LA FORMULA DEL PARON

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Il pubblico, Young e un misterioso “napoletano”: Tonino Zorzi svela i segreti della svolta. Ma anche quelli per costruire un futuro di successi, in cui più che i soldi conta la “chimica” generale. E intanto si gode la sua “nuova” Reyer.

Prendere una squadra a pezzi. Trasformarla e rigenerarla. E tutto in poco tempo, dovendo mettere in conto una rischiosa fase di rodaggio. Poco da vincere e tutto da perdere, insomma. Per questo solo due reyerini “purosangue” come Andrea Mazzon e Tonino Zorzi potevano accettare una sfida del genere. Che tuttavia può diventare un’inestimabile opportunità: poter attingere ad un patrimonio cestistico e umano come quello del “Paròn”, può davvero diventare un fattore strategico per la crescita di tutto l’ambiente. C’è voluto un gran coraggio, anche per uno navigato come lei, Paròn… «La squadra era davvero giù. Di solito quando raccogli una situazione in corsa il problema o è tecnico, o è fisico, o è morale. In questo caso, invece, eravamo di fronte a tutte e tre le problematiche contemporaneamente. Non è stato semplice, anche perché l’impatto è stato duro. Non dimentico alcune partite in trasferta come a Latina, dove abbiamo avuto ben quattro giocatori fuori per cinque falli. Oppure a Casale Monferrato, dove al termine del primo tempo avevamo guadagnato cinque tiri liberi, contro i 22 degli avversari!» E allora, cosa ha reso possibile la svolta? «Una sola cosa: l’appoggio di tutto l’ambiente. Fin dal primo momento abbiamo avvertito che tutti, società, pubblico, città, erano dalla nostra parte. E questo supporto è stato fondamentale. Così siamo riusciti ad invertire la rotta e tornare alla vittoria. Per me la partita-chiave è stata quella contro Casalpusterlengo. Perché avevamo di fronte una squadra fisicamente forte, che veniva da cinque vittorie consecutive. Quel successo ci ha aiutato moltissimo». Montegranaro e Cantù in A. Vigevano e Casalpusterlengo in Legadue. Stupire con budget ridotti, è possibile. «Io ho sempre pensato, come del resto il mio amico Dan Peterson, che i soldi in campo da soli non vincono. C’è bisogno innanzitutto di una “chimica”. Bisogna che i giocatori si trovino bene tra di loro, con la società, con la città. Servono ruoli precisi. Tutto questo dà tranquillità. Evidentemente l’attesa e le aspettative nei confronti di questa Reyer sono state eccessive. Questo ha tolto serenità e nel momento in cui non ci si è più sentiti all’altezza delle aspettative si è innescato un calo tecnico e fisico». Prima punta, leader difensivo, uomo squadra. L’impatto di Alvin Young è stato totale. «È un ragazzo eccezionale. La prima partita ha segnato due punti. Ma ho visto subito che aveva dentro qualcosa. Si è affidato a noi totalmente. Abbiamo lavorato per due settimane, tutti i giorni, due volte al giorno, con apposite sedute di tiro. Si è messo a disposizione come se fosse un ragazzino. Poi è esploso. Se non ci fosse stata la sua espulsione, a Pavia avremmo vinto e lui avrebbe sfondato quota 30. E poi basterebbe un altro particolare per spiegare tutto di lui. Nel finale contro Pistoia è andato in marcatura su Slay, che in quel momento era incontenibile, ben sapendo che così avrebbe perso lucidità in attacco. Eppure lo ha fatto, nonostante la differenza di centimetri, dimostrando grande spirito di sacrificio. Ma c’è un altro ragazzo molto importante…» Di chi si tratta? «Ma sì dai, il “napoletano”… »
Prego? «Parlo di Grant, che se trova quello che ha inventato il lavoro lo ammazza… È fatto così! Ma è anche assolutamente decisivo per questa Reyer. Se avesse avuto un altro fisico, forse avrebbe fatto una carriera diversa, perché la pallacanestro la conosce tutta. Ha tecnica, posizione e cuore. Sembra indolente. Ma non è vero».
Va bene l’equilibrio. Va bene le piazze storiche. Ma questo campionato di Legadue è davvero funzionale alla crescita del movimento? «Lo è senza dubbio. È un campionato utile e importante. Ci sono tanti giovani che stanno venendo fuori e che qui si stanno migliorando e fortificando, così come in A dilettanti. Semmai è un po’ tutto il movimento che deve crescere. Compreso il settore arbitrale, che deve tornare a concentrarsi sulla tecnica. Mi risulta che Valerio Bianchini stia supportando in questa direzione la preparazione degli arbitri. Questa è la strada giusta, che può portare a vantaggi per tutti».
Maschile e femminile, in uno stesso club. Un caso più unico che raro e un arricchimento reciproco. Che effetto fa? «Dà la sensazione davvero di essere in un grande realtà. L’unico precedente è quello della Ginnastica Triestina. Ma era tutto molto diverso da questa Umana. Qui c’è un’organizzazione molto più complessa, anche rispetto ai miei tempi. Allora c’eravamo io, Lelli direttore generale, Ligabue presidente, Amerigo Penzo a sovrintendere gli allenatori delle giovanili. E il buon Scarpa a sistemare i canestri, quando si rompevano… Adesso qui sono in tanti, è perfino difficile ricordarsi tutti i numeri di telefono. Ma del resto questa società non può che avere una grande organizzazione con un Presidente così!»
DI ALESSANDRO TOMASUTTI
 
 

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