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Le liti che costano. Ecco perché un nuovo aumento della benzina

Le liti che costano. Ecco perché un nuovo aumento della benzina

Il prezzo del petrolio continua a salire.  Oggi la quotazione del carburante, secondo quanto rilevano i dati settimanali del ministero dello Sviluppo Economico, è arrivata a una media di 1,632 euro al litro in modalità self service e di 1,495 euro al litro per il gasolio.
Una cifra record, che però non supera la cifra storica del 2012, quando il prezzo medio per la benzina per quell’anno è stato di 1,787 euro: il più alto di sempre se si considera come valuta l’euro. Ma il vero record storico, riportato ai prezzi attuali, è dell’anno 1977 con 1,9 euro.
Secondo il Codacons, il coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori, i prezzi, in un solo anno, hanno registrato un aumento del 16,4%.

L’Opec e il mancato accordo tra i Paesi esportatori

Ma perché il prezzo del carburante continua a salire così vertiginosamente? Sostanzialmente, per un mancato accordo.
L’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) si è riunita nei giorni scorsi a Vienna con l’obiettivo di trovare un punto di incontro sull’aumento della produzione annuale.
Per poter rispondere a una domanda sempre più in crescita grazie alla ripresa dell’economia mondiale, che ha praticamente raddoppiato i prezzi dall’ inizio dell’anno, l’ipotesi è infatti quella di aumentare la produzione di 400 mila barili al giorno a partire da agosto e di posticipare la scadenza dell’accordo, precedentemente fissata ad aprile 2022, alla fine di dicembre dello stesso anno.

Certi litigi costano

La riunione è stata interrotta e questo ha fatto aumentare improvvisamente il prezzo del greggio.
Secondo Bloomberg, l’interruzione delle trattative deriverebbe da un mancato accordo tra l’Arabia Saudita, che è il primo produttore dell’OPEC e il terzo produttore al mondo con 8,5 milioni di barili al giorno e gli Emirati Arabi Uniti, che producono molti meno barili rispetto ai sauditi, all’incirca un terzo in meno.
Sempre secondo Bloomberg, gli Emirati Arabi, non solo avrebbero contestato il numero delle quote dei barili, ritenuto troppo basso ma si sarebbero dichiarati a sfavore anche sul prolungamento del patto oltre la data di aprile 2022.

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