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Il mio giro del mondo. Diario di una viaggiatrice seriale. Il Tibet

Il mio giro del mondo. Diario di una viaggiatrice seriale. Il Tibet

Alcune eleganti signore con i loro sahari colorati e il punto rosso, il “terzo occhio”, dipinto sulla fronte.
Un gruppetto di alpinisti con ai piedi scarponi stile “campo base dell’Everest”, una coppia che invece i piedi preferisce tenerli freschi e calza, il 30 di ottobre, improbabili infradito dall’aria esotica.
Non manca chi, con vistosa collana etnica al collo, rinverdisce i fasti di una meta privilegiata degli hippy occidentali anni’60-’70.
Sala d’attesa dell’aeroporto di Vienna, direzione Katmandu. Io e Gianmarco, in tenuta cittadina, storditi dalla stanchezza (siamo svegli dalle 5.30) ci guardiamo intorno felici e ancora increduli.
Inizia il nostro giro del mondo.

Verso il Tibet

Stiamo per raggiungere il Nepal, tappa di trasferimento per il Tibet, il primo dei nove Paesi che visiteremo nell’arco dei prossimi sei mesi. Una ragazza ci chiede perché non abbiamo incluso l’India nel nostro itinerario. Rispondiamo che, trattandosi di un sub continente, la visita dell’India avrebbe richiesto troppo tempo. Negli anni successivi al mio giro del mondo sarei infatti andata in India ben cinque volte, prima di pensare di averla, sia pur in parte, visitata.
La trafila d‘imbarco da Katmandu, direzione Lhasa, è piuttosto caotica. E le modalità sono al di fuori degli standard cui normalmente siamo abituati: dobbiamo caricare personalmente i nostri bagagli su un carrello lasciato sulla pista.
All’aeroporto di Gongkar, 95 km dalla capitale Lhasa, incontriamo un gruppo di 32 italiani in viaggio: attraverseranno il Tibet e la catena himalayana fino a Katmandu, con i suoi passi ad oltre 5.000 metri, in mountain bike. A me e Marco già il nostro viaggio in jeep sembra un’impresa non indifferente.Ma ci infonde coraggio il kata, la sciarpa bianca di buon auspicio e benedizione donataci dalla guida tibetana che ci ha accolto all’uscita dall’aeroporto.

Io e Gianmarco davanti al Potala @Claudia Meschini
Io e Gianmarco davanti al Potala @Claudia Meschini

Bastano pochi minuti di viaggio in jeep e ci si ritrova immersi nel magico paesaggio della valle del fiume Jarlung: dune di sabbia dorata, cime innevate, laghi blu cobalto e propaggini scintillanti del fiume, attraversate da malferme zattere di legno. Innumerevoli volte chiediamo all’autista di accostare la jeep per farci scendere a scattare foto nell‘aria tersa del maestoso paesaggio tibetano.

Il sacro nel Tibet

Il nostro entusiasmo sale, facendoci commettere un errore che ci costerà caro.
L’altitudine del Tibet (dai 3.500 metri in su) necessiterebbe, infatti, di un paio di giorni di riposo e acclimatamento per evitare il mal di montagna (abbiamo acquistato anche delle piccole bombole di ossigeno da utilizzare in caso di necessità). Già il mattino dopo, di buon ora, ci arrampichiamo invece sullo sperone roccioso dominato dal palazzo di Jumbulagang, prima residenza in muratura dei sovrani dell’antichissima dinastia Jarlung.
Il paesaggio grandioso è ingentilito dalle lunghe distese di bandierine multicolore sulle quali sono stampate preghiere e formule sacre che, mosse dal vento, diffondono nell’aria il proprio potere benefico.

decorazione tempio buddista @Claudia Meschini
decorazione tempio buddista @Claudia Meschini

Tra monaci e pellegrini

Il nostro soggiorno in Tibet, funestato dal mal di montagna di Gianmarco, con conseguente ritorno anticipato in Nepal, si rivela comunque un entusiasmante susseguirsi di scoperte: templi e monasteri, finalmente restaurati dopo le violenze dell’occupazione cinese iniziate negli anni’50. Tra tutti lo splendido complesso di Samye, primo monastero buddista tibetano, una sorta di città monastica che ospita anche un ampio ostello per i pellegrini.

complesso-di-Samye@Claudia Meschini
complesso-di-Samye@Claudia Meschini

L’esistenza dei tibetani è impregnata di un forte senso religioso, la spiritualità del buddismo e del bon, la religione autoctona, una sorta di animismo magico.
Dal nostro albergo di Lhasa, proprio di fronte al tempio di Jokhang, possiamo osservare i pellegrini che percorrono il circuito devozionale del Barkor camminando in senso orario o prostrandosi a ogni passo.
Ovunque si avverte l’odore dei rami di ginepro bruciati davanti alle divinità e del burro fuso che arde nei lumini offerti in omaggio sugli altari, mentre risuonano i toni profondi dei grandi tamburi Nga.

una pellegrina @Claudia Meschini
una pellegrina @Claudia Meschini

Lungo la strada che ci riporta verso Lhasa incrociamo il gruppo di ciclisti italiani che arrancano con il fiatone. Non li invidiamo.

