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Appuntamento a Villa Giusti: premiate le imprese sopravvissute alla guerra

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Nella foto in alto: La storica Villa Giusti, a Padova, dove Regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico firmarono l’armistizio il 3 novembre 1918

Tra le sette scelte dalle Camere di Commercio anche la veneziana Ditta Tenderini Marco

«E’ davvero un onore ricevere questa onorificenza. La nostra ditta è  sempre stata legata alla città e ha sostenuto lo sforzo bellico per quasi tutto il periodo. Dopo il collasso del Porto ci siamo concentrati sugli alberghi, alcuni dei quali ospitavano i feriti. Caporetto è stato però un disastro e per sei mesi abbiamo sospeso l’attività, fino alla fine del conflitto. Ma dalla riapertura siamo ripartiti, passando un’altra guerra mondiale . Questo riconoscimento mi riempie di orgoglio”.

Al Centro, Taddeo Tenderini a Villa Giusti, durante la premiazione. A sx il figlio Marco e a dx il Presidente della Camera di Commercio di Venezia e di Rovigo Giuseppe Fedalto.

E’ emozionato Taddeo Tenderini mentre racconta uno dei momenti felici della sua vita. La sua azienda è tra le poche sopravvissute a due conflitti mondiali. Non è stato facile, né indolore.

Memoria e Presente. Le Camere di Commercio raccontano

Nel giorno conclusivo delle celebrazioni del centenario dell’Armistizio della Grande Guerra, le Camere di Commercio Venete hanno voluto premiare per la dedizione, la tenacia e la professionalità mostrata nel tempo, sette aziende ancora attive sul territorio. I titolari sono stati premiati a Villa Giusti, a Padova, proprio là dove è stato firmato l’Armistizio 101 anni fa.

Un’azienda per provincia ha così ricevuto un premio per la sua resilienza e per la capacità con cui ha saputo “modificare il proprio business fino ai giorni nostri con continuità o anche convertendo e cambiando radicalmente produzione”.
Tra queste, la veneziana Ditta Tenderini, oggi guidata da Marco, figlio di Taddeo, ma condotta allora dal nonno Dionigi e dai suoi fratelli. Una famiglia che ha contributo a far crescere l’artigianato veneziano con la sua officina fabbrile. E che, durante il primo conflitto, non solo ha lavorato allo sviluppo della macchina bellica, ma ha anche mandato al fronte ben tre dei suoi componenti.

Ditta Tenderini: presenza storica del veneziano

“L’Officina Tenderini è nata ben prima del maggio 1915 e contava sei soci -racconta Taddeo Tenderini – Era una forte realtà a conduzione familiare. Mio papà Dionigi, classe 1897, ha combattuto come autiere per l’artiglieria da montagna per due anni e mezzo in Albania e poi in Patria; un altro Dionigi, mio zio, del ’95, era meccanico, è stato inviato a lavorare nel genio nella zona di Cividale del Friuli; infine, Antonio Ratti, un altro zio, nel 1918 ha combattuto sul Monte Grappa».
La Grande Guerra ha avuto un impatto fortissimo sul territorio veneziano e veneto e le fabbriche si sono trovate a rivestire un ruolo protagonista, perché dovevano sostenere la macchina bellica e le truppe.

Taddeo Tenderini al lavoro nella sua azienda. @Famiglia Tenderini

Fino a Caporetto, sia pur  in un clima di disperazione e distruzione, il sistema imprenditoriale veneziano ha vissuto paradossalmente un periodo di crescita, che ha persino risolto una serie di problemi che lo stavano portando al declino  prima del maggio 1915.

