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IL SEGRETO DELL’AGONISMO

IL SEGRETO DELL’AGONISMO


AMICI SPORTIVI” DI DAN PETERSON
Cosa conta di più nello sport:  il talento, il cuore, la tecnica o la testa? Chiaro, tutte le quattro cose insieme. Ma parliamo per un solo secondo della tecnica e della testa. Uno pensa, per esempio, che il tiro sia un gesto soltanto tecnico. Certo, ci vuole la tecnica giusta e quasi tutti hanno una tecnica “allenata”. Ma il tiro, come ripeto sempre, è anche un gesto “agonistico”, fatto con la testa. Diciamo che il matrimonio del talento e della tecnica dà al giocatore un buon tiro. Diciamo anche che il legame cuore-testa dà qualcosa di importante al tiro. E’ come se il giocatore dicesse alla palla: “Tu vai dentro!” Il tiratore mette cioè qualcosa di non tecnico che fa la differenza nel risultato finale. Prendo come esempio Roberto Premier, che ha giocato per me a Milano. Roberto non aveva un tiro naturale, quindi non un tiro nato dal grande talento. Non aveva neppure una tecnica perfetta, con il gomito destro puntato a destra. Ma lui “dava ordini” alla palla, era come se dicesse: “Tu vai dentro!” La sua sicurezza lo aiutava ad avere un tiro ritmico, sciolto e          senza dubbi. Come possiamo definire questa cosa? Grinta? Determinazione? La definizione più corretta è: agonismo. I tiratori si differenziano in: quelli che raramente segnano il canestro vincente e quelli che raramente lo sbagliano. Se si fa fare loro un esercizio di tiro in allenamento  sembrano uguali. Ma quando si gioca sul serio, uno emerge e uno scompare. Questo dimostra che la tecnica non è tutto. Ci vuole anche la mente. Roberto Premier dimostrava questo suo agonismo non solo nel tiro, ma in tutto. Ho perso il conto del numero di volte che è finito in tribuna per salvare una palla, le volte che si è tuffato per una palla vagante, le volte che ha subìto uno sfondamento. Qualche volta, disperato, dicevo a lui: “Roby, mi devi prendere rimbalzi in difesa” e lui rispondeva:  “Va bene, Coach”   e via a prenderne tre, quattro o cinque facendo volare gli avversari come fossero birilli. Vittorio Gallinari era un altro esempio anche se un po’ diverso da Premier. Il “Gallo” cominciò a giocare dopo i 15-16 anni. Ovvio, non poteva essere, a quel punto, un giocatore “naturale”, bensì un giocatore “costruito”. Tutto ciò che lui ha fatto nel basket l’ha fatto senza il talento tecnico “naturale”. Aveva però talento atletico: alto 2 metri e 5 centimetri, ottimo fisico, velocissimo, rapido, grandi riflessi, buona elevazione. Il Gallo ha fatto carriera con il lavoro. Ha applicato i suoi grandi mezzi atletici alla difesa ed è stato votato il migliore difensore italiano di sempre. Nel suo caso altre componenti dominavano la situazione: l’intelligenza, il cuore, il lavoro. Il Gallo è diventato un giocatore di grande livello sudando litri di sudore e qualche volta sputando anche sangue. Ricordo che in una partita di finale, contro Roma nel 1983, stavamo vincendo la partita grazie alla sua difesa. Poi prese una botta in faccia, proprio in bocca, che lo stese. Sangue ovunque. Si alzò vicino alla mia panchina. Il massaggiatore gli diede un asciugamano e io gli dissi: “Gallo,  bisogna sputare sangue”. Mise l’asciugamento in bocca e quando lo tolse era intriso di sangue. Mi rispose: “Coach, più di così…”  Quando penso a Gallo, però, la prima cosa che mi viene in mente è la sua laurea alla Bocconi. Generalmente, ci vogliono quattro anni per prendere quella laurea. Il Gallo ha dovuto farlo, per gli impegni cestistici, in ben otto anni. Una costanza incredibile! Basket e Bocconi,  Bocconi e basket. Non ha mai detto: “Bene, mi mancano sei esami” oppure “basta, non mi serve”. Questo non sarebbe stato da lui. Quella stessa determinazione per prendere quella preziosa laurea è quella che ha portato ad ogni allenamento con me per nove anni. Veniva sempre con    tre magliette per cambiare quella sudatissima durante la pausa che facevamo ogni 30 minuti. Curava anche quel dettaglio. Questo per dire che il campione non è sempre quello baciato dal talento, ma anche quello che ci mette tutto, ogni singolo giorno. Quando si mettono tutte le componenti fin qui elencate insieme, il risultato è Dino Meneghin. Ho avuto l’onore di allenarlo i miei ultimi 6 anni di carriera, 1981-87, a Milano. Nel suo caso si trattava di una miscela incredibile: fisico perfetto, incredibili mezzi atletici, un’ottima tecnica, un agonismo stratosferico, un’intelligenza cestistica (e anche fuori dal basket) eccezionale, una dedizione professionale al lavoro fantastico. Cosa poteva mettere in più Meneghin? Niente? Qualcosa sì. Era anche un altruista incredibile.   Nessuno ha mai avuto uno meglio di lui, sotto questo punto di vista, come compagno di squadra.   Mai si è dato più importanza degli altri, ed è sempre stato un vero amico. Lui era il compagno di tutti e tutti erano i suoi compagni. Non faceva il “monumento nazionale”, ma faceva in modo che i compagni si sentissero grandi. Un esempio? Ezio Riva venne a Milano nel 1983. Alla seconda partita dell’anno Ezio si fratturò tibia e fibula, si parlava di possibile carriera finita. Andò in ospedale e lo operarono: chiodi nella gamba e gesso. Era solo, probabilmente in lacrime e non conosceva nessuno. A mezzanotte, arrivarono Dino Meneghin e Mike D’Antoni, con vino e cibo, e stettero lì fino alle 06.00. Riva disse: “Non mi sono mai sentito parte di una squadra più di così”. L’unica cosa che contava per Dino era la squadra, e la vittoria. Nel 1984-85 Dino stava facendo il pivot puro realizzando 21 punti per partita. Prendemmo Joe Barry Carroll, destinato a giocare pivot, e Dino sarebbe dovuto passare in post. Ero preoccupato ma Dino mi disse, “Coach, no problem.  Sono felice di avere Carroll, a me interessa solo vincere”. Ecco servono tutte queste cose insieme per diventare “monumento nazionale” ed essere inserito nella Hall of Fame!

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Tag:  sport, squadra