I thangka: una ricchezza policromatica che scalda cuore e mente

Prima dell’intervento cinese in Tibet ben 8.000 monaci risiedevano nel grandioso monastero di Drepung, visitato avvicinandoci a Lhasa. A Drepung si svolge una delle più caratteristiche feste tibetane, lo Shoton, la “festa dello Yogurt“.
Tra giugno e luglio, periodo che segna la fine del ritiro monastico estivo, i religiosi devono attenersi per alcuni giorni a una dieta a base di Yogurt.
In quei giorni, sulla collina che si erge fuori dal monastero, viene esposto un enorme thangka (stendardo buddista dipinto o ricamato). Variopinti ornamenti di seta e broccato pendono dal soffitto della grande sala centrale del tempio, una ricchezza policromatica che si riscontra anche nei numerosi thangka che adornano le pareti, di cui si possono acquistare colorate versioni nei negozi di Thamel, zona turistica di Katmandu. Dipinti e indorati a mano, i thangka raffigurano soggetti religiosi, ma sono anche uno strumento di meditazione e di controllo della mente.

thangka
thangka

Il mercato di Barkor

Barkor, oltre a essere uno dei tanti luoghi dove è possibile effettuare la circumambulazione di un edificio sacro (in questo caso il tempio di Jokhang), è anche un mercato coloratissimo. Tra mille banchetti si possono acquistare anche i famosi khorlo dei pellegrini, bastoni alla cui estremità è fissata una ruota in ottone contenente fogli di preghiera.
Nel Barkor tradizionalmente tibetano, incontaminato dalla moderna architettura cinese, spiccano ancora le tipiche cassette a due piani con i muri inclinati dipinti di bianco e le finestre rettangolari bordate di nero per tenere lontane, secondo una credenza popolare, le presenze maligne.

Il Palazzo dell’ultimo Dalai Lama

Anche il Norbulingka, il Palazzo d’Estate, che visitiamo nei nostri ultimi giorni tibetani, si è salvato dall’influenza cinese. Ne visitiamo le stanze, ora museo, appartenute all’ultimo Dalai Lama, Tenzin Gyantso, premio Nobel per la Pace nell’89, strenuo sostenitore della libertà del Tibet, sia pur dal suo esilio in una frazione di Dharamsala, nel nord dell’India.

il portale-del-Palazzo-di-Norbulingka @Claudia Meschini
il portale-del-Palazzo-di-Norbulingka @Claudia Meschini

Salutiamo il Paese delle Nevi salendo i 13 piani (117 metri) del Potala, residenza che fu del Dalai Lama e ancora oggi simbolo di un paese ricco di fascino e di sincera religiosità. Causa nebbia, il nostro volo per il Nepal è rimandato al giorno successivo. La compagnia aerea ci offre hotel e cena gratuita e questa volta optiamo per un luculliano pasto cinese, visto che la massima espressione della cucina tibetana è rappresentata dallo yak, quadrupede d’altura simile al montone da cui si ricava oltre alla carne, yogurt, latte, ma anche pelli per pellicce e tende dei nomadi.
Un breve volo ci porta a Katmandu da dove inizieremo la nostra visita della celebre valle, i cui monumenti principali sono inseriti nella lista dell’Unesco come Patrimoni dell’Umanità.

 

PASS AEREO PER IL GIRO DEL MONDO

Il Round the World Ticket consente di viaggiare tra più destinazioni nel mondo a una tariffa conveniente e soprattutto con un unico biglietto aereo della durata massima di un anno. Una volta scelto l’itinerario è possibile modificare le prenotazioni, cambiando le date e orario del volo, ma non le destinazioni, nel qual caso è richiesto il pagamento di un supplemento.
Chi viaggia con un Round the World Ticket si dovrà muovere in una sola direzione: sempre verso est o sempre verso ovest. L’ultimo volo deve prevedere il rientro nel paese iniziale, non necessariamente nella stessa città.

DOCUMENTI PER ENTRARE IN TIBET

A causa della situazione politica, non è così facile viaggiare in Tibet.
Muoversi al di fuori di una zona limitata attorno a Lhasa richiede permessi speciali e l’obbligo di viaggiare in gruppi organizzati o individualmente, a bordo di una jeep con autista.
Viene richiesto, oltre al passaporto valido 6 mesi e al visto della Repubblica Popolare della Cina, anche il Permesso di ingresso per il Tibet (TTB Permit), rilasciato dall’Ufficio del turismo.
Solo dopo aver ottenuto il Permesso di Ingresso, potrete acquistare il biglietto aereo per il Tibet.
Ovviamente tutte queste pratiche sono espletate dal tour operator nel caso si decida di aderire ad un viaggio di gruppo organizzato da un’agenzia.

Claudia Meschini

Un commento su “Il mio giro del mondo. Diario di una viaggiatrice seriale. Il Tibet

  1. Bellissima ed avvincente anche questa seconda “puntata”, aspettiamo la terza!


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Tag:  Tibet, viaggi