Le imprese venete e i due conflitti mondiali

«L’industria veneta era basata sulla piccola o micro azienda e aveva bisogno di elevati numeri di lavoratori per gestire le macchine. Il Censimento Industriale del 1911 indica che le aziende con più di 500 addetti erano 17. 11 superavano i mille dipendenti e quattro di queste appartenevano al settore laniero-tessile, della zona di Schio-Valdagno – ha spiegato nel corso dell’evento Marco Mondini, ricercatore al dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università di Padova e tra i massimi esperti di Grande Guerra- Queste aziende, nella fase della non belligeranza italiana, hanno sofferto molto l’instabilità politica e militare europea: la manodopera in eccesso veniva lasciata a casa e la massa di disoccupati, composta anche da veneti immigrati in fuga dai Paesi in cui avevano cercato fortuna, poi dilaniati dalla guerra, si ingrossava». Ad andare in crisi fu perfino il Porto di Venezia.

Neutralità e crisi:

«Con l’inizio della guerra, nell’agosto 1914 a la proclamata non belligeranza da parte del Governo, il Porto andò al collasso e questo portò inevitabilmente al declino dell’intera industria veneta tanto che -ha ricordato Mondini – si stima ci sia stata una perdita del 90% delle merci e dei beni lavorabili per le fabbriche».
Le acque dell’Adriatico erano costantemente pattugliate dalla flotta militare imperial-regia e Vienna, iniziando a considerare l’Italia una possibile nemica, tagliò fuori l’Italia dalle rotte commerciali.
Paradossalmente la situazione economica, per le imprese venete, iniziò a cambiare dopo la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria da parte del nostro Paese, il 23 maggio 1915.

L’industria bellica

«Il sistema industriale si riattivò perché, per combattere e vincere la guerra – ha chiarito Mondini – servivano risorse, energie e mezzi. Le industrie laniere e delle calzature dovettero vestire 6 milioni di soldati. E considerato che lo Stato non aveva ancora un sistema centralizzato ed efficiente per la fornitura di beni e servizi, erano i privati a soddisfare una buona parte della richiesta. Arrivarono commesse milionarie, che portarono le aziende ad assumere 100 mila nuovi addetti, anche se il dato è da accogliere con molta prudenza».
La situazione fu avvantaggiata anche dal sistema di amministrazione locale. Dal 24 maggio 1915 le città venete furono infatti considerate “Zone di Guerra”. La Zona di Guerra veneziana era amministrata dall’ammiraglio Thaon di Ravel, che gestiva un territorio che da nord a sud andava da Cavazuccherina, oggi Jesolo, e arrivava fino a Chioggia, includendo nei propri confini comuni che oggi appartengono alla provincia di Treviso e di Padova:Zero Branco, Ponte di Brenta, Trebaseleghe e i comuni della cintura orientale padovana e Piove di Sacco.

La disfatta di Caporetto e la rinascita

Caporetto segnò un brusco stop allo sviluppo. Tenendo presente che il Veneto del 1917 comprendeva anche tutto il Friuli, con l’arretramento del fronte sul Piave tre quarti del territorio venne lasciato al nemico. Gli austro-ungarici adottano un sistema di controllo coloniale, le fabbriche furono smantellate e portate nell’Impero. L’area al di qua del Piave si trovò invece far fronte agli 800 mila profughi scappati dalle terre invase. «Si calcola che i danni dell’occupazione austro-tedesca siano ammontati a circa 2 miliardi di lire prebelliche, l’equivalente di svariati miliardi di euro di oggi – dice ancora Mondini- E’ però in questo frangente che Venezia ritornò in auge. Nella seconda parte del 1917 nacque Porto Marghera, qui si cominciò a sviluppare la chimica; servivano sempre più fabbriche per la lavorazione dei mezzi militari e di tutti gli equipaggiamenti. Diventò uno dei poli industriali più importanti del Nordest ».

Il resto è storia nota. Ma quelle aziende portano nella loro personale storia anche tutto ciò che è stato prima e che non va dimenticato. Oltre alla veneziana Tenderini, a ricevere il premio sono state la Piave Maitex S.r.l. di Feltre, la Munari F.lli S.p.a di Padova, la Chiaron Dino e Diego S.s. di Rovigo, Villa Sandi S.p.a. di Treviso, Dalla Bernardina F.lli. S.r.l di Verona e la Ditta Bortolo Nardini di Vicenza.

 

 

 

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