Fiaschi”, del 2009, e il romanzo in versi “Perciò veniamo bene nelle fotografie”, del 2012) racconta il dietro le quinte della sua impresa letteraria, cominciata un giorno di giugno di tre anni fa.

IN PRINCIPIO FU LUCIANO

«Tutto è partito – racconta Targhetta, 38 anni, insegnante di Lettere – da un tipo umano: il nerd. Ai miei occhi, una figura molto interessante. La persona non a proprio agio nel mondo, non sulle stesse frequenze degli altri. Così ho iniziato a frequentare un posto in cui immaginavo di trovarne molti: un’azienda di consulenza informatica a Porto Marghera. La mia prima visita lì è stata nel settembre 2013: per mesi, come un antropologo, mi sedevo, osservavo, vivevo la loro vita. Poi sono nati gli altri personaggi, che prima non avevo in mente. Sono nati i personaggi femminili, a cui all’inizio non avevo pensato. È nata la trama».

Francesco Targhetta con il suo libro “Le vite potenziali”

IL MONDO INTORNO

«Probabilmente per i miei trascorsi poetici, quando scrivo ho bisogno di appigli precisi. Avendo poca fantasia, potevo trovare riscontro a questo mio desiderio di precisione soltanto parlando di qualcosa che conoscessi bene. Ecco perché c’è tanto della mia terra, il Veneto. Quanto a Marghera, dapprima mi ha affascinato l’elemento puramente estetico, poi quello ideologico: è un luogo di grande sofferenza, di grande notte nel passato, un luogo con una stratigrafia evidente, che lascia vedere tutto quello che è passato per di là in un secolo esatto di storia. La storia di Marghera è nei suoi posti, non li puoi scindere. Posti con degli scorci che mi emozionano. Penso ad esempio all’angolo tra via dell’Azoto e il Canale Industriale Ovest. Trovo che sia un luogo bello, con una potenza paesaggistica notevole».

AVERE TRENT’ANNI OGGI

«Alberto, GDL e Luciano a tutti gli effetti sono entrati nel mondo degli adulti. Iniziano ad avere relazioni più stabili e hanno un contratto a tempo indeterminato in un ambito come quello informatico che assicura un lavoro certo, un campo in cui richiesta c’è sempre e anzi c’è sempre bisogno di nuovi dipendenti. Eppure è come se avessero anche loro una precarietà da combattere, che non è di tipo professionale bensì una precarietà esistenziale, dettata proprio dal paradigma culturale e sociale in cui viviamo, per cui le vite si costruiscono in modo molto più improvvisato rispetto al passato, con segmenti che si sommano tra loro in modo imprevedibile. Sono vite “potenziali”, un aggettivo chiave per descrivere il modo di stare al mondo di oggi: oggi noi viviamo più nella proiezione di tutte le cose che potremmo fare che nella realtà effettiva di ciò che abbiamo. Come mai nel passato, abbiamo a disposizione infinite immaginazioni. Siamo qui adesso, ma ci possiamo immaginare perfettamente mille vite diverse. Una sovrabbondanza di possibilità, che disorienta e che spesso ha un effetto paralizzante. Puoi fare talmente tante cose che poi non ne fai nessuna».

 

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